Fin da piccoli abbiamo imparato a pensare allo sport come a un divertimento, un passatempo che ruba le mattinate più belle o come un obiettivo, un sogno. Per i più ambiziosi significava lavorare sodo per raggiungere un traguardo, magari uno di quei tipi di lavori che fai con piacere (il segreto della vita, insomma).

Nello sport come nella vita, d’altronde, esistono rischi e benefici (o costi, direbbero gli economisti). Metti sul piatto della bilancia e scoprirai da che lato pende e fin dove puoi spingerti, e a pro di cosa. Quel che accade davanti alla possibilità di coronare un sogno è ben più diverso, e bypassa solitamente ogni tipo di controindicazione.

Forse sono un po’ andate le generazioni che avevano in giovane età il sogno di fare il pilota. Un desiderio che non tanto si esprimeva per quel che fa un pilota, quanto per quello che questa persona rappresentava per la gente.

Chi non conosce Alex Zanardi non conosce l’automobilismo. Ha perso entrambe le gambe in un incidente in CART, dopodiché ha iniziato una nuova vita nel paraciclismo. Non si smette mai di correre.

Esseri umani sì, un po’ matti per certi versi e con la passione per il rischio della vita a 300 km/h ogni domenica. Al costo di potenti scariche di adrenalina e sensazioni di gloria, il pilota automobilistico aveva un certo fascino, diciamocelo. Essere un po’ schivo a volte ed esibizionista altre (vedi Lauda e Hunt, due esatti contrari) ma con la virtù della schiettezza e dell’onestà. La Formula Uno è tra le categorie di automobilismo più giovani in fin dei conti (va avanti dagli anni ’50), eppure non c’è stato modo di non trovare decennio per decennio personaggi che ne hanno alzato via via l’asticella rendendola incredibilmente appassionante. Un film improntato sulla caratterizzazione dei personaggi, piuttosto che sulla trama. Oggi ci troviamo a dover fare a meno di F1 sulla TV di Stato (mentre la Formula E avanza), quando è noto che fino a un decennio fa il mondiale in TV tirava tantissimo. Insomma, piace guardare chi rischia la vita perché dà emozioni forti. Non si direbbe che siano umani anche loro, e fa quindi effetto che prima o poi si finisca per doverli piangere, con lo shock che conosciamo tutti di queste ultime generazioni.

Niki Lauda torna ai box del Gran Premio di Suzuka ’76. Sta per scendere dall’abitacolo e ritirarsi, troppo pericoloso anche per lui continuare la gara. Il titolo va quindi a James Hunt, che finirà la gara e si laureerà campione del mondo.

C’era Cremonini che cantava, tra le tante cose, lamentandosi che da quando Senna non corre più non è più domenica. Alla fine quel che si nota è che si finisce per sorprendersi quando non si dovrebbe. In F1 e nel motorsport la morte ti sta sulla spalla, si incarna nelle sembianze di ciò che più caro hai al mondo e di ciò che perderesti se dovesse andar male. Chiedere a Niki Lauda che nel ’76 lasciò a James Hunt un mondiale meritatissimo, ritirandosi a pochi giri dall’inizio della torrenziale gara di Suzuka per volere personale. Non poteva andare avanti, il rischio era troppo.

Quello come altri fu uno degli episodi che iniziarono a muovere le coscienze nel Circus perché si intervenisse sulla sicurezza dei piloti. Dal tragico weekend di Imola dove si schiantò quel che fu il mito Ayrton Senna la F1 non è stata più la stessa. Ha perso mordente e ha perso fan. Nessuno poteva credere che quel signore lì avesse potuto sbagliare qualcosa, che un suo errore lo avesse spinto a schiantarsi al Tamburello. Eppure fu così, forse.

Francois Cevert e Jackie Stewart, team Tyrell

Oggi ci troviamo a commentare uno sport a parte, che ha ben poco da ricordare di ciò che fu fino a vent’anni fa o poco più. Meno rischi, forse più benefici per conto dei piloti. Che sono diventati meno eroi, anche se continuano a darsele e ad andare ogni anno più veloce. Fatto sta che qualcosa ha rotto gli equilibri, che la morte di Jules Bianchi ha di nuovo scardinato tutte le certezze su cui si fondava questo sport, così come successe per Senna o per Cevert (grande amico di Jackie Stewart). Incidenti che per eco sembravano disastri aerei e che a volte hanno coinvolto anche personale addetto alla pista. Un bagno di sangue che ha accompagnato la F1 per anni, che sembrava inizialmente soltanto un’imperfezione dovuta al mancato progresso tecnologico dei primi tempi. Ecco perché il fatto che nel 2014 ci si sia ritrovati a dover piangere un giovane ragazzo è stata la mazzata che ha ucciso ulteriormente lo spettacolo dell’agonismo, il rischio e il pericolo che inevitabilmente rientra nella vita di un pilota. Verrà fatto di tutto perché le vetture diventino pressoché invulnerabili, e il futuro del Circus non potrà non risentirne. Tra Halo e Formula-E, insomma, tutte strade in cui sicurezza e spettacolo saranno due componenti che non potranno coesistere. Il futuro dovrà passare per forza per un grande cambiamento, prima di tutto nelle teste dei fan.

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: google.com

 

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