Higuaín

Sono ormai passati 2.005 giorni da quel torrido 29 luglio 2013, giorno in cui per la prima volta Gonzalo Higuaín si presentava al pubblico del San Paolo, accorso in massa [50.000 spettatori, ndr] per celebrare il nuovo fenomeno argentino durante l’amichevole contro il Galatasaray. Gonzalo era il primo campione già affermato che il nuovo corso del Napoli di De Laurentiis era riuscito a firmare: l’euforia, dunque, era più che giustificata. Nell’arco di questi anni ne sono accadute di cose, ma quello che è rimasto inalterato è la straordinaria capacità dell’ex Real di segnare e decidere le partite. Il Pipita ha scritto la storia del campionato italiano, l’ha fatto a suon di gol, record e campionati vinti. Ora può riabbracciare Sarri, forse il migliore allenatore che abbia mai avuto, non solo per come è riuscito a farlo rendere nei due anni assieme ma anche, e soprattutto, per il legame, quasi padre-figlio, che i due sono riusciti a stringere.

Le cifre che lo legheranno al Chelsea sono ben lontane da quelle con cui la Juventus era riuscito a strapparlo al Napoli e, in un contesto economico-calcistico in cui il senso della misura per le valutazioni dei cartellini sembra essere sparito, sanno quasi di regalo:

Nell’autunno 2006 Ariedo Braida era volato in Sudamerica per visionare dei giovani talenti, nuova argilla da consegnare nelle mani esperte di Carlo Ancelotti, che avrebbe saputo modellarla per creare una scultura importante. Il direttore sportivo del Milan aveva prima fatto tappa in Brasile per poi avventurarsi alla volta di Buenos Aires, la vera meta del suo viaggio. Gli erano stati segnalati tre giocatori, tre ragazzi dal sicuro avvenire. Il primo era Fernando Gago, ventenne regista del Boca Juniors, che secondo tutti gli scout argentini avrebbe preso le redini del centrocampo albiceleste, un giorno. Il secondo giocava assieme a Gago, era un esterno d’attacco e con 17 gol in 31 partite nel torneo di Clausura si era guadagnato i riflettori di molti club europei: Rodrigo Palacio. Il terzo, invece, giocava per i rivali degli Xeneizes, quelli che i tifosi dei club rivali chiamavano – e chiamano ancora – las Gallinas, e che con una doppietta nel Superclasico dell’ottobre 2006 aveva conquistato tutti, stampa compresa. Era figlio d’arte, anche suo padre era stato un giocatore ed aveva indossato la maglia del River (e quella del Boca). Veniva chiamato El Pipa, perché, come tutti i giocatori argentini, il suo soprannome nasceva da una caratteristica fisica ben precisa, la lunghezza del naso in questo caso. Suo figlio Gonzalo, però, poteva ambire ad una carriera di ben altro livello, tanto che già alla soglia della maggiore età aveva su di sé gli occhi di Paris Saint-Germain, Marsiglia e St. Etienne.

Braida lo sapeva bene e, dunque, se voleva assicurarsi il talento del giovane Pipita dove bruciare la concorrenza sul tempo. Non ci riuscì, per nessuno dei tre. E la colpa, almeno per quanto riguarda Gago e Higuaín, fu di un grande ex Milan, Fabio Capello, che da allenatore del Real spinse fortemente per portare i due giocatori a Madrid già a gennaio. È difficile che si possa restare impassibili alla fascinazione del club più importante della storia del calcio, e così, per una cifra totale di 34 milioni di euro, entrambi divennero giocatori blancos. Per Palacio, addirittura, dovemo aspettare altri tre anni prima di vederlo in Europa.

Higuaín
Il gol n.36 con cui Higuaín ha superato Nordahl, stabilendo il nuovo record di marcature in un singolo campionato di Serie A

Dopo Madrid, Napoli. L’impatto di Higuaín in Italia è stato stratosferico: abbiamo avuto l’opportunità di osservare uno dei migliori attaccanti che si siano mai visti nel nostro campionato. Probabilmente, il miglior giocatore dal post-Calciopoli dopo Ibrahimovic, sicuramente, quello che è riuscito a stabilire più record e ad essere più decisivo in area di rigore. Va detto che, a differenza dello Svedese, che non è stato il giocatore più dominante di questo inizio di millennio solo perché Ronaldo e Messi hanno oscurato chiunque, l’Argentino deve essere messo in condizioni ottimali per riuscire a rendere al 100%, come ha anche dichiarato lo stesso Sarri. In teoria, potremmo omettere quale sia stata la sua migliore stagione in carriera, ma ne parliamo per dovere di cronaca e per esplicare quanto il sistema di gioco nel quale era inserito lo abbia aiutato. Attenzione, per sistema non si intende il modulo di gioco, non solo almeno, ma i movimenti, gli schemi: la struttura intera, insomma, che viene creata per far sì che ogni pedina all’interno dello scacchiere si muova in un certo modo per produrre il miglior risultato. Perché 36 gol in 35 partite sono un’enormità, ma per segnare un numero simile di reti bisogna anche essere messi nelle opportune condizioni, e nella stagione 2015/16 Higuaín tirava verso la porta 5.5 volte a partita in media, un dato nettamente superiore a quello di qualunque esperienza precedente o posteriore. La realtà è che aver avuto un sistema offensivo che ruotasse attorno a lui e che facesse emergere le sue migliori caratteristiche – molto meglio palla a terra in area di rigore che palle alte – lo ha aiutato a raggiungere quello straordinario record. Certo, poi bisogna avere quel talento e quella capacità di concludere in porta.

Se a Napoli abbiamo visto una squadra in funzione di un singolo, alla Juventus abbiamo visto l’opposto. Higuaín è entrato all’interno di una rosa in cui nessuno è ritenuto indispensabile – per dirla alla Massimiliano Allegri – e che dispone di una quantità tale di campioni per cui non si gioca mai per un singolo, ma è il singolo a giocare per il collettivo. Una squadra che riusciva a riconfermarsi anno dopo anno, nonostante i continui cambiamenti e stravolgimenti di rosa, soprattutto nella stagione della rimonta. Il Pipita nella Juventus è cresciuto notevolmente a livello di capacità di sacrificio per la squadra, di lavoro sporco e concezione di una partita in cui era importante fare qualunque cosa pur di vincere. Nonostante questo, le sue medie a Torino non sono state così lontane rispetto a quelle di Napoli:

Higuaín

In generale, le medie realizzative di Higuaín, così come quelle di Eto’o prima di lui e Cristiano Ronaldo adesso, hanno sfatato il mito del fatto che in Spagna si segni di più perché si difende peggio. La realtà è che la differenza tra squadre come Real Madrid e Barcellona rispetto alle altre è così evidente che risulta difficile, spesso, opporre resistenza. Tra i top scorer del calcio italiano (80+ gol), Higuaín ha la quarta migliore media gol della storia della Serie A. Una media che prima di andare in rossonero lo vedeva addirittura secondo all-time (un gol ogni 125‘):

La storia di Gonzalo Higuaín ha avuto una componente tricolore importante anche nel suo passato lontano dall’Italia. Forse non era destino che la sua storia con il Milan avesse un lieto fine, così com’è accaduto anche con le altre due maglie italiane che ha indossato, per motivi diversi. Ma il fascino di cui siamo stati vittima in queste sei stagioni, quello sì, ha lasciato il segno sulla nostra pelle e nella nostra mente. Ha saputo conquistare tutti perché, al di là dei gol e dei record, è stato facile empatizzare con lui. Non si è mai comportato in maniera distaccata, né ha mai saputo contenere le proprie emozioni. Il campo da gioco è stata la sua isola Seaheaven, in cui abbiamo assistito ai suoi momenti migliori ma anche a quelli peggiori, alle esternazioni di gioia, per i gol e le vittorie, e quelle di rabbia, nei confronti di chi l’avrebbe spinto ad andare via prima da Napoli e poi da Torino. Higuaín lo abbiamo vissuto a pieno e ce ne siamo innamorati, perché lui ci ha dato la possibilità di entrare pienamente in contatto con lui. Anche se questo ha voluto dire amarlo fino al punto di detestarlo.

Higuaín saluta ufficialmente il nostro paese, adesso lo aspetta l’Inghilterra, voluto fortemente da Maurizio Sarri con cui ha avuto i migliori anni della sua carriera. A noi restano i gol, i ricordi, i record e quella meravigliosa sensazione di infatuazione, che non passerà presto.

Fue un placer, Gonzalo.

Michele Di Mauro

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