ItalWomen

Non confessiamo nulla di nuovo affermando che il calcio è lo sport più amato in Italia. Oltre al riconoscimento volitivo nei confronti di una squadra, che si sviluppa nei singoli fin dalla tenera età, è forte e radicata nella coscienza degli italiani la devozione nei confronti della Nazionale azzurra. Un sentimento patriottico che, tuttavia, vale solo se sessuato al maschile.

Così, nel periodo in cui la Nazionale maschile ha fallito e deluso le aspettative di quanti sognavano di poter fare il tifo ai Mondiali 2018, l’ItalWomen raggiunge uno dei risultati più importanti della sua storia: la qualificazione al campionato mondiale di calcio femminile 2019. Stando al FIFA Women’s International Match Calendar, i Play-off si concluderanno intorno alla prima metà di novembre. Si tratta di un risultato storico per le calciatrici azzurre, ma noi non ne sappiamo assolutamente nulla: il motivo è che esiste una certa riluttanza nel riconoscere, al pari livello, la versione femminile dello sport più amato del nostro paese.

La storia della Nazionale femminile

La Nazionale femminile fa il suo ingresso nella competizione internazionale nel 1968, contro la Cecoslovacchia. Quest’anno, a distanza di vent’anni dall’ultima partecipazione, la Nazionale riesce a qualificarsi al campionato mondiale FIFA addirittura con una partita d’anticipo, primeggiando nel Gruppo 6 della sezione UEFA contro Belgio, Portogallo, Romania e Moldavia. La sua allenatrice è Milena Bertolini, ex calciatrice italiana.

L’attuale “capitana” (vale come licenza poetica) è Sara Gama. Classe 1989, le sue origini sono divise tra il Congo e l’Italia; il suo talento è emerso nella Juventus Women, la squadra in cui veste i panni di difensore e capitana. Quest’anno la Mattel, azienda di produzione di giocattoli, l’ha annoverata tra i 17 personaggi femminili più influenti del mondo, “che hanno saputo diventare fonte di ispirazione per le generazioni di ragazze del futuro“. Osserviamo come, rispetto ai recenti dibattiti sulla Nazionale maschile, in particolare al problema sollevato dal Ministro dell’Interno Salvini sulla difficoltà di riconoscere Mario Balotelli come capitano viste le sue origini, la Nazionale femminile non si sia fatta il minimo scrupolo. Nel primo caso la virilità viaggia sullo stesso binario della difesa dell’italianità classica e deraglia sul versante del talento, concentrando la sua attenzione sull’identità.

Le italiane si qualificano ai Mondiali 2019

Nazionale femminileLe italiane ce l’hanno fatta!“, eppure osserviamo uno stato di assopimento: non ci sono tifosi, non c’è entusiasmo in giro. Questo perché le due competizioni, che tecnicamente dovrebbero essere considerate allo stesso livello, nei fatti vengono percepite sulla base di una scala gerarchica, come se la mascolinità della prima corrispondesse al “contentino” della seconda, cioè una concessione offerta alle donne per poter praticare lo stesso sport a livello agonistico purché non scomodi la tradizione, perché la versione originale è sempre quella maschile. Ignorare vuol dire, in questi termini, non riconoscere sullo stesso piano, secondo i rituali canoni binaristici: esistono cose fatte per i maschi e cose fatte per le femmine, cioè un’antichissima contrapposizione che prevede una netta separazione tra l’azzurro ed il rosa, tra le partite di calcio e lo shopping, che si riversa, in aggiunta, in una lista diversificata di mestieri che sono adatti per le donne e per gli uomini, in base a ciò che viene loro trasmesso fin dalla tenera età, dal giocattolo al libro.

Questo significa, quindi, che il calcio non è uno sport, bensì uno spettacolo, un palco su cui salgono personaggi principali e comparse. Non è una sfida atletica in cui vince la squadra meglio assortita, ma una gara di supremazia. Che fosse un business lo sapevamo già: lo dimostra la scelta della programmazione pubblicitaria estremamente mirata, la guerra degli sponsor per accaparrarsi le migliori squadre, il marketing del corpo e dello spirito dei calciatori.

E nell’immaginario il calciatore non è considerato neanche un atleta: le osservazioni sul suo talento, sulla tecnica e sulle strategie accuratamente selezionate dal suo allenatore sono discorsi per addetti ai lavori ed appassionati. L’unica figura femminile che comunemente associamo al calcio corrisponde alla velina/modella che, dagli spalti, osserva ed esulta per i goal del suo compagno, relegandole ad un ruolo accessorio. Uniche eccezioni alla regola sono Ilaria D’Amico e Diletta Leotta, apprezzate dalla tifoseria maschile per meriti che vanno al di là della propria dialettica di conduttrici.

Non diremmo lo stesso di altri sport in cui, a meno che la competizione non si giochi in Nazionale femminilecoppia, la differenziazione uomo-donna è comunemente accettata. Questo perché il fisico femminile e quello maschile sono differenti. Pensare di risolvere il problema del riconoscimento attraverso proposte come le squadre “miste, che appaiono di tanto in tanto in alcuni tornei soprattutto locali, significa ricadere nello stesso errore delle quote rosa: mettere una toppa pur di forzare un’uguaglianza. È sul piano culturale che bisogna battere il ferro, affinché una competizione, femminile o maschile che sia, venga legittimamente posta sullo stesso piano.

Grazie a queste atlete si sdogana anche lo stereotipo della donna che, generalmente, non sa cosa sia un “fuorigioco”. Forse, guardandole correre, a qualcuna potrebbe venire in mente di vedere una partita. Sembra lecito chiedersi se il mancato interesse che la maggior parte delle donne hanno nei confronti di questo sport sia frutto della noia contro gli eterni protagonisti della storia: uomini che giocano, uomini che commentano, uomini che guardano. Non lo sapremo mai finché la situazione resterà tale. L’anno prossimo, dal 7 giugno al 7 luglio, proviamo a rivolgere uno sguardo alla Nazionale femminile, togliendoci gli occhiali degli stereotipi e dei pregiudizi, valutando quelle ragazze per il colore della maglia che indossano, così come facciamo quando sono gli uomini a rappresentare l’Italia nello sport. Sì perché Azzurro non denota il sesso, ma il colore della passione che infiamma a estati alterne gli Italiani. E così, dove non sono arrivati gli uomini ad avere la possibilità di dipingere i sogni dei tifosi, riconosciamo e affidiamo l’onere di questo compito alle donne: che siano, finalmente, protagoniste di una storia ancora da scrivere.

Sara C. Santoriello

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Dottoressa in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali. Attualmente studio Mass Media e Politica all'Unibo. Consigliera Provinciale & Resp. Comm. Comunicazione del Coordinamento Provinciale dei Forum Dei Giovani della Provincia di Salerno. Membro di Link - Coordinamento Universitario (2014-). Per Polis SA Magazine gestisco la rubrica "Around The Corner".

1 COMMENTO

  1. Tu non sai un cazzo di calcio femminile. Tu non sai della fatica che facciamo per 3 allenamenti e 1 partita ogni settimana. Tu non sai che anche in Serie A noi donne siamo dilettanti e che solo in squadre come Juventus e Brescia possiamo guadagnare per non fare altri lavori. Tu non sai un cazzo della differenza tra noi dilettanti e chi ha i soldi. Tolte poche di Serie A siamo povere in Italia e povere rispetto al resto del mondo, per questo quello che ha fatto la nostra nazionale è importante. Per farci arrivare un po’ di interesse e forse di soldi. Ma coi tuoi luoghi comuni, fidati che non sai davvero un cazzo del calcio femminile.

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