Fernando Torres Atletico Madrid

Dopo 18 anni si chiude la carriera di Fernando Torres. L’attaccante spagnolo, simbolo di Liverpool ed Atletico Madrid, che in carriera ha collezionato 858 presenze, segnando complessivamente 295 gol tra nazionale e club, dopo l’esperienza giapponese al Sogan Tosu dice addio al calcio giocato tramite un post sul suo profilo twitter.










LA FINE DI UN’EPOCA

Per molti è la fine di un’epoca. Sarà perché chi lo ha seguito, in un modo o nell’altro, è rimasto folgorato dall’eleganza dei suoi movimenti, dal suo senso della posizione, dalla sua capacità di risultare decisivo, e, perché no, dal fascino delle sue scivolate da torero; sarà anche perché El Niño è sempre apparso come l’eterno giovane del calcio: il suo volto, perpetuamente cristallizzato in un’intoccabile gioventù, ha costantemente regalato la beffarda illusione che lui non avrebbe mai smesso, che avrebbe per sempre incantato ed esaltato il mondo con le sue giocate, così peculiari da risultare inimitabili.

A 17 diventa il più giovane giocatore ad aver mai esordito con l’Atletico Madrid, di cui diventa bandiera e nel quale militerà per ben 7 anni prima di ritornarvi a fine carriera. Torres è stato uno dei pochissimi giocatori così bravi da non farsi offuscare, nel momento di massimo splendore, dai re incontrastati del calcio mondiale. Sì, perché mentre Messi e Ronaldo iniziavano ad imporre la propria egemonia nel panorama internazionale, il ragazzo di Fuenlabrada permetteva alla propria Nazionale di portare a casa un Mondiale.

Fernando Torres è stato il simbolo di una delle squadre più forti della storia del calcio, uomo copertina del trittico di trofei conquistati con la maglia delle Furie Rosse. Se Messi e Ronaldo hanno rubato le copertine, Torres ha fatto qualcosa di più, scippando il trofeo più ambito con la propria Nazionale e lo ha fatto da protagonista, con quella classe ambita da molti, ma che appartiene a pochi. 

L’ex Liverpool è stato il perfetto terminale offensivo al quale qualsiasi squadra avrebbe voluto affidare le sorti delle proprie manovre di gioco, ma, soprattutto, è stato il perfetto interprete del passaggio di testimone dall’interpretazione classica del numero 9 a quella moderna. Il tiki taka funzionava anche grazie alla sua capacità di mettersi a disposizione della manovra collettiva, ma di porsi anche come finalizzatore implacabile su cui cucire tutti i dettami tattici.

LO STRANO PERCORSO DI TORRES CON I CLUB

Come quella di (quasi) ogni grande campione, la sua è stata una carriera strana. Forse l’unico neo dal punto di vista dei trofei in bacheca, eccetto la deludente e breve esperienza milanista (probabilmente la peggiore), è dato proprio dal suo trascorso al Liverpool, del quale è stato icona e al quale ha regalato giocate irripetibili e gol straordinari, senza, però, vincere alcuna competizione. Addirittura migliori da questo punto di vista sembrano essere le 4 stagioni al Chelsea, dove è riuscito a conquistare una Champions, un’Europa League e una Coppa di Lega, pur segando molto meno. E poi c’è quel ritorno al “nuovo” Atletico Madrid, molto diverso da quello che aveva lasciato nel lontano 2007. In Spagna, Torres ritrova se stesso, offre giocate, gol e spettacolo e tutte quelle cose che non era riuscito a mostrare nell’ultimo periodo al Chelsea e nella breve parentesi al Milan, rispondendo alla grande a chi lo dava per finito e conquistando l’Europa League nel 2018, primo trofeo europeo della sua doppia carriera in terra madridista.

FERNANDO TORRES: EL NIÑO DIVENTA HOMBRE

Insomma, cosa mancherà più di ogni altra cosa sarà la sua infinita classe. L’eleganza di Fernando Torres, e tutto ciò che ne discendeva, resterà nel cuore non solo dei tifosi che lo hanno sostenuto di partita in partita, ma di tutti quegli sportivi che ne hanno ammirato per anni le giocate e i deliziosi gol. Poco importava la sua forma fisica perché la semplice idea di avere contro El Niño Torres era già un pesante punto di svantaggio per ogni difensore avversario, consapevole di avere dinanzi a sé un elemento di insaziabile pericolosità e incisività. Se i suoi esordi e le sue giocate avevano fatto sentire giovane qualsiasi spettatore, il suo addio al calcio oggi ci fa sentire tutti profondamente vecchi: El Niño che impressionava a suon giocate pazzesche con l’Atletico Madrid nella seconda parte degli anni 2000 diventa “Hombre”, privando il calcio di un immenso fuoriclasse.

Fonte immagine in evidenza: beIN SPORTS

Giovanni Ruoppo