Il mondo va a rotoli e i media ci tengono incollati agli schermi proponendoci gli scenari peggiori. Sarà un caso che il genere post-apocalittico vada tanto di moda? E come siamo finiti ad avere nelle sale cinematografiche lo sguardo triste di un Jacob Elordi che sorseggia caffè, mentre flirta con la perfetta Margaret Qualley? Dopo la fine del mondo, si intende.
Tra le mani, abbiamo un enorme potere divulgativo che visibilmente non riusciamo a sfruttare al meglio. I social sono un covo di informazioni, ma l’algoritmo è spietato e distribuisce i contenuti per bolle, col risultato di non arrivare a chi ne avrebbe davvero bisogno. Quando però ciò avviene si assiste all’ormai normalizzato fenomeno di tifoseria che deturpa le sezioni commenti di slogan e frasi fatte, col risultato di tagliare all’osso la comunicazione e generare solo odio. “Ha sempre fatto caldo” è la risposta più digitata quando su Instagram si cerca di dibattere sul cambiamento climatico, in un mondo virtuale in cui ormai tutto ha un colore perché tutto è politica, ma nessuno scende a compromessi con se stesso.
Le piattaforme pullulano inoltre di complottisti, no vax, obiettori di coscienza, semplificatori della realtà che portano avanti i loro punti di vista che non hanno nulla a che vedere con il metodo scientifico sperimentale. In un mondo virtuale così abitato anche l’evento più grave viene ridimensionato e perde di valore e così i giovani che vogliono manifestare per salvare il loro pianeta diventano gretini (seguaci di Greta Thunberg); Taylor Swift può emettere in un anno un’impronta di carbonio 1800 volte superiore alla media di una persona; le guerre per le fonti d’acqua potabile che già sta vivendo la Siria magicamente non esistono e Panipat può anche essere sommersa dai resi dei nostri vestiti fast-fashion, ma noi dall’Occidente prilegiato, non possiamo rinunciare a quella t-shirt appena disponibile su Shein.
Lo strumento di divulgazione più democratico di tutti sarebbe la televisione che, per la sua possibilità di entrare indiscriminatamente nelle case di tutti, è già stata, insieme alla radio, fondamentale per l’Italia del postguerra, ma oggi è nelle mani di produttori che la svendono per le mazzette del politico di turno o per la crescente richiesta di programmi spazzatura del telespettatore medio che non ha più interesse nel pensare. Per esprimere e divulgare i timori dell’oggi e le speranze del domani, ci restano i sempreverdi mondi del cinema e della letteratura e mai come in questo periodo il post-apocalittico è diventato una vera moda.
L’Apocalisse va di moda
Il genere vede i suoi primi passi nel contesto religioso: il tema della fine del mondo ovviamente esiste dagli albori (vedasi il testo biblico de L’Apocalisse di Giovanni) e nasce nella volontà di immaginare cosa provi Dio. Con l’avanzamento delle tecnologie si è iniziato a riflettere sul fatto che sì, forse l’uomo è capace di distruggere se stesso e il mondo che abita, di conseguenza anche il processo creativo inizia a esplorare l’eventualità della fine di tutto, spogliandola dall’aspetto religioso per riconsegnarla al materialismo. Ma perché amiamo questa visione decadente?
La spettacolarizzazione del dolore e l’esacerbazione delle problematiche sociali e ambientali attraggono perché l’uomo teme se stesso e ha paura dell’esercizio simil-divino e senza controllo del suo potere. Si pensi ad esempio al successo che hanno incassato al botteghino film come Oppenheimer e la nuova Odissea di Nolan. Due prodotti che escono dal genere, ma che vogliono portare la stessa narrazione: la sempre maggiore consapevolezza del martirio che stiamo infliggendo a noi stessi, alla nostra libertà e al pianeta.
Se questi hanno condotto masse di spettatori a una profonda riflessione, non hanno però scalfito la pigrizia sociale: ormai è già fatta, viviamo sottomessi e sedotti dal potere, abbiamo però visto un bel film.
Proprio di potere si parla quando nel genere post-apocalittico si affronta il topos del mondo senza leggi che, se oggi sono un’optional per i politici, dai cittadini sono avvertite così rigidamente che forse vorremmo poterle infrangere senza sentirci immorali. Ecco che registi e scrittori ci fanno immaginare cosa succederebbe al loro tracollo, sfruttando i loro prodotti come i greci facevano col teatro: un motivo di sfogo di pulsioni in un contesto in cui non rischiamo nulla.
Il file rouge è sempre la sfiducia nelle istituzioni e nel comportamento umano, ma forse il problema è che il nostro pianeta non è più allo stato del 1000 a. C. e che ciò di cui fruiamo dovrebbe essere utile per riflettere su dove stiamo andando a parare.
Dalla finzione alla realtà
Il fenomeno dell’avanzata politica dei conservatori è coinciso con l’intensificarsi di notizie riguardo le idee estreme che i governanti di turno vorrebbero rendere leggi, provocando forte indignazione mediatica tra chi queste privazione di libertà le subisce o rischia di subirle o chi, da lontano, riconosce vecchi pattern che vorrebbe ormai rilegare solo al mondo cinematografico. Da quando ad esempio nel 2022 Donald Trump ha favorito la fine della protezione costituzionale del diritto all’aborto e ha adottato diverse misure restrittive delegate ai singoli stati, sono state diverse le manifestazioni in cui donne americane e non hanno sfilato nei celebri panni delle ancelle, personaggi dell’universo distopico del romanzo e poi serie tv di Margaret Artwood.
Questo è il caso in cui un elemento di finzione è riuscito a diventare simbolo di una rivoluzione, ma perché invece ciò non riesce ad accadere con il tema della crisi climatica?
Nelle rappresentazioni post-atomiche o post-crisi climatica l’umanità torna a livelli tecnologicamente paragonabili ad un Medioevo con automobili, dove i sopravvissuti combattono l’ostilità del pianeta, depauperato dalle sue risorse. Si tratta di survival, con elementi rubati spesso dal genere zombie, con la presenza spesso di flora e fauna che ricordano quelle prestoriche ma che appaiono mutate per colpa delle radiazioni. La fotografia, i costumi, l’immaginario sono particolarmente accattivanti, tanto da ispirare anche il mondo videoludico (del settore i famosissimi sono The last of Us e Fallout) e trasformare l’esperienza della fruizione in un momento per staccare la spina, immergersi in una nuova realtà e lasciarsi trasportare da un’avventura assurda, lontana da noi, che possiamo godere solo per la nostra posizione di lontananza e sicurezza.
Se le distopie politiche ci appaiono quindi agghiaccianti ma realizzabili perché i commenti anacronistici della classe politica ci riportano alla mente le distopie che sono stati il fascismo e il nazismo e che sono i governi della Corea del Nord e dell’Emirato islamico in Afghanistan, nonché le scelleratezze che hanno portato alla guerra in Ucraina, in Iran e al genocidio a Gaza; quelle apocalittiche non hanno ancora dei riferimenti così tanto estremi da riconoscerli alla nostra portata o, se li hanno, come anticipato in precedenza, sono così ridimensionate dall’opinione pubblica da non farci suonare davvero campanelli d’allarme. C’è anche da aggiungere che il collasso climatico ha degli equilibri sociali e politici così radicati nel nostro modus vivendi capitalista che pensare di rivoluzionarlo appare a molti una follia mentre i miliardari a capo del mondo fanno di tutto per patinarlo e nascondere la polvere sotto il tappeto. Come risultato, i romanzi e i film post-apocalittici non hanno forse un reale interesse nel fare una rivoluzione ma, nutriti da ingredienti horrorifici e a tratti fantastici, più che a farci riflettere, ci portano a utilizzarli come prodotti di intrattenimento e, senza rendercene conto, ci abituano a fruire di realtà sempre più ostili, come se ci tranquillizzassero e ci mettessero a nostro agio, in vista di quella che sarà casa nostra. In The dog stars (film di Ridley Scott tratto dall’omonimo romanzo, uscito nelle sale il 25 agosto), Jacob Elordi interpreta un meccanico che dopo la fine del mondo ha imparato a far tutto e, nella sopravvivenza, ha riscoperto l’amicizia e l’amore, rendendo romantici gesti come ascoltare della musica o offrire un caffè. Ed ecco che, ancora una volta, abbiamo normalità, umanità, empatia e gli attori più ambiti di Hollywood in un contesto apocalittico che fa paura, ma che è anche estremamente romantico e seducente.
Alessia Sicuro















































