Home Politica Autostrade, la revoca “salvo intese” e il piano del Governo

Autostrade, la revoca “salvo intese” e il piano del Governo

Fonte: ilriformista.it

Dopo due anni di scontro sulla concessione tra Governo e Atlantia, la società per azioni di proprietà dei Benetton, sembra essere stato tracciato il destino di Autostrade per l’Italia (Aspi). Durante un consiglio dei ministri durato fino all’alba di mercoledì 15 luglio le parti, dopo una lunga trattativa, sono giunte a una bozza di accordo che dovrà essere formalizzato dal ministro dell’Economia Gualtieri e dalla ministra delle Infrastrutture De Micheli.

Un comunicato stampa del governo ha reso noto che durante la riunione Aspi ha presentato due proposte, una relativa alla controversia sulla concessione in seguito al crollo del ponte Morandi, l’altra sul suo nuovo assetto societario. Valutato il contenuto delle due, il governo ha avviato l’iter per la formale definizione dell’accordo.

Per quanto riguarda la controversia sulla concessione l’accordo prevede, tra le altre misure: un risarcimento a carico esclusivo di Aspi di 3,4 miliardi di euro (per il ponte Morandi); la rinuncia ai giudizi e ai ricorsi promossi sulla ricostruzione del viadotto di Genova e soprattutto la rinuncia a contestare l’art. 35 del decreto milleproroghe, che aveva ridotto la penale a carico del governo in caso di recesso dalla concessione da 23 a 7 miliardi. Inoltre verrebbero rafforzati i controlli a carico del concessionario, con annesso aumento delle sanzioni anche per lievi violazioni, ed una moderazione tariffaria secondo le indicazioni dell’ART (Autorità di Regolazione dei Trasporti).

Ma è la seconda parte dell’accordo, quella sulla riorganizzazione societaria di Aspi, ad essere fondamentale. Infatti, in vista di un piano rilevante di manutenzione e di investimenti, il controllo di Aspi passerà immediatamente da Atlantia (che detiene l’88% di Autostrade) a Cassa depositi e prestiti (Cdp), controllata dal Ministero delle Finanze, attraverso un aumento di capitale riservato che porterà la partecipazione statale al 51% e quella dei Benetton al 10-12%. In questo modo, Aspi diventerà una public company con un azionariato diffuso, in cui i soci hanno un numero contenuto di azioni e tale da impedirgli di esercitare singolarmente un’influenza dominante. Con la conseguente quotazione in Borsa della nuova Aspi, Atlantia uscirà progressivamente vendendo il resto della sua partecipazione (i cui ricavi non potrà distribuire sotto forma di dividendi) nell’arco di circa un anno.

Ovviamente l’accordo non è definitivo e tutto può ancora succedere nel perfezionamento dei dettagli, ed è per questo che non è da escludersi, come ha ribadito il Presidente del Consiglio Conte, che si torni all’opzione della revoca della concessione. Proprio per questo si è parlato di una revoca “salvo intese.

Le reazioni

«È successo qualcosa di straordinario che dovrebbe essere semplicemente ordinario. Ha vinto lo Stato. Hanno vinto i cittadini», ha commentato in un post il Presidente del Consiglio Conte, che fino all’ultimo aveva brandito l’arma della revoca. Anche Di Maio esulta, benché il M5S si fosse impegnato a revocare le concessioni ad Aspi: «Lo Stato diventerà il primo azionista di Autostrade … dovremo assicurarci che Cdp porti con sé investitori sani che abbiano a cuore il futuro delle nostre reti infrastrutturali». Alla soddisfazione si aggiunge anche il PD, nelle parole di Gualtieri, De Micheli e del segretario Zingaretti.

Prevedibili invece le reazioni dell’opposizione. La Lega ha parlato di un altro «cedimento» dei 5 Stelle nei confronti del Pd, mentre Salvini ha definito la mancata revoca una «fregatura». Fratelli d’Italia e Meloni d’altro canto hanno descritto l’accordo come arrivato «a tarallucci e vino», dichiarando che i Benetton potranno dormire sonni tranquilli, visti i tempi di realizzazione dell’intesa.

Emblematico invece il caso di Forza Italia, che per tramite del portavoce parlamentare Mulè ha definito il compromesso del governo l’ennesima prova di un esecutivo che vive di proclami e annunci. Tuttavia, la critica non può venire da chi nel 2008 (governo Berlusconi con la Lega) migliorò ulteriormente le già vantaggiose condizioni per i concessionari. Non solo, ma a leggere i commenti di molti opinionisti liberali, l’operazione Aspi sembra essere allo stesso tempo sia un esproprio proletario che una prebenda ad Atlantia e ai Benetton. Delle due, l’una.

Le prospettive su Autostrade e sullo Stato nell’economia

Fonte: Investireoggi.it

Malgrado gli entusiasmi (giusti), per capire per chi sarà davvero vantaggioso l’accordo raggiunto si dovrà aspettare il testo completo e soprattutto la sua realizzazione. Senza dubbio, è un momento storico: dopo anni di privatizzazioni e concessioni, di pezzi di economia pubblica svenduti, lo Stato ha iniziato a invertire la rotta e, così facendo, rimediare a un grave errore. Con Atlantia infatti un monopolio naturale era stato di fatto privatizzato, garantendo al concessionario rendite considerevoli con bassi investimenti, minima manutenzione (come tragicamente abbiamo visto) e tariffe crescenti.

Le autostrade sono l’emblema del mito della maggiore efficienza dei privati rispetto allo Stato, una visione ampiamente smentita da un recente studio e che si scioglie come neve al sole mostrando il saccheggio di risorse pubbliche. Inoltre, la gestione miope e rapace dei Benetton (i quali hanno accettato l’accordo con il governo perché non avevano obiettivamente molta scelta) è il suggello dell’ennesimo fallimento imprenditoriale italiano e conferma, per l’ennesima volta, l’inadeguatezza della classe imprenditoriale del nostro Paese.

Fonte: Today.it

Guardando all’accordo con una certa dose di realismo, esso sembra essere la soluzione di compromesso migliore che ci si potesse aspettare, visti i presupposti e il rischio di un lungo contenzioso per la revoca. È anche vero però che vi sono dei punti che andranno chiariti durante l’iter che porterà Cdp ad essere azionista di maggioranza di Aspi.

A questo punto sorge una domanda. L’operazione Aspi può essere inscritta in una strategia complessiva di politica industriale o in futuro si privilegerà un’impostazione contingente, adattata al caso concreto? In altre parole Cdp, che per statuto ha la missione di valorizzare gli asset nazionali strategici, potrebbe diventare un ente incaricato della gestione delle infrastrutture pubbliche, sulla falsariga del vecchio IRI (Istituto per la ricostruzione industriale)? La preminenza dell’interesse generale di interventi simili in futuro potrà essere misurata soltanto risolvendo tali questioni. Questo perché le autostrade italiane saranno davvero pubbliche solo se gli investimenti strategici e gli indirizzi programmatici saranno di matrice pubblica, frutto di politiche economiche e industriali lungimiranti. L’entrata di Cdp è un primo passo, ma non è sicuramente sufficiente.

È evidente come la crisi economica e sociale indotta dalla Covid-19 ha rimesso al centro del dibattito pubblico l’intervento dello Stato nell’economia, e si possono rilevare diverse tendenze (di cui Aspi è l’ultima) che vedono un certo cambio di paradigma verso questa direzione. Ora più che mai infatti è necessario mettere in moto, all’interno di una cornice di coordinamento strategico pubblico e di missioni con carattere industriale, ambientale e sociale, il potenziale di trasformazione strutturale che le imprese pubbliche, già esistenti e non, possiedono.

Augusto Heras

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