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Il calcio ai tempi di Recep Erdoğan

Come è cambiato il calcio sotto il potere di Recep Erdoğan, lì dove la politica è uscita dal Palazzo per contaminare con le proprie logiche esclusive il mondo dello sport.

Cengiz Ünder è senza dubbio l’uomo del momento in casa Roma: il suo talento, passato un po’ in sordina al momento del suo acquisto, sta esplodendo in maniera definitiva, consacrando il giovane Turco tra i talenti di maggior prospettiva del calcio europeo. Velocità, tecnica, esplosività: il classe ’97 è l’emblema di un mondo calcistico in piena rivalutazione, che investe nei giovani e produce risultati. Tufan, Emre Mor, Ünal e Çalhanoğlu sono solo alcuni dei nomi di livello recentemente fuoriusciti dai settori giovanili turchi.

Il fatto, però, è che il calcio ottomano debba essere visto in una chiave prospettica diversa rispetto al resto delle realtà europee. La purezza di quello che dovrebbe rappresentare un semplice sport, una forma di intrattenimento, che si sta già inevitabilmente contaminando con gli interessi meramente economici dei grandi presidenti-imprenditori, in Turchia è già da qualche anno un lontanissimo ricordo. Non sarà di certo sfuggita l’esultanza proprio di Ünder nella partita tra Roma e Benevento di una decina di giorni fa. Il numero 17 ha deciso, infatti, di celebrare la propria rete con un’esultanza militare. Nulla di strano, si dirà. D’altra parte, Batistuta prima e Osvaldo più recentemente hanno sempre celebrato le proprie reti mimando una mitraglietta, simbolicamente molto più compromettente. Tuttavia, e si torna a dirlo, quando si parla del binomio Turchia-Calcio non ci si può attenere alle categorie generalmente riconosciute nel mondo del pallone. Vi deve essere attenzione al dettaglio, e nel caso specifico il dettaglio suggerisce che nel post su Twitter il giocatore, nel dopo gara, abbia voluto dare un significato specifico alla propria esultanza. Ciò lo si intuisce dalla didascalia d’accompagnamento alla foto della celebrazione in cui comparivano le emoticon delle mani giunte in preghiera e di tre bandiere turche.

A chi non mastica molto di politica internazionale la didascalia sarà sembrata indubbiamente fine a se stessa. Il riferimento, però, è lampante: l’attaccante giallorosso ha voluto omaggiare i tre militari turchi caduti durante la guerra scoppiata il 20 gennaio ad  Afrin tra le milizie guidate da Erdoğan e gli esponenti del YPG (l’Unità di Protezione Popolare della regione curda della Siria) – recentemente affiancati dalle truppe di Damasco inviate da Assad. La punta dell’iceberg, dunque, di una commistione tra calcio e politica che in Turchia costituisce la prassi e che è tutt’altro che innocente e involontaria. Piuttosto una vera e propria strumentalizzazione delle risorse sportive per fini propagandistici che cela un disegno meticolosamente portato avanti dal Presidente Recep Erdoğan.

Non è un caso, infatti, che il former team proprio di Ünder, il Basaksehir Istanbul – attualmente primo in classifica – sia sostenuto economicamente dal governo, in quanto inscindibilmente legato all’AKP, il partito di Erdoğan. Il ”Presidentissimo” della Turchia, specialmente dopo i fatti di Gezi Park, nei quali vi fu una mobilitazione generale contro di lui da parte dei tifosi delle massime compagini della Süper Lig, si rese conto dell’importanza del calcio come mezzo di veicolazione del messaggio politico e come importante fattore d’influenza nell’acquisizione di consensi. Negli Stati Uniti è pratica comune tentare di espandere il consenso attraverso il coinvolgimento delle personalità sportive, mettendo in pratica un meccanismo in ogni caso esplicito di partnership tra la politica e lo sport. Ciò che fa Erdoğan è più capillare: manovrare in maniera indiretta gli idoli delle masse per poterne controllare la totale devozione verso di lui.

La Turchia non è una dittatura, almeno formalmente. Perché poi, guardando all’aspetto sostanziale della questione, l’obiettivo principe del Presidente turco non è altro quello di eliminare totalmente qualsiasi voce contrastante rispetto alla sua, con il fine ultimo di governare senza ostacolo alcuno. Per farlo, tuttavia, non è possibile attuare pratiche dirette di soppressione delle opposizioni, ma arrivare a tale scopo circumnavigando il percorso standard. Lo sport, dunque, risulta pratica di particolare rilievo nell’attuare certe pratiche, perché oltre – come detto – a veicolare il consenso, riesce ad avvicinare la personalità politica al popolo, rendendolo più appetibile. L’utilizzo di Arda Turan – capitano della Nazionale turca ed ex Barcellona, Galatasaray e Atletico Madrid – come sponsor per il ”Sì” al Referendum dello scorso 16 aprile (quello che ha trasformato la Turchia in una Repubblica presidenziale, per intenderci), ha costituito un segnale forte dell’utilizzo strumentale del folklore calcistico per scopi meramente politici. Una banalità, ma è anche attraverso chi ha votato positivamente in quell’occasione per il semplice fatto di essersi riconosciuto nel proprio idolo calcistico che Erdoğan ha acquisito poteri quasi illimitati.

Una corsa inarrestabile verso il raggiungimento di un potere sconfinato che sta travolgendo tutto e tutti, generando dissensi, ma soprattutto tanti consensi. E in questo panorama sportivo contaminato sono le piccole realtà a farne le spese, quelle che provano a fare blocco contro una dittatura non dichiarata ma infinitamente oppressiva. È il caso dell’Amedspor, una squadra del Kurdistan turco e, quindi, inevitabilmente anti Erdoğan, soggetta a più riprese a perquisizioni, sanzioni e ogni genere di pressione. Pressioni che provengono anche dai tifosi avversari, che sono soliti esultare contro di loro così come ha fatto Ünder contro il Benevento, sottolineando ancora di più quanto lo sport sia mezzo ma anche fine ultimo della politica. Neanche i gloriosi simboli del passato sono stati risparmiati dallo tsunami che sta facendo affondare la Turchia nel baratro della dittatura.

Hakan Sükür era un eroe. 200 gol con la maglia della Turchia (miglior score di sempre), una carriera vincente e variegata con un passato in Italia tra Inter, Torino e Parma. Il suo errore è stato quello di cercare nella politica un continuum ai successi ottenuti sul rettangolo verde. Dopo il suo ritiro, nel 2011, venne eletto deputato nel Parlamento turco con l’AKP. Nel 2013 si dimise e nel 2015 fu costretto, dopo essere stato accusato di aver insultato Erdoğan su Twitter, a fuggire negli Stati Uniti. Su di lui ora pende un mandato di cattura con l’accusa, peraltro, di far parte di una organizzazione terroristica. Anche il mancato golpe del 2016 è stato ricondotto a lui, oltre che a Fethullah Gülen (principale spettro che si aggira nei palazzi presidiati dall’ex sindaco di Istanbul). Ora il ”toro del Bosforo” è un re in esilio, a cui purtroppo è stata strappata via anche la gloria di ciò che è stato. La damnatio memoriae cui è stato brutalmente sottoposto dà l’idea della volontà del Presidente turco di voler eliminare qualsiasi traccia di dissenso presente e passato, anche se ciò vuol dire intaccare la storia sportiva del paese. Tutti i documenti riconducibili all’ex Galatasaray sono stati cancellati: ora Hakan Sükür è un reietto, costretto a vivere da fuggitivo limitandosi a gestire un cafè in California.

Hakan Sükür con la maglia del Galatasaray, il club dalla cui storia è stato completamente cancellato.

La politica, in Turchia più che in ogni altro luogo del mondo, è uscita dal Palazzo e si è riversata in un mondo incontaminato, strappando via il tifo dalla propria genuinità e asservendolo alle logiche particolaristiche della classe di governo. Il calcio nella terra bagnata dal Mar Nero non è più un momento di inclusione sociale, ma si fa detonatore dei più crudi conflitti, che nulla hanno a che vedere con le dinamiche sportive.

 

Fonte immagine in evidenza: Milanotoday

 

Vincenzo Marotta

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