Le grandi battaglie femministe del PD
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La discesa in campo di Enrico Letta potrebbe mischiare le carte in tavola sui temi immigrazione, ius soli, voto ai sedicenni. Cambia il segretario, cambiano le priorità del partito progressista italiano. I problemi da affrontare hanno però radici profonde e le carte con cui giocare sono sempre le stesse. Non bisogna spingersi troppo oltre per capirlo. I controsensi del Partito Democratico, poi, sono numerosi: basta considerare l’ultimo periodo e le battaglie femministe portate avanti.

La storia recente

La triste pagina dell’assenza di ministre nella squadra di governo – tre ministri su tre incaricati sono uomini – ha riacceso il dibattito sulla questione donne. Sessismo e maschilismo sono temi che spesso riaffiorano nella società e nelle istituzioni. Se però tali temi diventano centrali all’interno del partito che lotta, o dovrebbe lottare, per la parità di genere e le lotte femministe la questione cambia: le contraddizioni diventano lampanti. Fatto trenta non si fa trentuno.

Nell’intervista rilasciata a Radio Radicale, Titti Di Salvo, deputata del PD, ha spiegato quanto il fatto abbia scatenato una reazione politica forte da parte delle donne del PD. «Non poteva essere passato sotto silenzio. La reazione si è tradotta in una richiesta di confronto nel Partito, nella direzione nazionale, per capire le ragioni della scelta e definire le modalità attraverso le quali non sarebbe più stato possibile rifare gli stessi passi». Spiega ancora la deputata che la direzione nazionale ha votato dieci impegni da non disattendere nelle scelte future. La proposta da parte del neo segretario Enrico Letta non è mancata. Alla fine alla guida dei gruppi parlamentari del PD di Camera e Senato sono andate due donne, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi.

La recente lotta femminista di Enrico Letta

Qualcosa nel frattempo è cambiato. L’Assemblea nazionale del partito democratico ha eletto Irene Tinagli vicesegreteria del PD insieme a Giuseppe Provenzano. Proprio la neoeletta ha commentato, in un’intervista a Repubblica, la situazione attuale: «Vedo dei progressi: l’Italia è il Paese che è riuscito a introdurre più donne nei consigli di amministrazione delle società quotate perché siamo stati tra i primi che hanno adottato norme specifiche su questo fronte. Ma ci sono ambiti in cui siamo molto indietro e uno di questi è la politica».

Con il cambio di regia si prospettano, almeno nelle intenzioni, tempi migliori. A confermarlo sono le parole del segretario del PD Enrico Letta pronunciate a Radio Immagina:

«Sogno di lasciare nel nostro partito, serenamente e tranquillamente, la leadership dopo di me a una donna, a una democratica, quando decideremo insieme che il mio tempo è scaduto. Se non diamo questo segno forte, anche in politica, non ce la faremo mai».

Anche se sembra assurdo dover considerare il genere nelle scelte che dovrebbero essere di puro merito. Retorica? Per nulla, anzi necessità. A dirlo sono i dati. Nessuna donna è mai stata segreteria del PD. A differenza di partiti come Forza Italia o Lega, nel partito progressista la componente femminile è meno protagonista della maschile. Volgendo lo sguardo all’estero la situazione resta, per l’Italia, scoraggiante. I partiti progressisti mostrano di estendere la partecipazione più al mondo femminile.

Una questione strutturale da cambiare adesso

Secondo i dati 2020 del World economic forum sul Global Gender Gap, nella graduatoria mondiale in cui figurano 156 Paesi, l’Italia è al 44° posto nel settore politico. Fanno meglio Paesi come Islanda, Norvaglia, Spagna e Germania. Se a essere considerati sono anche settori come economia, istruzione e salute, l’Italia scivola più in basso in classifica fino al 76° posto.

Anche se negli ultimi anni la situazione femminista in politica è migliorata rispetto al passato si è ancora lontani da una piena parità. Le battaglie femministe hanno bisogno di tanta legna sul fuoco. Ecco perché dare un segnale politico forte nella lotta al femminismo dovrebbe essere la priorità del PD. Fuori dal partito, e dentro prima ancora. Donne capaci ce ne sono e tante. Ciò che si chiede non è che possano ricoprire un incarico di rilievo in quanto donne. Piuttosto che non venga negata la possibilità in quanto tali. Se i segnali di cambiamento non arrivano da un partito progressista, da chi potrebbero arrivare? E soprattutto, se non ora, quando?

Alba Dalù

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