Le guerre imperialiste sono troppo convenienti per farle finire / spese militari
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Il 21 febbraio Vladimir Putin ha firmato il riconoscimento dell’indipendenza delle Repubbliche separatiste filorusse di Donetsk e Lugansk. Pochi giorni dopo ha dato inizio alla «operazione militare speciale di denazificazione» e di peacekeeping con la quale ha de facto invaso l’Ucraina. La guerra in Ucraina va avanti dal febbraio del 2014. A oggi il conflitto ha prodotto effetti su larga scala: la questione concernente i rifornimenti energetici, la corsa al riarmo, le spese militari in aumento, la minaccia alla sicurezza alimentare nei paesi del Sud globale, in linea con quel concetto di «collisione storica» provocata in un paese dall’esterno. In diverse occasioni il presidente russo ha indicato l’espansione della NATO – la quale presto potrebbe accogliere fra le sue fila la Finlandia e la Svezia – a est come casus belli per l’invasione dell’Ucraina. Ma qual è la vera motivazione che ha spinto i russi ad invadere? E perché le “guerre imperialiste” sono tanto difficili da prevenire e da fermare? La risposta va ricercata, anche in quest’ultima caso, nelle convenienze del sistema dell’industria bellica.

Chi finanzia la guerra?

Lungi dall’essere animati da una politica di disarmo e neutrale, gli Stati europei e gli alleati NATO hanno infatti prontamente contribuito all’invio di armamenti in Ucraina, oltre che all’erogazione di cospicue sanzioni alla Russia. Il 31 marzo il Senato italiano ha approvato il disegno di legge (di conversione in legge) del cosiddetto decreto Ucraina, recante disposizioni in merito alla partecipazione di personale militare al potenziamento di dispositivi della NATO (VJTF, Task Force introdotta nel 2014), al contributo di mezzi terrestri, aerei e navali per l’area di responsabilità della NATO (per una spesa totale di circa 86 mln di euro) e alla cessione a titolo gratuito di mezzi e materiali di equipaggiamento militari non letali alle autorità governative ucraine.

Questa specifica disposizione ha richiesto, ai fini della sua approvazione, una deroga al divieto di esportare armamenti a favore di Paesi in conflitto. Sono previste, inoltre, misure preventive preposte alla sicurezza del sistema nazionale energetico, si autorizza lo stanziamento di 10 mln di euro destinati alle sedi diplomatiche italiane e ulteriori fondi per il “rafforzamento della rete di accoglienza”. Sempre lo scorso marzo, la Camera dei deputati ha approvato un ordine del giorno concernente l’aumento del PIL fino al 2% da destinarsi alle spese militari (entro il 2028 la spesa annuale dovrebbe toccare i 38 mld di euro).

Gli USA di Joe Biden hanno autorizzato ad aprile lo stanziamento di 33 mld di dollari in favore dell’Ucraina, di cui 20 mld per aiuti militari, una somma superiore a quella erogata annualmente dalla Turchia per la propria Difesa. Tale decisione si pone nel solco di quanto annunciato negli stessi giorni dal segretario della Difesa americano Lloyd Austin – «L’obiettivo degli USA non è soltanto permettere all’Ucraina di difendersi ma vedere la Russia indebolita» – e da Biden in Polonia a marzo – «Putin non può restare al potere». Anche la Germania di Olaf Scholz, dopo aver inizialmente vacillato alla prospettiva di inviare armamenti, ad aprile ha annunciato che fornirà cinquanta carri armati antiaerei all’Ucraina, in linea con il coinvolgimento degli alleati della NATO.

Nel contesto europeo, l’Osservatorio sulle spese militari italiane Milex ha affermato che le spese dell’operazione euro-atlantica in Ucraina, sostenute dalla quasi totalità degli Stati membri, saranno coperte dall’European Peace Facility, uno strumento finanziario legato al Consiglio Europeo, atto a «prevenire i conflitti, costruire la pace e rafforzare la sicurezza internazionale», e istituito nel marzo del 2021 «con una prospettiva settennale e una dotazione previsionale di 5.692 mln di euro». La quota di contribuzione annuale dell’Italia è del 12,5%, corrispondente a circa 125 mln di euro. Cospicui aiuti al Paese provengono inoltre dalla Banca Mondiale, per un totale di circa 1,5 mld di dollari destinati al sostegno militare e al proseguimento dei servizi governativi essenziali del Governo ucraino, come annunciato dal presidente David Malpass. Già a marzo erano stati approvati prestiti e sovvenzioni dall’istituto in questione. 

Le spese militari sono in aumento: un trend favorevole per l’industria degli armamenti

L’aumento delle spesa militari è un trend costante dal 2001, nonostante si cerchi di ricondurre alla guerra in Ucraina la causa di questa escalation. A marzo il Consiglio Europeo ha approvato il piano strategico di difesa fino al 2030 (Strategic Compass) che porterà alla nascita, fra le altre cose, di un corpo militare europeo di dispiegamento rapido di circa 5 mila unità.

Nel 2021 la spesa militare globale ha raggiunto la soglia dei 2mila mld di dollari, una crescita dello 0,7% rispetto al 2020. È quanto riportato nell’ultimo report pubblicato da SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), l’Osservatorio mondiale sull’industria bellica. Da soli gli Stati Uniti hanno speso circa 800 mld di dollari (il 38% del totale), a seguire Cina, India, Regno Unito e Russia; l’incremento più consistente registrato riguarda gli investimenti per lo sviluppo di nuove tecnologie militari. La Russia ha incrementato la spesa militare del 14% nel corso del 2021, presumibilmente in vista del dispiegamento di forze lungo il confine ucraino. In Europa, invece, la spesa militare del 2021 ammonta a 418 mld di dollari, in crescita del 3% rispetto al 2020 e del 19% rispetto al 2012.

Sempre il SIPRI, con riferimento a un report del 2020, illustra come le vendite dei 100 maggiori produttori di armi al mondo ammontino a 531 mld di dollari. Si posizionano nei primi tre posti in classifica corporations americane: Lockheed Martin, Raytheon e Boeing, che nel 2020 hanno fatturato dalla sola vendita di armi rispettivamente: 58,2 mld di dollari, 36,7 mld e 32,1 mld. Leonardo e Fincantieri si collocano rispettivamente al 13esimo e 47esimo posto. I ricavi delle due società dalla sola vendita di armi da guerra sono di 13,8 mld. L’industria bellica incontra il beneplacito degli Stati che acquistano gli armamenti, ne autorizzano l’export, detengono quote di partecipazione delle società produttrici. Fra le istanze dell’industria bellica, degli istituti di credito e d’investimento e degli Stati vi è talvolta una perfetta sovrapposizione, fra le politiche statali e le istanze di operatori economici privati (vedasi la questione del regime dell’IVA sulle armi in Italia, che rappresenta quel diritto – e quindi lo Stato che ne detiene il monopolio – quale «custode delle istanze del più forte»).

Il Ministero dell’Economia e della Finanza italiano detiene il 30,2% delle quote di partecipazione della Leonardo (ex Finmeccanica), società italiana produttrice di armamenti. L’industria bellica italiana trova l’appoggio parlamentare anche quando si tratta di esportazioni di armamenti in paesi quali il Qatar, Arabia Saudita, Egitto, Israele. Per questo motivo la famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016, ha denunciato lo Stato italiano per violazione della legge 185/90 che vieta l’esportazione e il transito di armamenti «verso Paesi [in conflitto o] responsabili di violazione dei diritti umani accertati dai competenti organi». Secondo un report del Governo nel 2021 l’Italia ha esportato armi per 4,6 mld di euro, con un saldo positivo di oltre 4 mld di euro.

A investimenti di somme così cospicue per incrementare le spese militari sono sottese mire egemoniche ed espansionistiche, e più nello specifico la spartizione di materie prime e mercati. Da questo punto di vista, la Russia, gli USA, e altri paesi del Nord del mondo, condividendo i medesimi obiettivi economico-produttivo (seppur con le proprie rispettive specificità e al di là del dato che alcune vengano considerate democrazie, altre autarchie) mirano in egual misura a mantenere o a conquistare aree di influenza economico-politica. Rosa Luxemburg, filosofa e rivoluzionaria di formazione comunista, in un suo articolo del 1899, affermava che il militarismo, «spreco di enormi forze produttive, rappresenta per la classe capitalistica un investimento irrinunciabile sul piano economico e il miglior sostegno della dominazione di classe sul piano politico e sociale».

Sullo sfondo della crisi bellica vi sono le contraddizioni dell’accumulazione capitalistica (nella sua fase suprema). Lazzarato, sociologo e filosofo, afferma che «la guerra crea la minaccia di uno spostamento del commercio internazionale e della finanza. Non è solo in gioco l’indipendenza dell’Ucraina [in quanto risulta difficile parlare di autodeterminazione delle popolazioni sia sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti che della Russia], ma la riconfigurazione politica internazionale di un mondo capitalista in crisi e decadenza». In un sistema predatorio che si nutre di quella «distruzione creatrice» data dal susseguirsi di crisi e devastazione, la guerra finisce per diventare parte integrante della macchina Stato-Capitale, come lo sono il lavoro, il razzismo, il sessismo, la produzione di differenze di cui si nutre. Un sistema predatorio di questo tipo è solo la stasi che teme, la stagnazione.

Occorre ricordare, solo a titolo esemplificativo, che dal 1989 gli USA si sono impegnati in 17 (cosiddette) «missioni umanitarie per la fratellanza fra i popoli». La ministra degli esteri britannica Liz Truss ha dichiarato ad aprile che «la NATO deve avere una visione globale ed essere pronta ad affrontare le minacce in tutto il mondo». La prospettiva sembra essere quella di una «guerra fredda globale e prolungata non solo contro la Russia ma anche contro la Cina». Il timore degli USA è quello di vedere il loro imperialismo sgretolarsi, perdere influenza in un possibile scenario in cui vi sia un’alleanza «tra una Russia ricca di risorse e una Cina tecnologicamente ed economicamente potente».

Il timore dell’Occidente è di non riconoscere più il proprio mondo qualora venissero disegnati nuovi rapporti di forza fra gli Stati e nei futuri mercati mondiali. La volontà di Cina e Russia è di prendersi quello spazio con la forza. Va da sé che nessuno dei principali attori geopolitici parte di questa contrapposizione ha nessun interesse a sottrarre finanziamenti all’industria bellica. Le spese militari che foraggiano le guerre imperialiste, dunque, non cesseranno di lievitare.

Celeste Ferrigno

Nata all'alba del nuovo millennio in una malinconica provincia del Sud, ora studio a Bologna. Il suono delle campane mi accompagna da tutta la vita in questa laica Italia - mi trovo sempre a vivere nei dintorni delle chiese. Mi piace scegliere bene le parole da dire. Anticapitalista e queer.

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