In Italia il calcio più che unire divide, da sempre. Tifoserie rivali, bar reali e virtuali intasati di discussioni sulle decisioni arbitrali, infiniti dibattiti televisivi e de visu su chi sia il giocatore migliore in un determinato ruolo o in una determinata epoca. Il calcio, da quando la politica gli ha ceduto il passo, è sicuramente l’argomento che più divide le discussioni degli italiani. In tutti i casi tranne uno: quando si parla di Roberto Baggio.

Roberto Baggio è l’unico argomento calcistico capace di unire la totalità, o quasi, degli appassionati di calcio del Belpaese. Sarà per quella sua faccia da bravo ragazzo, mai sopra le righe e mai al centro dei gossip, sarà perché il suo nome è legato alle pagine più emozionanti e malinconiche della Nazionale degli anni ’90 o sarà semplicemente per le emozioni infinite che ha saputo regalare sul campo di calcio.

Sì perché Roberto Baggio non è stato un calciatore semplice ed ordinario, magari come quelli di oggi, abituati a dominare le partite dall’alto della loro prestanza fisica e di muscoli d’acciaio. Roberto con il suo fisico ci ha sempre litigato, a partire da quando aveva solo 18 anni – ed era appena stato acquistato dalla Fiorentina – il suo ginocchio fece crack e furono necessari 220 punti interni per rimetterlo “quasi” come prima. Ma questo non gli ha impedito, anche se magari glielo ha reso più difficile, di disegnare calcio, di scrivere poesie sull’erba e di dipingere quadri con il pallone. Giocate come il gol al San Paolo con la maglia della Fiorentina o quello alla Cecoslovacchia nel Mondiale del ’90, saltando tutta la squadra come in trance, esulano dalla efficacissima ordinarietà calcistica dei “fuoriclasse” odierni. Capolavori della riscossa dei deboli, quasi come una vera rivoluzione applicata ad un campo da calcio; come il gol in trasferta alla Juve con la maglia del Brescia, con l’inerme ed enorme Golia Van Der Sar accomodato a terra da uno stop a seguire troppo assurdo per non essere rivoluzionario. E rivoluzionario forse Roberto Baggio lo è stato, se non altro per come è riuscito a prendersi l’amore incondizionato e trasversale di tanti tifosi.

Sarà stato questo, forse, a dare origine al rovescio della medaglia, a far si che per quanto amore ricevesse dai tifosi altrettanto ostracismo ricevesse, fin troppo spesso, dagli allenatori. Tanti professoroni del campo con il culto della personalità, forse disturbati da quella passione universale che Baggio era capace di suscitare in ogni luogo in cui arrivava, o forse timorosi che una magia del campione potesse distogliere l’attenzione dalle presunte intuizioni tattiche inventate dal guru di turno. In troppi si sono sentiti in diritto di provare a rinchiudere il genio nella lampada della panchina, salvo poi strofinarla costretti a chiedergli aiuto nelle necessità. Troppi di cui non vale nemmeno la pena fare il nome, tranne che di uno: quel Carletto Mazzone, uomo tutto d’un pezzo dal carattere verace, che volle con sé il Divin Codino a Brescia lasciandogli senza invidie né timori le chiavi della sua squadra. Roberto rispose da campione regalando giocate magistrali e i migliori risultati della storia della squadra lombarda, portandola due volte in Europa, e arrivando a sfiorare nel 2002 il suo quarto mondiale, negatogli soltanto dal solito allenatore dubbioso e dal solito ginocchio di cristallo.

Ma se Baggio è stato nei suoi club la firma principale di scudetti e coppe portando a casa per questo anche un Pallone d’oro nel ’93, con la maglia azzurra è stato il campione della malinconia, del capolavoro sfiorato ma incompiuto, la personificazione del traguardo soltanto intravisto. Fu così nel ’90 quando il portiere argentino tolse dall’incrocio la sua punizione fatata che avrebbe evitato agli azzurri i rigori fatali, fu così nel ’94 quando il rigore di Pasadena quasi cancellò quanto aveva fatto per portare l’Italia fino a lì e fu così nel ’98 quando quel meraviglioso tiro al volo sfiorò “di tanto così” il golden gol che avrebbe spento i sogni della Francia destinata poi al titolo mondiale. Episodi che sono impressi nella memoria di tutti gli appassionati di calcio che hanno amato incondizionatamente quello che è forse il più grande calciatore della storia del nostro Paese e che, idealmente, erano insieme al pubblico di San Siro a tributargli nel 2004 l’ultimo grande applauso di una storia incredibile.

Flavio Giordano

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