Esiste una soglia, invisibile e, allo stesso tempo, percepibile all’ascolto, oltre la quale la forma-canzone cessa di essere mero veicolo di sensazioni per farsi anatomia dell’oggi. È in questo spazio liminale, dove l’ansia di un’epoca si fonde con la tensione elettrica delle chitarre che si colloca Inni generazionali, la nuova fatica discografica del cantautore Tommaso Imperiali. Un lavoro che rifugge la tentazione del compiacimento per abbracciare, con piglio quasi taumaturgico, la necessità di dare corpo alle inquietudini di una gioventù sospesa, schiacciata tra il riverbero di un retaggio mitologico, quello dei grandi cantautori che hanno edificato le coscienze dei nostri padri, e il vuoto pneumatico di una contemporaneità che divora tutto, senza lasciare traccia.
Tommaso Imperiali non si limita a comporre; egli cesella, in un equilibrio alchemico, una trama sonora che coniuga il rigore del cantautorato nostrano con una ruvidezza d’oltreoceano, scevra da ogni velleità di decoro. Inni generazionali è, a tutti gli effetti, un manifesto di resistenza civile ed emotiva, dove il dato autobiografico viene elevato a paradigma collettivo. L’artista comasco consegna un’opera che trasuda autenticità, una sequenza di confessioni laiche che non cercano il consenso, bensì il riconoscimento: quello di chi, guardando al domani, avverte ancora il bisogno di sentire il battito umano di un complesso musicale alle proprie spalle, quasi a voler opporre la carne del sodalizio amicale al gelido distacco dei tempi moderni.
Intervista a Tommaso Imperiali
Tommaso, benvenuto ai microfoni di Libero Pensiero! Hai raccontato di aver scritto queste canzoni per paura che i momenti belli scivolassero via. Quanto è stato importante per te mettere da parte i giri di parole e raccontare le tue emozioni in modo così diretto e sincero?
«Ciao a tutti! È vero, faccio molta fatica a godermi fino in fondo gli attimi piacevoli che vivo. Spesso mi ritrovo già a pensare a quando finiranno, a cosa verrà dopo o a come li ricorderò. Credo che le canzoni servano anche a questo: a provare a fermare i ricordi, a trattenerli un po’ più a lungo, a impedire che ciò che verrà cambi il significato di ciò che è stato.»
Il modo di suonare di Tommaso Imperiali ha una forza particolare, quasi nervosa. C’è un legame tra la tua esperienza a teatro, dove ogni movimento è essenziale, e il desiderio di dare al tuo sound questa energia così viscerale?
«Sicuramente le tante e bellissime esperienze con il teatro mi stanno dando molto. Penso mi stiano aiutando soprattutto nella scrittura: scrivere per il teatro richiede un approccio diverso, meno personale, più orientato all’astrazione, alla narrazione e anche, nel senso più positivo, al mestiere. Per quanto riguarda l’energia di cui parlavi, forse il processo è inverso: ho avuto la fortuna in questi anni di fare davvero tanti live, sia da solo che con la band cerco sempre di portare quell’energia sul palco, anche a teatro. Diciamo che compenso le evidenti lacune attoriali con qualche trucco da concerto.»
Oggi si tende a scrivere canzoni che piacciano a tutti, spesso sacrificando la verità. Tommaso, come hai fatto a mantenere una voce così personale in Inni generazionali, resistendo alla tentazione di seguire le mode del momento?
«Semplicemente facendo la musica che mi piace ascoltare. Non sono contro le mode per principio. Se il mio genere di riferimento tornasse in vetta alle classifiche, come sta succedendo negli Stati Uniti e in Inghilterra con artisti come Zach Bryan, Sam Fender o Noah Kahan, sarei la persona più felice del mondo. Generalmente, i fenomeni in Italia arrivano sempre con qualche anno di ritardo rispetto a USA e Regno Unito; speriamo che questa scena cresca sempre di più anche da noi.»
Immergendosi nel disco, sembra di seguire un percorso che va oltre il semplice ascolto dei brani. È corretto dire che, per te, questo album sia più un viaggio condiviso con i tuoi amici e la tua band che la celebrazione del percorso di Tommaso Imperiali?
«Sicuramente sì. Sulla copertina ci sono il mio nome e la mia faccia, tuttavia niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza gli amici con cui condivido da una vita questo viaggio. Con Gio, Tom, Raics, Diego e Jims suoniamo insieme da quando avevamo quindici anni; con Selis da pochissimi anni dopo. Con Daketo solo dal 2022, ma penso che sia stato uno degli incontri che ha segnato maggiormente il percorso di questo disco e, in generale, di questi anni.»
Nel silenzio che rimane dopo l’ultima traccia di Inni generazionali, cosa speri che resti davvero addosso a chi ascolta la tua musica? C’è un messaggio di speranza o una riflessione che vorresti far nascere in chi preme il tasto play?
«Mi farebbe piacere se qualcuno associasse, senza accorgersene, una canzone di Inni generazionali a un momento della propria vita. E che, tra qualche anno, riascoltando questo disco, si ricordasse di una persona, di un posto, di una situazione o di un’emozione che stava vivendo mentre lo ascoltava per le prime volte.»
Vincenzo Nicoletti















































