decreto salvini occupazioni lotte sociali

Il Decreto Salvini crea insicurezza – e questo lo sappiamo – per quanto riguarda l’immigrazione, consegnando di fatto sempre più migranti alla strada (della clandestinità). Ma a finire su una strada potrebbero essere anche tutti coloro che hanno preso parte alle occupazioni abitative in Italia e che hanno deciso di lottare per un diritto fondamentale: la casa.

Il Decreto Salvini, infatti, è una mannaia per le lotte sociali, che negli ultimi anni si sono focalizzate molto nelle occupazioni abitative. In generale, con il Decreto Salvini si prosegue sulla strada della criminalizzazione delle lotte del movimento antagonista, iniziata negli anni ‘70.

Cosa cambia con il Decreto Salvini per le occupazioni e le lotte sociali

La prima cosa a saltare agli occhi è l’inasprimento della pena. Si passa dai 2 ai 5 anni e quattro mesi di reclusione per chi occupa. Senza contare che, con lo sgombero degli edifici occupati e la loro restituzione ai proprietari, centinaia di persone finirebbero probabilmente per strada.

In questo senso, il testo del decreto ha subito delle modifiche al Senato e ha previsto 90 giorni (prorogabili fino a un anno) di sospensione dello sgombero fino a che non verranno trovate “soluzioni abitative adeguate”. Un respiro di sollievo per tutti coloro che vivono in occupazione, anche se ciò che è successo in questi giorni al Baobab lascia poco sperare sulle buone intenzioni delle istituzioni.

Del resto, la strada che il Decreto Salvini segna è proprio quella dello “stato penale” come risposta ad ogni bisogno sociale. Ed è così che all’emergenza abitativa si risponde – ancora una volta – rafforzando il reato di occupazione e ad ogni rivendicazione sociale si oppone un’ipotesi di reato.

Negli articoli contenuti nel decreto, infatti, c’è tutta una serie di misure che va verso la repressione del dissenso. Stiamo parlando della reintroduzione del reato di blocco stradale, che viene punito da 1 a 6 anni di reclusione, nel momento in cui si blocca una strada con oggetti fisici (quindi non soltanto con il proprio corpo); c’è un ampio ricorso alle misure di prevenzione che limitano le libertà di movimento (come sorveglianza e fogli di via); l’estensione del DASPO urbano; la possibilità di utilizzare taser anche da parte delle polizie locali di comuni che non raggiungono i 100.000 abitanti.

«Alimentare la cultura della legalità significa alimentare la guerra ai poveri» ha commentato Italo Di Sabato di Osservatorio Repressione durante un’assemblea della piattaforma 1diNOI a Roma. «In nome della sicurezza si emettono pacchetti sicurezza contro un “nemico”, che oggi sono i migranti, gli emarginati e coloro che si oppongono a queste politiche».

Cosa sono le occupazioni abitative e perché sono importanti

A dispetto di ciò che si è detto di Desirèe Mariottini e del luogo (abbandonato, non occupato) in cui è stata uccisa, le occupazioni abitative rappresentano un importante luogo (fisico e immaginario) di lotta sociale e politica dei nostri tempi.

Sono prima di tutto il posto in cui viene garantito quel diritto all’abitazione sancito dall’articolo 47 della Costituzione italiana. Laddove lo Stato non è in grado di aiutare i suoi abitanti, sono gli abitanti stessi che provvedono alla propria sopravvivenza e creano un nuovo sistema.

E qui si arriva al secondo punto: le occupazioni, che sono sempre più meticce e che mettono in contatto gli italiani con i migranti, sono anche un laboratorio di convivenza nelle differenze. Non è un caso se una delle voci che è intervenuta durante l’assemblea di 1diNOI ha chiaramente sottolineato come «le occupazioni seguano il modello di Riace». E come queste non possano essere smantellate e bollate semplicemente come luogo di degrado e illegalità.

Al contrario, basta avvicinarsi, e conoscere, per capire che non è così. Per capire che la maggior parte di queste persone che vive in occupazione, in occupazione ci si è ritrovata per necessità. Forse perché aveva perso il lavoro o perché gli affitti erano troppo alti. Ci si è ritrovata suo malgrado, sotto la costante minaccia di sgombero, ma contribuisce a creare un luogo fatto di legami e condivisione, una comunità all’interno territorio con tutte le problematiche tipiche di ogni gruppo che tenta di vivere in modo collettivo.

In questo senso Roma è l’esempio: decine le occupazioni abitative di questi anni. Alcune sono state sgomberate (come nel caso dei ragazzi di via Scorticabove a Roma), altre resistono pur sotto il rischio sgombero. Tutte però hanno in comune il tentativo di vivere insieme, uniti nelle differenze, ribadendo la necessità di lottare affinché vi sia giustizia sociale. Per tutti.

Elisabetta Elia

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here