Fenomenologia e disagio dello straniero nella post-modernità
S. Salgado - Refugees

Tutte le società creano stranieri ma ognuna crea il suo peculiare genere di straniero. Per stranieri s’intendono gli individui impossibili da collocare nella mappa cognitiva, estetica, sociale e morale del mondo vissuto,  per il fatto stesso che tali stranieri siano penetrati in questo mondo. Essi rendono opaco ciò che dovrebbe essere nitido, alterano i modelli di comportamento acquisiti e inequivocabili, svelando possibilità insospettate.

Con la loro presenza sfocano o cancellano le linee di demarcazione che, per l’equilibrio spirituale degli abitanti di tal mondo, devono risultare chiaramente visibili; infine questa loro presenza sottrae alla gente le sicurezze di sé nel proprio ecosistema, suscitando anche uno sgradevole senso di smarrimento. Ebbene sì, ogni società conosce tali stranieri. Gli stranieri sono coloro, che attraverso una definizione semantica sotto-determinata, vengono classificati come indefiniti, e che, attraverso una definizione sovra-determinata, sono considerati come elementi contrastanti.

Quindi: gli stranieri sono coloro che con la propria esistenza insidiano l’invalicabilità delle frontiere e deturpano la solennità dell’ordine civile e sacro. Nell’ordine statuale non c’è posto per presenze ambivalenti. Dunque l’azione creatrice di tale ordine si esprime in un’aspra lotta contro l’ambivalenza, contro una diversità, momentaneamente, non decifrabile. Questi esseri mobili e auto-propulsivi sono un vero flagello, poiché le loro peregrinazioni mettono a nudo la fragilità, la casualità e la convenzionalità di tal ordine istituito e del confine tracciato. In questa lotta allo straniero, sono state applicate fondamentalmente due strategie (ben descritte da C. Lévi Strauss).

La prima è quella antropofagica, consistente nel ”divorare” gli estranei,  metabolizzandoli e trasformandoli in una sostanza indistinguibile dalla propria. Cioè rendere simile il dissimile, un cannibalismo culturale teso all’omologazione delle differenze interumane.

La seconda è quella antropoemica, consistente nel ”rigettare” gli stranieri escludendoli dal contatto con i legittimi abitanti del mondo ordinato. Quindi lo straniero viene o imprigionato, o ghettizzato, oppure eliminato fisicamente. Per la visione ordinatrice dello Stato e dell’ideologia nazional-razzista, l’estraneità non si estirpa, si possono solo eliminare gli estranei, comprese le loro strane, paurose e pericolose peculiarità. Bisogna distruggere il caos al fine di costruire l’ordine. Lo straniero è dannoso, con lui non c’è possibilità d’instaurare un modus coexistendi; l’ordine teme la pluralità, la sua stessa utopia vede le differenze come ignominiose e come un’indeterminatezza sfuggente e non assimilabile. Ma neppure la libertaria uguaglianza si concilia con lo straniero, poiché propagare l’idea di un’astratta uguaglianza non fa che acuire il riserbo identitario e la paura d’esser diverso. Del resto i fautori della tolleranza unitaria o egalitaria sono inclini all’intolleranza verso ogni straniero che non s’adegui. I vari melting pot, sperimentazioni urbane e sociali figlie del capitalismo industriale, sono sfociati, e sfoceranno ancora, nel martirio; non di certo nella splendida democrazia.

Se c’è odio non c’è comprensione e nemmeno condivisione. H. G. Gadamer ha scritto: ”La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande.’’ Si può intuire che la ragione umana non è fatta per isolarsi, ed è attraverso la ricerca di significato in sé e nell’altro che si dà un nome alle cose, che si esplora il linguaggio, si conciliano le differenze, s’espandono i pensieri e si creano nuove parole. Questo è uno dei tanti modi di far proprio il mondo circostante, di dis-alienare un mondo al quale, dopo tutto, ognuno di noi è nato come nuovo venuto, come uno straniero.

Il problema è lo straniero?

Gli scenari post-moderni sono instabili e nessun argine politico, nell’attuale Nuovo Disordine Mondiale, riesce a frenare la globalizzazione e la deregolamentazione economica che hanno accentuato il processo di polarizzazione tra paesi ricchi e paesi poveri e ciò ha reso possibile il passaggio da un progetto di comunanza politica, inteso come difesa dell’universale diritto a una vita dignitosa, al riconoscimento del mercato, quale garante della possibilità universale d’arricchimento individuale. Il contrasto, in atto, avviene tra la cultura predominante di tipo funzionale-economico e le minoranze etniche escluse; che il più delle volte si trasformano in moltitudini di pària vaganti da uno Stato all’altro.

Infatti, secondo le logiche socio-politiche, tali stranieri gravano sulle casse dello Stato, quindi sulle tasche del contribuente e bisogna liquidare le loro rivendicazioni al più basso costo possibile (Esercito Industriale di Riserva). Ma se la riabilitazione è più costosa della rimozione, è meglio optare per quest’ultima anziché reintegrarli nel rango di legittimi cittadini. In questo caos, gli sforzi del singolo individuo profusi per  la costruzione della propria identità sono immani.

La miseria umilia e degrada l’uomo, indipendentemente dalla sua provenienza, e di conseguenza si manifesta un dis-ancoraggio generale, dove ognuno ha smarrito un comune orizzonte umano del sapere che, a sua volta, rende possibile la conoscenza delle proprie radici culturali e permette  la visione di un modello identitario comune in grado di superare lo stigma etnico e reddituale.

Ma quanto più la società si globalizza tanto più l’identità è dispersiva e fittizia. La nostra sensazione d’identità è simile a una singola goccia paragonata all’immensità dell’oceano.

Questa ”ansia dell’identità” trova nello straniero un valore di sfogo. Quanto meno la gente controlla la propria vita, tanto più sarà incline a tacciare gli altri come minacciosi, e tanto più febbrilmente cercherà di liberarsi degli elementi estranei, sentendosene invasa e oppressa. Queste persone sopraffatte dalla debolezza possono essere convogliate in avversione verso altri deboli; tale avversione condensata rappresenta la base del dominio: un dominio tirannico e intollerante, basato sull’odio ma esercitato con la scusa di salvaguardare gli oppressi dall’oppressione.

Urge riempire di carburante razzista i serbatoi dell’entusiasmo per la comune questione nazionale. Questa è la politica mediocre che alimenta paura e fobie verso lo straniero; del resto è molto facile trascinare chi soffre di mancanza di potere al servizio di chi desidera acquisire potere su di loro. L’attuale  società non permette di focalizzare gli sforzi sul diritto di scegliere la propria identità come unico indice d’umanità e come caratteristica umana realmente universale, sull’inalienabile e inespropriabile responsabilità dell’uomo. Bisognerebbe valorizzare le opportunità d’emancipazione e concretizzare le possibilità di abbattere i muri divisori, di deporre le armi dell’odio e della morte, deporre ideologie fanatiche e tribali. La libertà di autodeterminazione deve soverchiare la logica del dualismo, della polarizzazione e dell’identità consumistica.

Allo straniero sono stati negati i mezzi necessari a una costruzione autonoma dell’identità, ciò lo rende un eterno errabondo, un eterno precario, un eterno sofferente.  Non siamo anche noi degli stranieri?

I. Kant disse: «Il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni di una universale ospitalità. Il diritto sulla superficie in comune al genere umano fa sì che la violazione di tale diritto avvenuta in un qualsiasi punto della terra sia avvertita in tutti i suoi punti».

Si è membri di una comunità mondiale per il semplice fatto d’essere uomini, si hanno diritti per il semplice fatto d’appartenere al genere umano.

 

Gianmario Sabini

Gianmario Sabini
Sono nato il 7 agosto del 1994 nelle lande desolate e umide del Vallo di Diano. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Adoro Marx, Nietzsche, Beethoven, Stravinskij, John Bonham, i Black Sabbath, i Pantera e i Tool. Detesto i moderati, i fanatici, gli spocchiosi self-made man, i tuttologi, Calcutta e i Thegiornalisti. Studio, scrivo articoli per LP, bevo sovente per festeggiare e per godere dell'oblio, suono la batteria. Morirò.

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