gig economy lavoro
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Negli ultimi mesi una sentenza del tribunale di Torino sul ricorso di 6 riders di Foodora sta facendo molto parlare di un tema sempre più controverso, ovvero quello della gig economy, che apre le porte ad un nuovo mercato del lavoro.

I riders italiani hanno assunto un ruolo di avanguardia nella lotta sindacale in questo settore del lavoro, creando le prime formazioni sindacali e convocando la prima assemblea nazionale dei fattorini 4.0. Sono loro ad aver portato alla ribalta le problematicità della gig economy.

Diverse le posizioni a riguardo: chi accoglie questo nuovo modello di impresa con entusiasmo enfatizza gli aspetti inerenti all’innovazione tecnologica, alle nuove sfide dell’economia 4.0 e alla flessibilità e versatilità concessi agli addetti del settore; chi invece critica il modello della gig economy lo fa focalizzandosi sulle condizioni lavorative ancora poco chiare e sulle normative quasi inesistenti mettendo l’accento su quanto facilmente quello che sulla carta è un lavoretto occasionale possa trasformarsi in un vero e proprio lavoro senza tutele. 

Ma più precisamente di cosa stiamo parlando quando diciamo gig economy? Quali sono le condizioni di lavoro?

Come il professore di diritto del lavoro Antonio Aloisi ha dichiarato a Wired «la gig economy è un sistema di lavoro freelancizzato facilitato dalla tecnologia che ha a che fare con esigenze generazionali e sociali. È una forma efficiente di impresa capitalistica su lavori che scontano flessibilità ed intermittenza».

La condizione dei riders nostrani è in continua evoluzione ormai da diversi anni: oggi la maggior parte delle aziende utilizza il cottimo come metodo di pagamento, pagando una cifra che va dai 3,50 ai 5 euro lordi a consegna più bonus eventuali, inquadrando i lavoratori con un contratto di collaborazione, contratto fortemente contestato dai collettivi dei riders che spingono per il riconoscimento dello status di lavoratori dipendenti.
Il lavoro viene suddiviso in turni prenotabili settimanalmente tramite sistemi più o meno informatizzati che però non garantiscono lo stesso monte ore a tutti, favorendo i fattorini più assidui negli orari di punta oppure quelli con più consegne alle spalle.

Il vero problema però, oltre il cottimo, sta nelle condizioni lavorative: tutte le spese di acquisto e manutenzione dell’attrezzatura quale bici e telefono sono a carico del rider, non esistono congedi per malattia, gravidanza e assistenza a familiari, neppure le ferie. Nel momento in cui il fattorino decide di non prenotare turni o disdirli scende automaticamente nella classifica calcolata dall’algoritmo, indifferentemente dalla ragione dell’assenza. Un’ultima criticità è quella dell’assicurazione, che a seconda dell’azienda protegge il rider e terze parti da incidenti, ma solo per poche centinaia di euro.

Nonostante i riflettori della gig economy siano oggi tutti puntati sulle piattaforme di consegna come Foodora, Deliveroo e Glovo, c’è da dire che queste ultime non sono le sole a fare business 4.0 in Italia. Nel nostro paese esistono molte altre tipologie di impresa che si basano sul concetto di gig economy, offrendo i servizi più disparati e diversificando profondamente le condizioni lavorative degli addetti, elemento che rende particolarmente ostica la regolamentazione del settore.

Un altro esempio di impresa 4.0 che in questi anni ha fatto molto parlare di sé è Uber, azienda che si occupa di trasporto automobilistico privato.

Il colosso dei trasporti americano è sbarcato in Italia nel 2013, inserendosi in un mercato totalmente privo di regolamentazioni e causando non pochi problemi, sia di legge che di ordine pubblico, perché mentre il governo titubava nel legiferare in proposito, anche a causa delle molteplici versioni del servizio che arrivavano a portare in strada anche persone prive di alcuna licenza con la versione Uber pop (oggi disabilitata in Italia), i tassisti si organizzavano per protestare in massa contro quella che identificavano come concorrenza sleale.

Oggi la situazione pare essersi stabilizzata: per lavorare con Uber è necessario ottenere una licenza di noleggio auto con conducente, gli orari dei driver sono flessibili e personalizzabili e l’azienda preleva il 20% degli introiti. In questo modo Uber funziona come un network in grado di mettere in contatto e gestire la transazione tra cliente e driver, simile alle app di radiotaxi.

Prendendo spunto dall’idea di network, negli ultimi mesi stanno emergendo anche siti e applicazioni che hanno come unica funzione quella di mettere in contatto clienti e fornitori dei più disparati servizi, dal personale per le pulizie domestiche a quello medico, come helping e dottori.it. Chi decide di usufruire del servizio messo a disposizione rimane un libero professionista senza vincolo alcuno con il portale.

Abbiamo visto diversi esempi di gig economy ed è chiaro come questa nuova forma di business, entrata nelle nostre vite da pochi anni, sia riuscita a scuotere violentemente le abitudini e le credenze di molti, creando nuove opportunità ma al contempo mettendo in dubbio le certezze e spesso anche i diritti dei lavoratori dei settori in cui è subentrata.

Si tratta di un trend appena iniziato ma che rischia di travolgere in pochi anni un mondo del lavoro sempre più deregolamentato e precarizzato, una forma di progresso a cui la storia dimostra essere sterile opporsi ma che necessita di essere interpretata nell’ottica della garanzia dei diritti acquisiti negli ultimi 50 anni.

Si tratta di una nuova rivoluzione industriale a cui una rinnovata classe di lavoratori dovrà fare fronte sperimentando forme di coesione e di lotta ancora inedite, dove per ora i riders… fanno strada.

Alessandro Cuntreri

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In direzione ostinata e contraria da ancora prima di comprendere il vero significato di quest’espressione. Ho trovato il migliore degli amici in un punto interrogativo, la più calorosa delle amanti in un paio di cuffie e il più stimolante degli avversari in me stesso. Credo fervidamente nel potere delle parole e per nulla nelle parole di potere. I miei aggettivi e insulti preferiti sono, rispettivamente: kafkiano e terrone, probabilmente se fossi stato al posto di Samsa, non mi sarei risvegliato scarafaggio ma zecca. Per il resto seguo il calcio senza capirne nulla, come buona parte degli italiani fa con la politica e viceversa.

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