genere scuola stereotipi

Ricordate la storia di Piccolo blu e Piccolo giallo? Piccolo blu e Piccolo giallo sono due macchie di colore inseparabili, che si divertono a correre e giocare insieme. Un giorno i due amici, presi dalla gioia di essersi rivisti, si abbracciano forte. Si abbracciano così a lungo da fondersi e diventare entrambi verdi.

La storia di Piccolo Blu e Piccolo Giallo, che a sfogliarla sembra un album da disegno, nel 2015 è stata inserita nella “lista di proscrizione” dei racconti che rischiano di manipolare le menti dei bambini perché inneggiano ai gay – anche i colori avrebbero un genere e un orientamento sessuale – e alla teoria gender.
Un’accusa che è stata rivolta a decine di altri libri per l’infanzia rivolti alle scuole e ideati per abbattere gli stereotipi, avvicinando i più piccoli ai temi dell’intercultura, dell’identità personale, delle differenze di genere, dell’amicizia.

Di manipolazione e «lavaggio del cervello» parla anche Matteo Salvini, davanti all’iniziativa dell’Università di Torino di creare un asilo aziendale “no gender”. Un asilo senza grembiuli rosa e azzurri, né macchinine per i bambini o cucine per le bambine, orientato al superamento degli stereotipi di genere. Un’iniziativa partita dal basso, dai ragazzi e dalle ragazze di Studenti Indipendenti, che promuovono e seguono il progetto da 3 anni, nella speranza di ripartire dalle scuole dell’infanzia per ispirare nuovi modelli educativi in cui la parità tra generi sia reale in tutte le dimensioni della società. Secondo il leader della Lega, invece, si tratta di indottrinamento.

Per l’antropologo e giornalista svedese Ingemar Gens si tratta, invece, di “regole educative” diverse, ma speculari a quelle che vengono somministrate oggi e che contribuiscono ad alimentare gli stereotipi di genere.

Gli stereotipi di genere nelle scuole

Gens è stato il pioniere dei primi esperimenti sulla parità di genere, condotti nel 1996 in alcune scuole d’infanzia di Trodje, una cittadina svedese sul Mar Baltico. Nel tentativo di decostruire alcuni stereotipi sugli uomini svedesi, ideò quella che venne definita “strategia compensativa”: dedicare parte della giornata all’educazione verso i tratti associati tipicamente all’altro sesso, così da «insegnare ai maschi quello che le femmine già sapevano, e viceversa». I bambini, per esempio, si massaggiavano i piedi a vicenda, mentre le bambine camminavano nella neve a piedi nudi e venivano invitate ad urlare.

Oggi, l’educazione in Svezia è sempre più “gender-neutral. Alcune scuole materne hanno persino eliminato i termini “bambino” e  “bambina”, introducendo un pronome di genere neutro, “hen“, che dal 2015 è entrato nel dizionario nazionale. Il metodo compensativo è stato ormai abbandonato, ma i bambini continuano a giocare insieme e ascoltano storie dove i protagonisti sono anche “nuclei familiari” non tradizionali.

L’idea è che la battaglia contro un il modello patriarcale debba partire dalle famiglie, dalle scuole e dalla formazione primaria, luoghi in cui i bambini trascorrono gran parte del loro tempo. Se, infatti, gli stereotipi di genere sono “costruzioni mentali” che si creano e si diffondono a partire dall’infanzia, allora è dall’infanzia che bisogna partire per decostruirli e superarli.

Secondo numerosi studi sull’identità di genere è in questo periodo che i bambini imparano a riconoscere i ruoli all’interno della famiglia e iniziano a capire le regole della vita sociale.

Secondo la ricercatrice Irene Biemmi, professoressa di Pegagogia presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze, l’asimmetria dei ruoli di genere permea la società a partire dai libri di testo scolastici, dove le protagoniste femminili rappresentano appena il 37%, percentuale che scende al 20% nei testi narrativi d’avventura. Esaminando poi i ruoli professionali associati a questi protagonisti, Biemmi ha individuato 50 diverse professioni svolte da personaggi maschili e solo 15 dai personaggi femminili, tutte meno gratificanti e prestigiose.

«Fin dalla nascita (e spesso ancor prima, già nel periodo dell’attesa della figlia/del figlio) gli adulti cominciano a tessere intorno alle bambine un mondo rosa pastello all’interno del quale si possono svolgere solo certe attività e praticare solo determinati giochi e sport. Processo analogo coinvolge i bambini che sono addestrati a vivere nel loro mondo azzurro dove sono banditi giochi, colori, atteggiamenti propri dell’altro sesso. La preferenza per il rosa e l’azzurro viene alla fine confusa come un’attitudine naturale, quando invece è un evidente prodotto culturale»

Ilaria Biemmi, Federico e Federica (2014)

Da qualche anno, anche la scuola italiana ha alzato l’attenzione verso l’educazione di genere e numerosi insegnanti organizzano laboratori specifici per orientare i bambini verso la comprensione dei generi e dei ruoli sociali.

Il confronto, l’ascolto e i giochi di ruolo sono un momento fondamentale nello sviluppo infantile perché consentono di decostruire la realtà, di riempirla di nuovi significati, di sperimentare e interpretare il mondo attraverso punti di vista e dimensioni differenti.

Non tutti gli studiosi sono della stessa opinione: alcuni psicologi infantili sostengono che i bambini hanno bisogno di avere una chiara distinzione tra generi per sviluppare la loro identità personale. Secondo altri, il tentativo scolastico di andare oltre gli stereotipi di genere rischia di essere reso vano dalla società in cui i bambini crescono, ancora altamente contaminata dalla cultura patriarcale. Una cultura che condiziona fortemente sia le ragazze, sia i ragazzi che non sempre si allineano al modello di virilità previsto dagli schemi patriarcali.

Se, come il sociologo Charles Bourdieu ha scritto, gli stereotipi di genere sono i più introiettati e difficili da combattere perché effetto di una «violenza simbolica» che si esercita in modo invisibile «attraverso le vie puramente simboliche della comunicazione e della conoscenza», allora la comunicazione e la conoscenza devono essere i primi obiettivi della lotta contro la disparità di genere.

La Svezia lo ha già capito e, forse, anche per questo è prima in Europa nel Gender Equality Index 2017, con un punteggio di 82.6 su 100. L’Italia, quattordicesima, ha ancora un lungo percorso davanti. Intanto, Piccolo blu e Piccolo giallo restano abbracciati, qualunque esso sia il loro genere.

Rosa Uliassi

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Laureata in Scienze Filosofiche, ora vivo a Milano, dove frequento un corso di Video Marketing e Digital Strategy. Mi interessano le questioni legate ai diritti umani e alla tutela delle minoranze, nel loro manifestarsi all’interno dei diversi contesti storico-politici.

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