Il Centro Laila di Castel Volturno: tutto ebbe inizio da un gesto d'amore e di fiducia

Il Centro Laila è una onlus con sede a Castel Volturno che accudisce quotidianamente oltre 40 bambini, immigrati e italiani, bisognosi di cure. Nasce da esigenze concrete del territorio casertano e nel tempo è diventata una grande famiglia più che una fredda associazione.

Il Centro Laila opera a Castel Volturno, luogo già tristemente noto per l’emergenza immigrazione. Immigrati per lo più africani, alcuni nati in Italia ma stranieri, abbandonati, lasciati al proprio destino. Non a caso Castel Volturno è stato battezzato informalmente La Baghdad della Campania. Le coste di Castel Volturno sono invase da baraccopoli, c’è il più grande nucleo di mafia nigeriana che gestisce traffici di droga ed esseri umani. In questo contesto critico i controlli istituzionali sono impotenti o assenti: le uniche risposte di resistenza provengono dal volontariato, dalla spontanea e coraggiosa volontà di non scappare ma di restare e contribuire al risanamento sociale. Gisele Luciano, una delle responsabili del Centro Laila, ci dice: «Io ho il mio bel Castel Volturno, voglio migliorarlo, perché scappare?».

Come il Centro Laila ha iniziato a muovere i primi passi

Il Centro ha una storia sui generis: nasce dal dovere morale di contribuire al bene comune, da un sentimento sentito e non imposto. Torniamo indietro nel 1980. I genitori dell’attuale famiglia che amministra il Centro Laila e i fondatori dell’associazione erano imprenditori turistici. Nel periodo invernale il padre (parlando più lingue) fu incaricato di perlustrare le campagne alla ricerca di africani sportivi. In quel periodo gli immigrati erano pochi e abitavano in case di campagna abbandonate; cercava lo sport, ma trovò altro.

Tra le strade di campagna sentì una voce, un lamento. Avvicinatosi all’abitazione isolata trovò un bimbo africano in lacrime, solo, di 9 mesi, di fianco a una piccola stufa a gas.

Non essendoci all’epoca disponibilità di telefoni come nell’era dei millennials, tornò indietro per avvisare le forze dell’ordine. Non ne ebbe tempo, perché gli si avvicinò una donna africana, che in inglese lo pregò di non chiamare i carabinieri. Piangendo spiegò che era la madre del bambino, che si era assentata per andare a lavorare e che essendo vedova non aveva altra scelta che lasciare il bambino a casa.

Il padre commosso le propose di assistere il bambino mentre lei lavorava. L’indomani la famiglia (successivamente fondatrice dell’associazione) trovò 40 bambini fuori la porta e genitori che chiedevano aiuto. Da qui nacque il progetto d’accoglienza.

Entrambi i genitori, che prima di essere imprenditori turistici erano musicista (il padre) e acrobata circense (la madre), non avevano esperienza nel gestire tali bambini. Di fianco alla struttura turistica dei genitori c’era un ex container della NATO utilizzato come rifugio per i terremotati. Nel 1982 venne abbandonato, dunque la famiglia chiese al prete di avere in gestione questo edificio e ospitarvi i bambini africani.

L’accoglienza, inizialmente e attualmente, procedeva e procede esclusivamente grazie a raccolte e donazioni. Cibo, acqua, vestiti donati dai cittadini; il prete mise a disposizione un pulmino per riaccompagnare i bambini a casa a fine giornata.

Chi sono i bambini ospitati?

Fino al 1997 non c’era una legge sull’immigrazione e i bambini non avevano assistenza sanitaria né scolastica. Vivevano alla giornata, in un contesto familiare disagiato, spesso orfani di uno dei due genitori. Sono bambini che in assenza del Centro Laila farebbero la propria esperienza di vita per strada, o sfruttati in lavori minorili. Le loro madri sono sole, non vogliono prostituirsi, vogliono restare oneste. Provano a svolgere lavori agricoli ma è molto difficile sostentarsi perché il territorio non offre nulla.

Centro laila

Il 4 marzo l’exploit della Lega a Castel Volturno, ma vietato parlare di razzismo

«C’è odio e amore, non è razzismo ma è rabbia. Esiste solo una sopravvivenza. Il disagio delle infrastrutture cade sulle spalle di tutti, sia italiani che stranieri», afferma la responsabile del Centro Gisele Luciano. La diffidenza dei cittadini matura con due episodi in particolare:

  • La strage di San Gennaro del 2008, quando ci fu un raid di un clan locale: travestiti da poliziotti i camorristi entrarono in una sartoria e uccisero sei immigrati in una sparatoria. Esplose l’indignazione della comunità africana quando i giornali parlarono di “regolamento di conti tra organizzazioni criminali italiane e nigeriane”. In effetti le vittime africane non erano coinvolte nella mafia nigeriana, così come insinuarono alcuni. L’indignazione generò manifestazioni e contro manifestazioni che misero a ferro e fuoco la città, una delle pagine più drammatiche nella storia di Castel Volturno.

La reazione della comunità africana fu sproporzionata: un paese distrutto, macchine spaccate. “Il problema è politico. Bisogna condannare la violenza, da chiunque provenga e venga incentivata.” (Gisele Luciano).

  • La rivolta culminò a Pescopagano nel 2014, quando liti e provocazioni tra comunità africana e abitanti del luogo sfociarono in sparatorie, in un inferno.

Tali episodi hanno giocato un forte ascendente sulla popolazione, che ancora riserba astio e condizionamenti mentali irreversibili.

Una giornata tipica al Centro Laila

Tutti i giorni (esclusa la domenica) alle 7 di mattina un pulmino preleva i bambini presso le loro abitazioni e li accompagna al Centro per dare alle madri la possibilità di lavorare o cercare lavoro. I più grandi vanno a scuola ed il Centro Laila provvede ad accompagnarli e a fornirgli materiale scolastico. I più piccoli trascorrono la giornata al centro.

Ad orario d’uscita da scuola il pulmino (guidato da volontari) ricomincia il giro per riaccompagnarli al Centro. I volontari provvedono al pranzo, alla merenda, alle ripetizioni scolastiche, alle attività artistiche per favorirne l’integrazione e insegnargli la lingua. Alle 17:00 termina la giornata e l’autista riporta i bambini dai genitori.

«Fare volontariato non è facile, non c’è disponibilità di volontari, nonostante gli ostacoli e la carenza di aiuti, che provengono solo da raccolte della popolazione e autofinanziamenti, si hanno anche grandi soddisfazioni» testimonia Gisele Luciano. Infatti i volontari finanziano a spese personali il carburante dei pulmini, così come cibo, acqua, vestiti: tutto. Aiuti provengono anche dai progetti csv Assovoce Caserta, la fornitura degli alimenti dalla Fondazione opera di carità di Caserta e i lavori di manutenzione effettuati grazie al contributo della fondazione Prosolidar. Aiuti che provengono da fondazioni e associazioni, non da istituzioni.

Sacrifici e pazienza sono strumenti quotidiani con cui agiscono i volontari, oltre che passione, amore e coraggio. L’accoglienza paga non in denaro ma in soddisfazioni: infatti il primo avvocato di colore del Foro di Napoli è stato accudito dal Centro Laila.

Tanti si lamentano dei mali del territorio, pochi si attivano per combattere. Del resto ogni emergenza sociale nasce dall’assenteismo dello Stato e dalla scarsa compattezza dei cittadini. Citando Gramsci: «Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere? Se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno colpa del loro scetticismo.»

Restiamo umani.

Melissa Aleida

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Attivista. Antifascista. Studentessa di giurisprudenza. Presidentessa dell'Associazione "Omnia". Credo che l'attivismo socio-politico, in specie l'interesse verso questioni collettive, sia l'unico modo per ricercare la giustizia laddove regnano soprusi, sia anche uno dei tanti modi per onorare la libertà: la lotta per ciò è continua e inarrestabile.