Senza il finanziamento pubblico i partiti sono in mano alle lobby?
Senza il finanziamento pubblico i partiti sono in mano alle lobby?

L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti politici ha causato loro un ingente crollo delle entrate, costringendoli ad attingere a strumenti ufficiali come il 2xmille, ma soprattutto esponendoli al rischio di dipendere dal finanziamento privato, delle associazioni e dei think tank che hanno serie problematiche di trasparenza: l’ombra delle lobby e degli interessi extra-parlamentari grava sulla condotta indipendente dei partiti politici.

La prima domanda a cui spesso bisogna rispondere è: ma il finanziamento pubblico è davvero stato abolito?

L’attrito tra opinione pubblica e i partiti politici si è inasprito dopo la campagna elettorale del 2008, quando, in concomitanza della crisi economica che dagli Stati Uniti avrebbe di lì a poco contagiato l’Europa e il mondo, venne reso accessibile il bilancio elettorale. Le cifre, spaventose, resero evidente la distanza tra il sistema politico e la cittadinanza. Il 4 ottobre 2009 sarebbe nato il Movimento Cinque Stelle, una delle prime realtà a puntare il dito contro il finanziamento pubblico ai partiti e, più in generale, i costi spropositati della politica.

L’attualità del tema e la sua facile presa sui comuni cittadini, vessati dalle impopolari leggi del Governo Monti, garantirono l’ottimo risultato, inaspettato, del Movimento fondato da Beppe Grillo alle elezioni del 2013. Già nel 2012 il finanziamento pubblico ai partiti era stato dimezzato – da 182 milioni di euro a 91 –, ma ritenendo tale provvedimento insufficiente, tra 2013 e 2014, il successivo Governo Letta lo abolì definitivamente, sostituendolo con altri metodi di raccolta fondi, non pubblici, ma privati.

Un sondaggio IPSOS del 2013 interrogava i cittadini sul futuro del finanziamento pubblico, il 32% non credeva all’abolizione, il 41% sosteneva che i partiti avrebbero trovato altre fonti pubbliche di entrate. Come previsto dal Decreto Legge 28 dicembre 2013, n. 149, a partire dal 2017 il finanziamento pubblico ai partiti è stato abolito.

Sono le lobby a finanziare i partiti?

Quando si parla di lobby di solito lo si fa con accezione decisamente negativa. Soprattutto in Italia, dove le problematiche della corruzione e della trasparenza sono arginate con scarsa efficacia. Il finanziamento pubblico ai partiti politici, seppur decisamente esoso, garantiva loro una certa indipendenza dagli interessi privati, ma dalla sua abolizione la situazione è decisamente cambiata.

Prendono vita in questo contesto le campagne di advocacy anticorruzione dell’ONG Riparte il Futuro, volte a raggiungere la totale trasparenza delle figure politiche e degli interessi che intendano portare avanti durante le legislature. Per evitare oscure ingerenze private o addirittura estere nella sfera politica, l’ipotesi di registri pubblici delle lobby e dei lobbisti è stata avanzata anche dall’analista geopolitico Francesco Galietti e dal principale esponente del Movimento Cinque Stelle: Luigi Di Maio.

Durante la recente campagna elettorale, l’attuale leader pentastellato ha dichiarato di voler abolire il 2xmille di cui possono usufruire le forze politiche (dalle quali è escluso il M5S, che non è un partito), ma soprattutto di introdurre «massima trasparenza su fondazioni e partiti» e «una terza via tra finanziamento pubblico e strapotere delle lobby private: una politica senza soldi, nella quale gli eventi sul territorio e le campagne elettorali vengono finanziate da microdonazioni completamente volontarie dei cittadini».

Il declino dei partiti: dalla sfiducia popolare alla crisi economica

Nel corso dell’ultimo ventennio la fiducia dei cittadini nei confronti dei partiti “tradizionali” è vertiginosamente crollata, accusati – talvolta a pieno diritto – di malaffare, corruzione, mancata trasparenza e di totale distacco dal paese reale. L’avanzata di forze politiche e movimenti cosiddetti populisti, in concomitanza all’abolizione del finanziamento pubblico, ha notevolmente ridotto il consenso dei partiti dell’establishment e anche i rispettivi introiti.

Dal 2012 al 2016, secondo l’approfondita ricerca di Openpolis, i loro bilanci (fondi pubblici, donazioni private, quote d’iscrizione e altre attività tipiche) si sono ridotti del 61%. Il 2xmille introdotto dal Governo Letta – che i cittadini possono devolvere a un partito politico o allo Stato – si è rivelato assolutamente insufficiente per coprire la voragine lasciata dall’abolizione del finanziamento pubblico. Oggi, le maggiori fonti di introiti per le forze politiche sono i contributi ai gruppi parlamentari di Camera e Senato (circa 52 milioni di euro all’anno), le donazioni dei singoli candidati e, infine, i cosiddetti think tank. Ed è proprio questo il vulnus del problema della trasparenza.

L’opacità delle fondazioni: serbatoi e lobby economici e clientelari

Evaporato il finanziamento pubblico ai partiti, è più attuale che mai il problema della trasparenza. Nonostante le donazioni private di singoli, enti e aziende si siano notevolmente ridotte dal 2013 (rispettivamente da 21 a 12,4 milioni, e sotto il milione di euro), tutte le entrate che si assestano tra i 5.000 e i 100.000 euro (il massimo consentito) vanno obbligatoriamente messe a bilancio, potendone tuttavia secretare il finanziatore. È diventato dunque prassi il passaggio di denaro privato non più direttamente nelle casse dei partiti, ma ad altre realtà: fondazioni e think tank.

Sull’opacità di questi istituti è sempre Openpolis ad avere sviluppato un’interessante dossier che ne testimonia la complessità. Sono 102 le fondazioni in attività, dalle quali derivano 3.026 incarichi rivestiti da 2.520 persone fisiche. Questo primo dato rivela come i think tank legati al mondo della politica spesso condividano figure di riferimento, con piedi e mani in più di una fondazione (Salvatore Biasco, Angelo Maria Petroni e Giulio Tremonti rivestono un incarico in cinque realtà differenti). Di queste 2.520 persone, ben 755 svolgono professioni non rintracciate. Come se non bastasse, i dati più preoccupanti sono quelli che seguono.

Su 102 fondazioni sono 93 quelle che possiedono dei canali di comunicazione attivi, e solamente 10 pubblicano i propri bilanci online (EYU, Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Glocus, Human Foundation, Italia decide, Magna carta, Fondazione Nilde Iotti, Open, Fondazione sviluppo sostenibile, Symbola). Di queste 93, solo sei hanno pubblicato l’elenco dei propri soci e finanziatori (Aspen, Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII, Fondazione Svilluppo Sostenibile, Italia decide, Open, Symbola).

Dunque, nonostante le indagini di Openpolis, restano per la maggior parte ignoti i principali contribuenti dei partiti politici, e con essi i loro interessi, siano essi personali, aziendali, di lobby.

Chi finanzia la politica? Non lo sappiamo.

Andrea Massera

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