Gemitaiz vs Salvini: il rap è ancora capace di dissentire?

Il rap è sempre stato un genere promotore di forti istanze sociali. Antisistema, ma sicuramente non in stile leghista. Musica di cambiamento sì, ma non nel senso in cui lo intende Salvini. Ciò nonostante la scena italiana sembra essere rimasta quasi del tutto indifferente alla svolta destrorsa del nostro paese. Un esempio è ciò che è accaduto durante la crisi Aquarius.

Mentre assistevamo alla scena del Ministro degli interni, che calato nei panni di un novello Gandalf impediva il passaggio di una nave carica di disperati invece che di un demone infuocato, personaggi di ogni genere commentavano la questione con toni più o meno aspri: Gino Strada, Emmanuel Macron, Matteo Renzi, Roberto Saviano e anche quel tuo zio un po’ fascista che “non è razzista ma…”.
Chiunque ha preteso di esprimere la propria opinione attraverso i social network, spesso superando i limiti del buonsenso e ancora più spesso quelli della grammatica di base, ma oramai sembra scontato che l’opinione pubblica si esprima e si formi proprio sul web, dunque nessuna sorpresa se questo o quel personaggio pubblico abbia deciso di schierarsi  tramite uno status o una storia.

Tutti hanno sentito di avere il diritto di esprimersi, non solo i politici ma anche attori, cantanti, musicisti e artisti di ogni genere, tutti tranne i rappers.

Sì, proprio i protagonisti della scena rap, quella che fino a una decina di anni fa era vista come la più sovversiva e pericolosa delle subculture è rimasta in un profondo quanto imbarazzante silenzio, almeno fino a che Gemitaiz, all’anagrafe Davide De Luca, non ha deciso di attaccare violentemente e senza mezzi termini il ministro dell’interno tramite una storia Instagram che ha scatenato un vero e proprio putiferio:

«Salvini ti auguro il peggio. Se muori facciamo una festa».

Certo non si può dire che il rapper romano sia mai stato campione di diplomazia né di ponderazione, in fondo chi lo conosce musicalmente sa bene che Davide non è propriamente l’esempio di rapper acculturato e che la sua musica non fa dei contenuti l’elemento principale  e nemmeno secondario: dunque, a maggior ragione, è possibile che per vedere il mondo della black music reagire abbiamo dovuto aspettare che si esponesse proprio chi di argomentazioni non ne ha mai avute nemmeno per sbaglio?

Commentare l’affermazione di Gemitaiz sarebbe superfluo, è palese che il giovane artista romano abbia usato termini più che offensivi e poco ortodossi, ma la vera questione a cui ci porta questo episodio non è tanto un problema di linguaggio quanto di coraggio che, al contrario del buon senso, gli va riconosciuto a pieno titolo.

Fa davvero così paura alla scena rap, a quella scena rap che sbandiera l’indipendenza come valore assoluto, il rischio di vendere due copie in meno?

Perché se questa è la ragione della mancata presa di posizione di molti, allora forse è anche peggio del non essersi esposti perché in accordo con il provvedimento di Salvini.
Non ha senso urlare ai quattro venti di essere indipendenti dalle majors, di poter scrivere quello che si vuole e di essere totalmente autoprodotti se poi ci si riduce a essere la mano che tiene a guinzaglio la propria libertà di parola.

Nessuno vuole tornare agli anni in cui la musica era più una questione politica che altro, in cui le ideologie erano eserciti in perpetua contrapposizione – culturale e non solo – anni in cui esplodevano bombe come fossero stati fuochi d’artificio e in cui i rapimenti erano quasi ordinaria amministrazione, un’epoca in cui il vero rivoluzionario forse era proprio il musicista non schierato. Ma siamo sicuri di non star andando incontro a un futuro in cui, per antitesi, saranno gli artisti stessi a diventare i propri censori?

Alessandro Cuntreri

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