Da assistenzialismo passivo a cittadinanza attiva: le donne di Casa Rut

Chiunque pensi che la tratta di esseri umani sia un capitolo della storia passata si sbaglia di grosso. Il dramma della compravendita di uomini, donne e bambini, al pari di merce di scambio, è un fenomeno quanto mai attuale. Lo sa bene Suor Rita Giaretta, appartenente all’ordine delle Suore Orsoline del Sacro Cuore di Maria, che a Caserta ben 22 anni fa, ha fondato Casa Rut: una casa d’accoglienza per donne mercificate, schiavizzate e indotte alla prostituzione con la violenza. La maggior parte delle ragazze, accolte da Suor Rita e le altre Orsoline, provengono dai villaggi più poveri dell’Africa, in particolar modo dalla Nigeria.

Le giovani vengono avvicinate, nei loro villaggi d’origine, da malavitosi appartenenti a traffici illeciti a livello transnazionale e illuse da fallaci offerte lavorative, per cui troverebbero occupazione giungendo in Europa. Queste donne, spinte dal desiderio di sostenere le proprie famiglie, attraversano il deserto in un viaggio estenuante, durante il quale subiscono violenze, soprusi e torture. Una volta giunte in Libia, le violenze continuano a livelli inauditi e vengono vendute, al pari di oggetti, da ‘padrone’ in ‘padrone’. Talvolta vengono addirittura tenute in gabbia, come se fossero animali.
La tratta termina in Europa, dove sono abbandonate sui marciapiedi delle strade e costrette a prostituirsi, mercificando il proprio corpo e annullando la propria volontà.

Suor Rita Giaretta ha raccontato a Libero Pensiero News: «Noi di Casa Rut incontriamo le giovani per strada. Sono diffidenti, spaventate, assenti a se stesse. Portiamo loro viveri, acqua, coperte, tutto ciò di cui materialmente necessitano. Una volta compreso che possono fidarsi e affidarsi a noi, le ragazze confessano il viaggio travagliato, le violenze e le sevizie che hanno dovuto subire. Sono testimonianze di una crudeltà inaudita. Successivamente apriamo loro le porte di Casa Rut, offrendo assistenza materiale e psicologica.» 
Sono circa 600 le ragazze accolte finora presso Casa Rut e più di 70 i bambini nati, il maggiore di loro ha ormai 19 anni e un’altra bambina è in arrivo: verrà chiamata Emanuela.

Era il 1997 quando Suor Giaretta, insieme ad altre sue collaboratrici, per la prima volta scese in strada ed incontrò le giovani costrette a prostituirsi. «Le ragazze prelevate dai più poveri villaggi africani non hanno assolutamente idea di ciò che le attende qui. Sono ingenuamente motivate dal solo desiderio di aiutare economicamente le loro famiglie» racconta suor Rita.

Casa Rut non è solo una casa d’accoglienza, ma anche un trampolino di riscatto in cui ciascuna donna si riappropria della sua dignità«Durante la prima fase del percorso terapeutico svolto da noi, le ragazze prendono consapevolezza delle violenze e dei soprusi che hanno subito. Il riconoscimento del ruolo di ‘vittime’, anche sul piano formale, è alla base della concessione della cittadinanza per motivi umanitari da parte della Questura. Ma le ragazze non devono vedersi come ‘povere vittime da aiutare’, sono cittadine che dovranno inserirsi nella società. Per questo motivo offriamo loro corsi scolastici in lingua italiana, affinché possano comunicare col mondo esterno e sviluppare relazioni interpersonali. Invece, nella ‘New Hope’ avviano un percorso professionale in cui si mettono in gioco e acquistano indipendenza. Restare le ‘vittime che hanno sempre bisogno di assistenza’ non le aiuta. Riacquistare dignità sì, ridiventare protagoniste della propria vita!»

Sarebbe fin troppo semplice per le donne di Casa Rut limitarsi a ricevere passivamente supporto e usufruire dell’assistenza che certamente spetta loro, a fronte di ciò che hanno subito. Ma il percorso che si instaura all’interno della casa d’accoglienza va oltre, riuscendo a far comprendere a queste giovani donne l’importanza del mettersi in discussione nella società. Sviluppare con apposita formazione competenze professionali, ponendole al servizio della collettività, spiana la strada dell’indipendenza che a sua volta segna la svolta dall’assistenzialismo passivo ad un ruolo di cittadinanza attiva. Solo così ciascuna donna trova, delinea e ridefinisce il proprio spazio nella società.

Tina Raucci

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