100 anni del PCI, partito comunista
Fonte: La Repubblica

Nel lontano 21 gennaio del 1921 nasceva il Partito Comunista d’Italia, il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. I 100 anni del PCI hanno testimoniato la sua nascita e il suo tramonto, avvenuto ormai 30 anni fa. Oggi non rimangono neanche le briciole di un partito che ha segnato la storia italiana e accompagnato i grandi stravolgimenti del Novecento. Insieme al PCI se ne è andata una parte importante della politica italiana e un’eredità che nessun partito di sinistra è riuscita a mantenere. 

La storia del Partito Comunista italiano

Il quadro desolante dell’attuale politica italiana, incapace durante una pandemia di evitare giochi di potere e di fare fronte comune dinanzi a un’emergenza sanitaria molto grave, genera in molti la nostalgia dei tempi andati e di quei “politici di una volta”, che avevano vissuto gli anni terribili della guerra e avevano visto nascere la Repubblica Italiana a seguito degli anni bui del fascismo. I 100 anni del PCI fra visioni critiche e mito sono stati lunghi e travagliati in un mondo diverso da quello che conosciamo oggi, ma sicuramente caratterizzato dalle stesse esigenze di giustizia sociale e di uguaglianza.

100 anni del PCI, partito comunista
Fonte: rivoluzioni.modena900.it

Il Partito Comunista italiano è stato fondato il 21 gennaio del 1921 a Livorno con il nome di Partito Comunista d’Italia (PCd’I). Quegli anni infiammati dalla Rivoluzione d’Ottobre e dal biennio rosso avevano condotto alla separazione dell’ala sinistra del Partito socialista italiano che durante il 17° Congresso del PSI decise di dotarsi di un’organizzazione autonoma. In questo primo periodo si affermò il gruppo di dirigente di Amadeo Bordiga, le cui posizioni intransigenti causarono divergenze all’interno del partito. Fu infatti il Comintern, l’Internazionale comunista, a sostituire Bordiga con un nuovo gruppo dirigente allo scopo di riavvicinare i socialisti, includere le ali minoritarie e costituire un grande partito comunista di massa. Le Tesi di Lione sancirono una nuova fase sotto la guida di Antonio Gramsci, che vedeva nella classe operaia del nord e nei contadini del sud il potenziale rivoluzionario, le cosiddette “forze motrici della rivoluzione italiana”. Il lavoro di radicamento nelle masse di lavoratori non terminò con le “leggi speciali fasciste” e l’arresto di Gramsci: la clandestinità e l’esilio dei suoi esponenti fra Francia e Unione Sovietica non spezzarono i legami del Partito Comunista con le masse popolari. In prima linea nell’organizzazione della Resistenza, il PCd’I partecipò alla fondazione del Comitato di Liberazione Nazionale.

Fonte: overland.org.au

Con Togliatti e la “svolta di Salerno” per un’unità antifascista, il Partito Comunista si preparò a conquistare definitivamente un’ampia base popolare e nel 1946 entrò all’Assemblea Costituente con 104 deputati. Il “partito nuovo” vedeva nella partecipazione delle masse popolari al governo della repubblica un modo per riuscire a modificare i rapporti sociali ed economici, giungendo ad una trasformazione socialista dell’Italia. La presenza egemone nella CGIL e nell’organo di stampa, l’Unità, permise al PCI di raggiungere i 2 milioni di iscritti fra il 1949 e il 1956. Divenuta nel dopoguerra la più grande forza politica d’opposizione, il PCI si batté contro il governo della DC e l’entrata del Paese nella NATO. La “cortina di ferro” scendeva sul continente e la Guerra Fredda divideva il mondo in due poli opposti proprio in quegli anni, e in Italia si iniziava a parlare di “via italiana al socialismo“, elaborata faticosamente a partire dall’VIII Congresso, in seguito dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel ’56, e tesa ad accentuare quegli elementi democratici che animavano il partito. 

In questi 100 anni del PCI si assistette anche alla stagione delle lotte operaie e a un’opinione pubblica sempre più spostata a sinistra. Erano gli anni di Enrico Berlinguer, del compromesso storico e dell’uccisione di Aldo Moro nel 1978, dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e del relativo scollamento del partito dall’URSS. In questi giorni di crisi di governo, si ricorda il prezzo che dovette pagare Berlinguer per aver consentito l’insediamento dell’inaccettabile governo Andreotti con l’appoggio esterno, in seguito ad un voto alle Camere avvenuto durante il rapimento di Moro. L’anno seguente il Partito Comunista perse un milione e mezzo di voti. 

100 anni del PCI, partito comunista
Fonte: Globalist

Dopo aver contribuito in prima linea alle conquiste sociali degli anni ’70 e in seguito al dato elettorale più alto raggiunto nel 1976 con il 34,4%, il Partito Comunista entrò nella sua fase discendente: gli scontri con il PSI di Craxi nel 1984 e la sconfitta al referendum per il “taglio della scala mobile”, la morte di Berlinguer e il segretariato di Occhetto, determinò una mutazione decisiva del ruolo dei comunisti italiani nella società. Proprio Occhetto si era espresso favorevolmente al bipolarismo e al tanto avversato sistema elettorale maggioritario, segnando un cambiamento decisivo di strategia e di identità politica. Il lento declino culminò con il trauma del crollo del muro di Berlino e la decisione di privarsi dell’identità comunista per dare vita a una forza politica nuova, con lo scopo di unificare tutta la sinistra: nasceva il Partito Democratico della Sinistra, antenato dell’odierno Partito Democratico. Di fatto, nel 1991 si verificò lo scioglimento del Partito Comunista più grande d’Europa, in un momento in cui la fine della Guerra Fredda sembrava aver prodotto la “fine della storia”, come profetizzato da Francis Fukuyama. L’ideale comunista sembrava sparire dietro all’inaspettata vittoria del capitalismo e della democrazia liberale. 

100 anni del PCI: e ora?

Lungi dall’essere finita, la storia ha continuato a dispiegarsi in questo trentennio successivo alla caduta del Muro di Berlino. Non solo, i rapporti economici di tipo capitalista continuano a essere dominanti e non sempre accompagnati dalla democrazia liberale, nuovi e vecchi fenomeni di sfruttamento convivono, mentre le diseguaglianze esplodono. I disoccupati, gli impiegati nella gig economy, i lavoratori poveri e precari, i migranti e le donne sottopagate rappresentano le nuove categorie sociali a cui la politica non ha ancora fornito una risposta, rendendo del tutto impercettibile la differenza fra destra e sinistra agli occhi degli elettori. 

100 anni del PCI, partito comunista
Fonte: www.gonews.it

I 100 anni del PCI sono dunque l’occasione per un’attenta analisi sul passato e il futuro della sinistra italiana, sulla necessità di ristabilire quei valori di uguaglianza sociale che hanno ispirato l’orizzonte ultimo del movimento comunista, quello di una società senza classi. Una sinistra anestetizzata e disorientata ha finito per agire a favore dell’economia finanziaria e dei grandi capitali, dimenticandosi delle classi lavoratrici e le questioni legate alle fasce più deboli, della trasformazione sociale e dell’uguaglianza.

In Italia, l’eredità del grande partito delle masse, privato della sua ideologia, è stata acquisita da una sinistra divenuta la protagonista di un’altra, aggressiva rivoluzione, quella neoliberale. Complice di privatizzazioni e tagli al welfare, il Partito Democratico si è allontanato definitivamente dalla base elettorale del PCI, sempre più esigua e delusa dalle tante promesse non mantenute. Il Paese è sprofondato nelle mani della destra populista, xenofoba e sovranista, senza che venisse proposta un’alternativa credibile: anche sul fronte migrazioni, il PD aveva promesso l’abolizione del decreto “sicurezza” di Salvini, ma nei fatti non è riuscito a smontare quell’ideologia che criminalizza l’aiuto umanitario e i flussi migratori. Abbandonata la lotta per i diritti sociali, la sinistra nostrana ha timidamente abbracciato la causa progressista senza nemmeno troppa convinzione, a differenza dei democratici americani accusati di fare identity politics, quella politica identitaria che promuove i diritti civili, ma taglia i servizi di welfare.  

Con i 100 anni del PCI tornano in mente le parole di Giorgio Gaber in “Qualcuno era comunista”: 

«E ora?

Anche ora ci si come sente in due

Da una parte l’uomo inserito

Che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

E dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo

Perché ormai il sogno si è rattrappito

Due miserie in un corpo solo».  

Rebecca Graziosi

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