Sono ormai parecchi giorni che si sente parlare del Facebook Gate, probabilmente il più grande scandalo di questo secolo (e con cui avremo a che fare ancora per molto tempo), che coinvolge Facebook e un’azienda britannica di consulenza per il marketing online, ossia la Cambridge Analytica.

L’accusa, mossa inizialmente da inchieste giornalistiche del Guardian e del New York Times, riguarda l’uso scorretto di un’incredibile mole di dati prelevati, grazie a Facebook, dalla società britannica.

Cos’è e di cosa si occupa Cambridge Analytica?

Fondata nel 2013 è un’azienda specializzata nella raccolta dei dati sugli utenti che navigano sul web, in particolare sui social network. Le informazioni raccolte riguardano i dati personali degli utenti online, a partire dalla loro età, dai luoghi in cui vivono fino ad arrivare alle loro ricerche, ai loro interessi, ai loro commenti sotto a post di amici, alle canzoni che ascoltano, ai film che guardano e tanto altro. Tali informazioni, i cosiddetti Big Data, una volta raccolte, vengono elaborate per mettere in atto strategie di comunicazione microtargetizzate, ossia costruite in modo altamente personalizzato per ogni utente.

E Facebook cosa c’entra in tutto questo?

Nel 2015, un ricercatore dell’Università di Cambridge, Aleksandr Kogan, creò un’applicazione dal nome “thisisyourdigitallife”, che forniva agli utenti una sorta di test sulla personalità, basandosi sulle attività svolte online da ognuno di essi. Gli utenti potevano accedere all’app attraverso il Facebook login, così come succede per quelle applicazioni del tipo “Scopri a quale star di Hollywood somigli di più”. Tuttavia, l’accesso all’applicazione richiedeva la concessione dei propri dati personali, che avveniva comunque in modo trasparente dato che Facebook mostrava preliminarmente i termini di utilizzo.

Un dettaglio della storia è che, allora, Facebook permetteva di raccogliere informazioni non solo dell’utente loggato all’applicazione, bensì anche della propria rete di amici (processo dichiarato ugualmente nelle condizioni di uso dell’app), una pratica che poi fu rimossa perché ritenuta troppo invasiva.

Ciò nonostante, l’applicazione di Kogan registrò circa 270mila iscritti e raccolse dati su circa 50 milioni di utenti, stando almeno a quanto pubblicato dal Guardian e dal New York Times.

Fin qui nulla di strano, comunque, visto che era tutto stabilito dalle regole del social. Il problema è sorto nel momento in cui Kogan ha condiviso ogni informazione ottenuta con Cambridge Analytica, un comportamento questo vietato dai termini d’utilizzo del social network di Zuckerberg. La sanzione per chi viola le regole è la sospensione dell’account che, per quanto riguarda Cambridge Analytica, è avvenuta soltanto lo scorso 16 marzo, momento in cui stava per scoppiare lo scandalo. In questo arco di tempo ci sono state le ultime elezioni presidenziali americane, vinte da Trump, il quale si è servito proprio della società britannica durante la propria campagna elettorale.

La profilazione è il pane quotidiano del digitale

La profilazione dei dati degli utenti non è una novità, anzi, è un fine primario di Facebook che, grazie ai dati raccolti sui propri iscritti, permette alle aziende di applicare pubblicità targetizzate, guadagnando essenzialmente da queste.
A tal proposito, è bene precisare che utilizzare i dati di Facebook per microtargetizzare una comunicazione politico-elettorale (come nel caso della campagna elettorale di Trump) o a fini promozionali per un determinato prodotto o servizio non è una pratica esclusiva di Cambridge Analytica. Anche Obama, tra l’altro, si servì dei dati di Facebook nel 2012 per mettere in campo la prima campagna data-driven di questo secolo. E la stessa cosa fanno Google, Amazon (quest’ultimo per consigliarci prodotti in base a ciò che potrebbe essere di nostro interesse), Apple, Netflix o Justeat.

Il problema è proprio questo: se gli algoritmi ci consigliano quale pizza mangiare, quale serie tv vedere o quale videogame acquistare tutto passa in sordina, invece quando c’è di mezzo l’influenza sul voto (il discusso tema delle fake news) per l’elezione di un politico, che sia Trump, Putin o qualsiasi personaggio ambiguo della società contemporanea, l’opinione pubblica si indigna. E in questo discorso rientra anche l’ipocrisia dei giornali online, che volenti o nolenti, della profilazione si servono ugualmente per intercettare gli interessi dei propri lettori e guadagnare dalle inserzioni pubblicitarie sui propri siti.

Il tema su cui dibattere, oltre a quello della trasparenza, è quindi la regolamentazione normativa che deve accompagnare l’evoluzione tecnologica che, si sa, è un qualcosa di fluido e così rapido al punto che gli esperti stessi del settore fanno fatica a starci dietro.

Senza sottovalutare il dovere che ci impone l’essere parte di una networked society nel prendere consapevolezza delle opportunità e delle insidie del web, in primis del fatto che le nostre tracce digitali, fatte di ricerche, di click, di mi piace, di commenti e di condivisioni libere, sono il prezzo da pagare e, allo stesso tempo, il business delle digital companies, come appunto Facebook, Google, Amazon, Apple e tante altre ancora.

Ma la cosa più importante su cui interrogarci è: davvero pensiamo di poter somigliare a una star di Hollywood?

Andrea Palumbo

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Andrea Palumbo nasce in un piccolo paese dell'Alto Casertano, ai piedi dell'Appennino campano. Laurea triennale in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Attualmente studia Comunicazione Pubblica e Politica presso l'Università di Torino. A parte lo scrivere, ama la fotografia, fare trekking, guardare serie TV, il vino rosso e il cibo in compagnia.