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Ci sono alcuni paesi che facilmente fanno parlare di sé. Un avvenimento qualsiasi e gli occhi della comunità internazionale sono lì. È questo il caso dell’Iran, che è stato il protagonista di fine anno a causa delle proteste all’interno del paese. Proteste che, però, la stampa italiana non ha saputo raccontare.

La storia già la sappiamo: tutto è iniziato il 28 dicembre a Mashhad, nella parte nord-orientale dell’Iran, diffondendosi in numerosi centri fino a coinvolgere 70 cittadine circa. Le proteste hanno causato circa 21 morti (secondo la stampa governativa) e si sono concluse il 3 gennaio, come riportato dalla stampa italiana e occidentale in generale.

Spontanea, senza un’ideologia politica, portata avanti dal ceto più povero della popolazione (classe lavoratrice, giovani disoccupati, giovani delle campagne): queste sono le sue caratteristiche principali.

Proteste, Iran e donna senza velo: il primo errore

Quello che è successo – soprattutto durante le primissime ore delle proteste – è stata una sostanziale omologazione del racconto delle proteste in Iran da parte dei media occidentali. Un’omologazione basata dal filtro del pregiudizio nei confronti del paese mediorientale e che accomuna anche la maggior parte dei giornali mainstream italiani.

Ogni qualvolta che accade qualcosa in Iran, infatti, «si accendono i riflettori», ha detto qualcuno. Ed è ciò che è successo anche in questo caso nella stampa italiana.

Il filtro del pregiudizio si basa su un’idea cardine: l’Iran è brutto e cattivo, reprime i diritti civili e ogni protesta è necessariamente contro questo stato di cose.

Ammesso che una delle tre definizioni è potenzialmente vera, si può notare come le altre due condizionino fortemente il giornalismo italiano nel suo racconto delle proteste in Iran.

Il primo elemento sbagliato, chiamato in causa fin dagli esordi, è stata l’immagine della ragazza che sventola il velo in segno di protesta e che è diventata fin da subito «il simbolo della rivolta». Come riporta, ad esempio, Repubblica il 31 dicembre:

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Ciò che però non è stato considerato è che il gesto della ragazza era totalmente slegato dalle rivolte e, anzi, era avvenuto addirittura prima del loro inizio (cioè il 27 dicembre). L’atto di sventolare il velo era infatti legato ad una campagna lanciata da un’attivista iraniana per i diritti delle donne.

In alcuni casi la stampa raggiunge delle semplificazioni iperboliche e coglie la palla al balzo per inveire più in generale contro la religione islamica, trascinando il tema delle proteste in Iran all’interno di un calderone ancora più grande. È questo il caso de Il Giornale:

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Per la stampa italiana le proteste in Iran sono contro il sistema

La seconda semplificazione che è stata raccontata dai giornali italiani riguarda le motivazioni delle proteste. Presentate come l’inizio di qualcosa di grande, da più parti sono state raccontate come rivolte contro l’intero sistema.

Repubblica:

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Corriere:

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Un’occasione buona per dire che il sistema di un paese (considerato tradizionalmente nemico) non funziona e che chi vi abita vuole ribellarsi a questa oppressione.

In realtà, le proteste sono nate principalmente per motivazioni economiche (a cui, è vero, in parte se ne sono mescolate altre), ma non sono mai diventate ribellioni contro il sistema in sé.

Si può parlare, invece, di proteste anti-governative e quindi dirette a Rouhani, il presidente rieletto lo scorso maggio, che avrebbe alimentato speranze di miglioramento socio-economico poi disattese.

La condizione socio-economica del paese, infatti, è peggiorata negli ultimi mesi. Soprattutto per chi appartiene alle fasce sociali più basse in termini economici: in aumento la disoccupazione giovanile (tra il 30% e il 40%) e incremento del prezzo dei beni di prima necessità (pane e uova in primis).

A questo si è aggiunto il fatto che parte della spesa pubblica è stata destinata a fondazioni religiose, esercito e Guardiani della rivoluzione, cosa che ha accresciuto il senso di indignazione della popolazione e l’idea di un apparato sostanzialmente corrotto.

Una realtà che i giornali italiani non sono riusciti ad interpretare nella sua complessità, anche per mancanza di approfondimento e tendenza alla semplificazione delle parti in gioco.

Come spiega su Vice Lorenzo Forlani, reporter in Medio Oriente, anche il linguaggio politico dei giovani animatori delle proteste va analizzato in profondità:

«Sin dalla nascita della Repubblica islamica, la cui istituzionalizzazione ha creato una nuova grammatica del linguaggio politico, gli iraniani si sono abituati a scandire “morte a” ogni volta che erano arrabbiati per qualcosa con qualcuno. Se “morte a Rouhani” designa quasi certamente un’opposizione all’attuale governo, “morte al dittatore” può voler significare tante cose, che variano in uno spettro che va dal “rovesciamo il sistema” a “sbarazziamoci di questo specifico leader che mi rovina la vita.”»

Il problema della stampa italiana, allora, sorge quando i due elementi si combinano insieme: pregiudizio e mancanza di approfondimento, l’uno la causa dell’altro. Cosa c’è allora di brutto e cattivo? Non certo l’Iran, ma il giornalismo italiano.

Elisabetta Elia

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Calabrese di nascita, ma anche un po' romana, anno '92. Ama leggere, scrivere e girare il mondo. Per lei giornalismo è raccontare storie di gente e del mondo, vicino e lontano.