Kodachrome

«Siamo tutti così terrorizzati dal tempo che passa e del modo in cui le cose cambiano. Per questo siamo fotografi, conservazionisti per natura. Scattiamo per fermare il tempo, per imprimere momenti nell’eterno. Rendere tangibile la natura umana.»

Per chi non lo sapesse, le Kodachrome erano pellicole invertibili, già positive, che sono state prodotte per 70 anni fino ad uscire totalmente dalla produzione nel 2009. Fino al 2010 un unico laboratorio americano, Dwayne’s Photo, in Kansas, ha offerto lo sviluppo di tipo K14 per le ultime Kodachrome rimaste in giro. Mark Raso, un regista canadese indipendente, ha pensato bene di dedicare a questa storia un intero film in stile road movie, ispirandosi all’articolo “For Kodachrome Fans, Road Ends at Photo Lab in Kansas” scritto da Arthur Gregg Sulzberger sul NewYork Times, in cui viene descritto il folle pellegrinaggio degli ultimi possessori Kodachrome verso quell’ultimo laboratorio in grado di svilupparla. Durante tutta la durata del film accompagneremo il famoso fotografo Benjamin Ryder (Ed Harris), un inguaribile amatore dell’analogico, fino al laboratorio Dwayne’s. Il viaggio lo porterà a ripercorrere tutti i suoi rimorsi, gli stessi che dovrebbe risolvere prima di morire a causa del cancro al fegato che gli è stato diagnosticato. Ad accompagnarlo saranno suo figlio Matt (Jason Sudeikis), che lo odia perché lo ha abbandonato da bambino, e la sua infermiera Zoe Kern (Elizabeth Olsen).

Quello che mi ha colpito è stato il dolore che possiamo sentire per qualcuno e come lo affrontiamo” – Ha affermato Jason Sudeikis. Il film, infatti, ci fa riflettere molto sulle emozioni che proviamo nei riguardi di qualcuno e sulla catarsi generata dall’accettazione di queste, soprattutto quando meno ce lo aspettiamo. Nel caso del suo personaggio si tratta del padre, una figura molto vicina che lui non ha mai avvertito come tale, compiendo egli stesso un viaggio di guarigione spirituale. Si tratta di una storia prevedibile, niente che non abbiamo già visto prima in altri film come Nebraska (Alexander Payne, 2014) o King of California (Mike Cahill, 2008), e viene erroneamente etichettato come “commedia” essendo invece un dramma, ma, oltre alla sotto trama dedicata all’immensa arte della fotografia, porta con sé qualcosa che lo trasforma in un film che vale la pena guardare. Jonathan Tropper, lo sceneggiatore (Vinyl S01E03, 2016), ci pone dinanzi allo specchio della coscienza, ci spinge a riflettere sulle nostre azioni, suggerendoci di confrontarci con chi ci è vicino prima che questi ci lascino per sempre, e lo fa accompagnandoci con una soundtrack tutta rock e la pellicola kodak 35mm, creando un vero e proprio tira e molla tra la nostalgia e il superamento del passato.

Federica Migliore