infortuni

Nel corso del terzo quarto della sfida contro gli Atlanta Hawks Stephen Curry vede rovinarsi addosso il suo compagno di squadra JaVale McGee – non esattamente un peso piuma (122 kg) – si infortuna il ginocchio ed è costretto a lasciare il terreno di gioco. Il due volte MVP tornava da due partite di stop per un altro problema, il solito alla caviglia, che l’aveva costretto a saltare due sfide importanti contro Portland e Minnesota, che gli Warriors hanno entrambe perso. Le caviglie fragili sappiamo essere state il più grande Everest che Curry ha dovuto scalare per poter avere una carriera al livello che merita e nelle ultime stagioni – quelle in cui ha conteso a James le chiavi della Lega – il problema sembrava essere risolto. In questa stagione, purtroppo, il problema si è ripresentato svariate volte. Nella sfida contro New Orleans dello scorso dicembre il colpo rimediato l’ha costretto a saltare undici gare consecutive. In questa stagione, il numero totale di distorsioni alla caviglia è salito a quattro, e adesso vi è anche il problema al ginocchio da valutare. La risonanza magnetica ha confermato la prima diagnosi che parlava di una distorsione al legamento collaterale mediale di secondo grado del ginocchio sinistro, sarà rivalutato tra tre settimane e solo allora si conoscerà l’entità di un infortunio che ricorda enormemente per dinamica quel che accadde lo scorso anno a Kevin Durant, travolto da Zaza Pachulia.

Per Curry sembrerebbe essere un déjà vu – nonché una maledizione. Nel corso dei playoff 2016 scivolando in una gara contro Houston si era procurato un altro infortunio al ginocchio, sebbene quella volta fosse il destro, e questo limitò non solo la sua straordinaria stagione (MVP unanime e record vittorie in regular season di Golden State) ma lo fece arrivare al meglio al rematch alle Finals contro Cleveland che tutti sicuramente ricordiamo. Blew up 3-1 lead…

La stessa preoccupazione che possiamo percepire a San Francisco la ritroviamo anche a Boston, dove nelle scorse ore è stato annunciato che Kyrie Irving sarebbe stato sottoposto ad un intervento scarsamente invasivo per alleviare l’infiammazione al ginocchio sinistro. Il problema di Uncle Drew con il ginocchio è storia vecchia e risale alla frattura che subì in gara-1 delle Finals 2015 quando vestiva la maglia dei Cleveland Cavaliers. E proprio per andare via dall’Ohio, secondo Joe Vardon di Cleveland.com, il giocatore avrebbe “minacciato” la dirigenza che se non avesse imbastito una trade si sarebbe dichiarato out per l’intera stagione. Irving ha poi smentito. Tornando al presente, il dolore si è ripresentato agli inizi di questo marzo e ha spinto il giocatore, considerata l’ottima posizione dei suoi Celtics in classifica (secondo posto blindato), di tenere a riposo il ginocchio per essere al meglio per la post-season. A quanto pare, però, non è bastata e così è stato costretto ad andare sotto i ferri e per quanto possa essere poco invasiva pur sempre di un’operazione si tratta e per adesso la sua presenza per l’inizio dei playoff è tutt’altro che certa. Potrebbe stare fuori dalle tre alle sei settimane. Così come un altro giocatore fondamentale di Boston, Marcus Smart, operato al pollice la scorsa settimana.

E così, due dei migliori giocatori del panorama mondiale non si sa né quando torneranno né come. Questo potrebbe cambiare enormemente gli scenari in vista dei playoff. E se ad est è comunque la squadra di LeBron James la favorita, ad ovest adesso Houston potrebbe avere qualche speranza in più di poter prevalere su di una squadra che sembra invincibile.

Gli infortuni sembrano sempre di più essere uno dei fattori maggiormente decisivi all’interno di una stagione NBA. Perché sono imprevedibili più di qualunque giocata e sono più devastanti di qualunque schiacciata. Già solo citando Curry e Irving abbiamo due serie di Finali “rovinate”, o quantomeno danneggiate. Nel 2015 oltre al n.2 i Cavs ad un certo punto dovettero fare a meno anche di Kevin Love. E questo fenomeno non preoccupa più solo i tifosi che ad ogni minimo contatto devono stare col fiato sospeso ma anche la Lega. La decisione di iniziare un pochino prima la stagione quest’anno è stata dovuta anche alla salute dei giocatori. Meno viaggi, meno partite ravvicinate, meno stress per i giocatori. Questo per evitare i riposi programmati che non avevano più il copyright di Popovich ma si stavano diffondendo a macchia d’olio. L’idea degli allenatori era semplice: rischio infortunio troppo alto, facciamo riposare i nostri migliori in determinate gare. Quel che nel calcio chiamerebbero il turn over, insomma. Solo che in una lega dove i giocatori hanno un’attrattiva migliore delle squadre e i biglietti hanno in media prezzi molto alti, non vedere giocare LeBron James o Kevin Durant o Russell Westbrook è una perdita economica.

Figurarsi perdere un giocatore All Star per un periodo lungo o, addirittura, per mesi interi. Chiedere per informazioni ai New Orleans Pelicans e DeMarcus Cousins. O chiedere a Derrick Rose che a causa della sua integrità fisica ha dovuto rinunciare ad una carriera lanciata verso l’Olimpo. O, ancora, a Kobe Bryant che ufficialmente si è ritirato nel 2016 ma che aveva smesso di essere il Black Mamba già dopo la rottura del tendine d’Achille nel 2013, un infortunio terribile per un giocatore di 34 anni. Anche Zlatan Ibrahimovic ne sa qualcosa.

Solo in quest’anno DeMarcus Cousins, Mike Conley e Andre Roberson hanno dovuto chiudere anzi tempo la propria stagione. Senza considerare Gordon Hayward che in pratica non l’ha mai cominciata. Kawhi Leonard sta andando a sprazzi da quando è stato messo k.o. da Zaza Pachulia, che fosse volontario l’intervento o meno. La lista potrebbe essere non lunga ma riempire lo spazio che occupano i volumi dell’Odissea, se nominassimo ogni singolo giocatore che ha avuto un infortunio importante negli ultimi anni. ESPN nel 2016 aveva fatto notare come nelle ultime due decadi le partite saltate da giocatori in rotazione (i sette più utilizzati) nei playoff fossero aumentate da 34 a 61. Quasi il doppio.

Qual è il motivo di questi infortuni? Non abbiamo un dato scientifico da riportare quindi ogni possibilità può essere il motivo. La nostra sensazione è che il numero di partite per squadra (82) al ritmo odierno sia ormai troppo. Si corre ad un ritmo nettamente superiore rispetto a vent’anni fa, ma i minuti sono rimasti gli stessi ed il numero di gare nella post-season è aumentato, considerando che il primo turno non si gioca più al meglio delle cinque ma delle sette.

Come fare per evitare che lo stress fisico per i giocatori continui ad aumentare? Non è una domanda che ci stiamo ponendo noi ma la NBA stessa. Forse la soluzione migliore sarebbe ridurre il numero di partite. Se non è stato fatto ancora è perché vi sono dei motivi economici alle spalle ma, a questo punto, vi poniamo noi un quesito: valgono di più 2460 partite di cui alcune inutili tra squadre che non hanno nulla per cui lottare e giocate ad un ritmo basso (e senza voglia di difendere) – per non dire imbarazzante – oppure 1800 partite in cui ogni singola sfida vale molto di più per le sorti della classifica e lo spettacolo offerto da questi atleti straordinari è maggiore, perché lo permette il fisico?

Michele Di Mauro

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