bambini senza sbarre.

Sono oltre 25 mila i figli di detenuti in Italia, stando alle statistiche del Ministero della Giustizia che portano la data dello scorso dicembre. Incontri con un padre scanditi dalla durata di un colloquio in carcere, tra porte blindate e videosorveglianza. Un argomento, quello della detenzione in generale, e ancor più della relazione genitore-figlio all’interno dell’esperienza di detenzione, di cui si parla ancora troppo poco.

Ed è di questo che si occupa l’associazione Bambini senza sbarre, costituitasi nel 2002 e impegnata nella tutela dei minori figli di persone detenute, per ribadire un diritto fondamentale che è quello dei minorenni a mantenere la continuità del rapporto con il proprio genitore e, al contempo, il diritto alla genitorialità dei detenuti.

Perchè nessun bambino diventi un adulto a rischio, perchè ogni bambino è una terra promessa”, come dice Martina Pallotta, volontaria di Bambini senza sbarre.

“Il carcere è il luogo in cui è maggiormente necessario tutelare il diritto alla genitorialità  per contrastare le possibili conseguenze dell’interruzione dei legami affettivi.  Statisticamente viene dimostrato un aumento nelle biografie dei figli di detenuti di casi di detenzione, di abbandono scolastico e di devianza giovanile. Tutelare la relazione genitoriale in carcere, attraverso interventi di sostegno e accompagnamento, significa fare interventi di prevenzione sociale. Si tratta di interventi di duplice prevenzione: da un lato aiuta a prevenire le difficoltà emozionali e relazionali del bambino e i loro effetti sul suo sviluppo psicoaffettivo, dall’altro aiuta il genitore a continuare a svolgere il suo ruolo”.

Bambini senza sbarre è presente anche a Napoli, dove gestisce lo “Spazio giallo”, uno spazio all’interno del carcere di Secondigliano pensato per accogliere i bambini che si preparano al colloquio con il genitore. Un aspetto, quello della genitorialità, che troppo spesso viene sganciato dalle persone detenute, ignorato, volutamente o no. Prova evidente ne sono le parole stesse del ministro Minniti, che durante la riunione del Comitato per la sicurezza convocata a Napoli lo scorso gennaio per rispondere al fenomeno delle baby gang, ha annunciato l’intenzione di preparare un protocollo con il Tribunale dei minori per togliere la patria potestà ai camorristi.

“Sono sicura che queste misure servano a poco e che non facciano altro che alimentare un disagio e un’incapacità comunicativa di tutti quei ragazzini che vengono messi ai margini della società. In questo modo si rafforzano quei muri alzati da chi, di certe persone, vuole semplicemente liberarsene.- dice Martina alla nostra domanda su cosa pensa in merito- Le baby gang sono da condannare, ma la domanda è: Quanto ci interessa realmente comprendere e lavorare con questi ragazzi? Quanto ci interessa migliorare l’intero territorio napoletano? C’è indubbiamente tanto da fare, non è semplice. Bisognerebbe iniziare a fornire prospettive e possibilità di vita dignitose, dare strumenti concreti e non togliere loro i padri, perché avere il proprio padre è un diritto. Immagino che togliere la patria potestà in alcuni casi sia necessario per il minore, ma non è una soluzione da attuare per questo tipo di fenomeno. Bisogna lavorare all’interno di questi contesti, investire in questi contesti, se si ha davvero a cuore il futuro di una generazione”.

E continua: “Il senso comune ci porta a generalizzare e a semplificare, ragionando all’interno dello schema mentale “detenuto= cattivo genitore”, senza perder tempo. Ed è proprio questo il punto. Bisogna accompagnare il detenuto nel percorso di genitore, lavorare affinché, nonostante la situazione in cui si trova, possa migliorare sempre più i propri rapporti interpersonali. L’importanza di rigenerare i legami affettivi e di rieducare alla cura delle relazioni costituisce non solo un diritto, ma la condizione stessa di un possibile riscatto. Per consentire ai detenuti di migliorarsi, anche e soprattutto come genitori, è essenziale comprendere che il bisogno di coltivare relazioni affettivamente importanti è una condizione imprescindibile per garantire la consapevolezza di sé e degli altri e non alimentare la rabbia e l’aggressività tipiche di chi vive in un sistema giudiziario fondato sulla repressione, sull’isolamento, sull’oblio.

Quando la società si allontana e abbandona un essere pensante, nessuna educazione è possibile e si sviluppa una cultura che ostacola la riabilitazione sociale.

Tutto ciò per dire che, nella maggior parte dei casi, i modelli educativi che potrebbero rappresentare i genitori detenuti sono determinati, in parte, da quanto e da come si interviene per lo sviluppo nelle situazioni di disagio. Il genitore rappresenta un punto di riferimento per il figlio e proprio per questo bisogna preoccuparsi tanto del figlio quanto del genitore. I detenuti cercano di rappresentare ciò come meglio possono, scindendo le loro colpe dal loro essere genitori. La speranza di un futuro e di una prospettiva di vita migliore per il figlio caratterizza anche un genitore detenuto. Nel carcere di Secondigliano noi di Bambini senza sbarre lavoriamo con bambini di diverse fasce d’età, ognuno con la propria storia, con il proprio carattere, con il proprio modo di reagire. Non parlano spesso del padre e quando ho provato a chiedermi il perchè mi sono sempre risposta che in un certo senso avvertono il clima “extra-ordinario” in cui si trovano.

Paradossalmente, per i più piccoli sembra essere più semplice. Non hanno freni su interrogativi e curiosità. Da una certa età in poi troviamo anche ragazzini silenziosi, introversi, diffidenti. C’è bisogno di tempo, di lavoro e di empatia”.

Giulia Tesauro

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