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Centinaia di messaggi di solidarietà. «Ti abbraccio, Davide» oppure «Questa non è una condanna ma una medaglia al petto da portare con orgoglio». Poi l’indignazione generale di chi denuncia non solo quella che di fatto è una condanna della libertà di stampa, ma anche il poco risalto che le è stato dato sui giornali. L’altroieri, 9 aprile, Davide Falcioni è stato condannato a 4 mesi di reclusione per violazione di domicilio; eppure non si tratta soltanto di questo.

Cos’era successo? Nel 2012 Davide Falcioni aveva seguito per AgoraVox un gruppo di attivisti NoTav durante l’occupazione della sede della società Geovalsusa per raccontare la loro protesta in qualità di giornalista, in nome della libertà di stampa. I 19 manifestanti erano stati poi accusati di violazione di domicilio e durante il processo a loro carico Davide da testimone diventa anche lui imputato. E, da ieri, la condanna si è concretizzata.

La condanna a Davide Falcioni mina la libertà di stampa

Sebbene una risposta dell’Ordine dei giornalisti al caso di Davide Falcioni stenti a farsi sentire, l’indignazione e la rabbia prendono forma, soprattutto sul web e sui social network, e parlano di solidarietà. Non si tratta solo di Davide né tantomeno solo dei NoTav: si tratta della libertà di stampa e di raccontare ciò che è giusto raccontare, anche quando si tratta di un argomento scomodo.

A ridosso della condanna, il giornalista si definisce «condannato impenitente» e con un post su Facebook denuncia quello che non è solo un attacco personale, ma al mondo del giornalismo, quello vero:

«Non farò vittimismo, considero questa condanna il frutto di una campagna ben più vasta che colpevolizza chi esercita i propri diritti: chi salva vite in mare, chi solidarizza coi migranti, chi difende il proprio territorio e chi queste cose le racconta. Non è quindi un “mio” problema, ma un tema generale di cui farci carico tutti e tutte insieme».

Libertà di stampa in Italia: processi ai giornalisti come Davide Falcioni

E in effetti i numeri parlano chiaro: secondo OSSIGENO per l’Informazione (Osservatorio promosso da FNSI e OdG sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate) il numero di giornalisti minacciati in Italia è in costante incremento a partire dal 2016. Un segno dei tempi, che lo scorso anno è stato denunciato anche da Reporter sans frontières.

La particolarità del report stilato da Ossigeno sta nel fatto che, però, nella categoria “minacce” rientra tutta una serie di azioni che limitano la libertà di stampa e che non sono necessariamente – o non solo – le aggressioni fisiche o i proiettili in busta spediti dal boss mafioso di turno. In questa categoria rientrano anche le azioni legali che possono essere intraprese al puro scopo di intralciare o punire il lavoro di un giornalista: querela per diffamazione ritenuta pretestuosa, sequestro giudiziario di documenti archivio e strumenti di lavoro, incriminazione per rifiuto di rivelare la fonte di una notizia, diffida.

Negli ultimi sette anni si sono avute 562 querele per diffamazione, 16 diffide, 353 accuse di abuso del diritto.

Il 70% di questi procedimenti giudiziari si risolve con un’assoluzione, a dimostrazione del fatto che il tribunale è solo una delle tante vie che si ha per bloccare inchieste o lavori scomodi. Nel restante 30% dei casi, però, resta il fatto che la condanna cala come una mannaia sul giornalista e sul suo lavoro (senza contare tutte le spese legali precedenti).

Più l’argomento è scomodo, maggiori sono le probabilità di finire sotto accusa, di dover affrontare un processo e soprattutto una condanna. Lo dimostra il caso di Davide, che è stato accusato dello stesso reato dei manifestanti NoTav soltanto per averli seguiti e aver dato loro voce, e che ricorda quello che è successo ad Erri De Luca quando fu accusato di istigazione al sabotaggio in merito alla stessa vicenda.

Ma lo dimostra anche il caso, ad esempio, di Giovanni Coviello, ex direttore di VicenzaPiù, accusato dalla Regione Veneto «per diffamazione a mezzo stampa a causa di una serie di articoli su presunte irregolarità nella gestione amministrativa dei corsi di formazione professionale». E così la vicenda di FanPage sull’inchiesta Bloody Money, costretto a consegnare alla DDA di Napoli la copia della loro inchiesta. E ancora: tutti quei giornalisti che durante il presidio contro Erdoğan del 5 febbraio a Roma sono stati costretti a farsi identificare pur di uscire dalla piazza, bloccata dalla polizia in tutte le sue uscite per 4 ore.

Anche loro erano lì per documentare, come Davide. Ma questo non conta.

Elisabetta Elia

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Calabrese di nascita, ma anche un po' romana, anno '92. Ama leggere, scrivere e girare il mondo. Per lei giornalismo è raccontare storie di gente e del mondo, vicino e lontano.