Crisi Ecologica e la menzogna del Capitalismo Verde
''In un'incalzante crisi ecologica, capitalismo e difesa dell'ambiente sono incompatibili''. V. Shiva

La gravità della crisi climatica, elemento centrale della crisi ecologica globale, è molto allarmante: secondo gli studi svolti nel 2011 dal IPCC, la quantità di CO₂ che può essere diffusa nell’ambiente nel periodo 2011-2100, se si vuole evitare l’aumento della temperatura media terrestre di 2 °C, sarebbe di 1000 Gt.
L’apparato industriale globale emette dal 2011 l’equivalente di 40 Gt. di CO₂ ogni anno. L’emissioni a oggi sono pressoché invariate. Questo significa inequivocabilmente che, tra trent’anni circa, si supererà il picco d’emissioni previsto e ciò scatenerà l’aumento catastrofico della temperatura media terrestre.

Cosa comporterebbe l’aumento della temperatura?

Un aumento di 2 °C nel medio termine comporterebbe un aumento del livello del mare intorno ai 6 metri. Le conseguenze sarebbero devastanti, poiché quando s’alza il livello delle acque, la corrispondente invasione costiera segue un rapporto magnificato: se il mare si alza di 1 cm in senso verticale, la terra si allaga fino a 1 metro in senso orizzontale.

In più l’anidride carbonica contribuisce a incrementare il fenomeno dell’acidificazione delle acque. Dall’inizio dell’era industriale sino a oggi, gli oceani e i mari hanno subito una diminuzione del pH (grado d’acidità) del 26%, ciò ha causato una rilevante asfissia della vita nell’ecosistema acquatico.

Quindi è palese che se l’umanità volesse realmente evitare una disastrosa crisi ecologica di dimensioni enormi, non avrà altra soluzione che trovare un modo per ridurre drasticamente le emissioni di CO₂ nell’atmosfera entro la fine del secolo.

La necessità stringente in un contesto di crisi ecologica globale è fermare l’eventuale bolla di carbonio. Infatti affinché si riducano concretamente le possibilità di un aumento della temperatura terrestre, occorrerebbe che i 4/5 delle riserve note di combustibili fossili restino nel sottosuolo.

Ma queste riserve sono di proprietà delle multinazionali o dei vari Stati petroliferi o carboniferi. Ciò significa che queste riserve sono iscritte nell’attivo di bilancio di queste imprese o di questi Stati capitalisti. Lasciarle sottosuolo costituirebbe una distruzione di capitale: s’innescherebbe una bolla enorme poiché l’intero sistema energetico equivale a 1/5 del PIL mondiale.
Di conseguenza i tentativi di utilizzare razionalmente le risorse terrestri e di contrastare il degrado ambientale su vasta scala si scontrano con l’anarchia della produzione capitalista, che si basa sulla proprietà privata dei mezzi di produzione (le fabbriche, la tecnologia, terre, ecc…). Per quanto ben organizzate possano essere le singole industrie, in un’economia capitalistica non esiste un piano d’insieme economico. Le decisioni di investimento, incluse quelle per ricerca e sviluppo, sono guidate esclusivamente dal profitto.

F. Engels scrisse: «Il singolo industriale o commerciante è soddisfatto se vende la merce fabbricata o comprata con l’usuale profitto e non lo preoccupa quello che in seguito accadrà alla merce o al compratore. Lo stesso si dica per gli effetti di tale attività sulla natura». 

La menzogna del Capitalismo Verde

Di fatto, l’allarme di una crisi ecologica giunge dopo due secoli di massiccio sviluppo capitalistico dell’economia. Le ragioni del sovraconsumo di materia e di energia, che caratterizzano le società capitaliste avanzate e quelle emergenti, vanno ricercate nella sovrapproduzione.

Il capitalismo non è concepibile senza una rincorsa continua all’accumulazione e alla sovrapproduzione di merci, ed è precisamente questa sua caratteristica a renderlo nemico dell’ecosistema e matrice dell’attuale crisi ecologica.

Infatti, la rincorsa del profitto grazie alla tecnologia implica inevitabilmente quantità sempre crescenti di merci, che si mettono in circolazione alla ricerca di una domanda solvibile.

Quindi alla legge del valore non sfuggono neanche le tecnologie verdi (incluse le energie rinnovabili). L’effetto fotovoltaico è stato scoperto dal fisico francese E. Becquerel nel 1839, eppure lo sviluppo di questa tecnologia è pesantemente in ritardo rispetto a quelle che ne sarebbero le potenzialità. Bruciare carbone, gas naturale e petrolio costa molto meno, mentre il nucleare risulta favorito perché v’è un interesse anche militare. Inoltre i combustibili fossili e l’uranio costituiscono un’energia di stock, della quale gli investitori possono impossessarsi costituendo un monopolio e quindi una sorta di rendita. Il sole, al contrario, essendo diffuso su tutta la superficie terrestre non può essere soggetto all’accumulazione per appropriazione. Il mercato che deriva dalle ingenti emissioni di gas serra, proprio perché subordinato al profitto, si basa solo su considerazioni quantitative, mentre non tiene in considerazione gli elementi qualitativi indispensabili a pilotare la transizione energetica in una prospettiva realmente eco-sostenibile.

Dunque, il capitalismo verde che dovrebbe prevedere e garantire uno sviluppo socio-economico in un’ottica sostenibile è una menzognera utopia. Non si può pensare di stabilizzare la crisi ecologica e la crisi climatica nel quadro economico capitalista, assecondando la logica ipertrofica del produrre per produrre e del consumare per consumare, ovvero senza mettere in discussione il dogma della crescita. Tale logica è di per sé irriguardosa del consumo complessivo di materia, di energia e dei limiti fisici (la cosiddetta carrying capacity) del pianeta.

La green economy adoperata da gran parte delle industrie non migliorerà le condizioni di iper-sfruttamento dei lavoratori nelle catene di montaggio, dove i padroni minacciano la loro vita e l’incolumità fisica accelerando la produzione per estrarre il massimo profitto. L’uso di energia alternativa non ridurrà la concentrazione di inquinamento e di patologie tumorali e respiratorie nei Paesi industrializzati e soprattutto nei quartieri poveri disseminati per il globo. In tal modo il pianeta è solo un deposito di risorse da sfruttare e di rifiuti da smaltire.

Il trionfo del capitalismo è così tanto più radicale in quanto crea una percezione normalizzata degli eventi, una percezione che non si presenta con i tratti ideologici di una determinata ragione economica, ma come la natura stessa del mondo, come l’essenza dell’uomo.
Una società in crisi è un organismo in cerca di un nuovo equilibrio dinamico; e la via del contro-potere per rivitalizzare l’intera società, è appunto la via del conflitto realee solo attraverso ciò può nascere qualcosa di comune.

I bisogni fondamentali per combattere realmente la crisi ecologica e di conseguenza il capitalismo, si potrebbero racchiudere intorno a due obiettivi specifici: ridurre il metabolismo sociale con una regolazione razionale degli scambi uomo/natura, cioè una tutela dell’ambiente in quanto base materiale della riproduzione della vita sociale e dell’attività economica. E affrancarsi dall’ingiunzione alla crescita/profitto, ormai ad appannaggio di pochi, affinché si possa realizzare uno sviluppo de-mercificato ed eco-sostenibile del genere umano nel rispetto dei limiti naturali.
Ovviamente entrambi gli obiettivi sono incompatibili con il modo di produzione capitalista: il capitalismo è di per sé disumanizzante e anti-ecologico.

K. Marx scrisse: «La libertà può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minore possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa». 

Non si tratta di crescere ma di prosperare collettivamente, non si tratta di competere ma di condividere liberamente. Il cammino dell’emancipazione si fa solo camminando.

Gianmario Sabini

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