Gli effetti sul clima di una guerra nucleare
Il conflitto nel Kashmir. Fonte immagine: wallstreetitalia.com

Quando nell’agosto 2019 un test missilistico finito male provocò il peggior incidente nucleare in Russia dai tempi di Chernobyl, la tensione che ne scaturì spinse il mondo sul baratro del timore di uno scontro armato con gli Stati Uniti. Una guerra nucleare dalle proporzioni immani, considerando che i due Paesi dispongono degli arsenali militari più vasti del pianeta, e che con la fine del Trattato sul controllo dei missili balistici la loro dotazione di testate è andata progressivamente ampliandosi. All’epoca, uno studio condotto secondo i modelli climatici più aggiornati stimò che, nel caso di un conflitto di tale portata fra Russia e Stati Uniti, fino a 150 megatonnellate di cenere (“fuliggine” nella definizione originaria, dall’inglese soot) si sarebbero disperse nell’atmosfera, causando la pressoché totale rifrazione dei raggi solari per circa un decennio, un crollo delle temperature di 9°C, la riduzione delle precipitazioni di circa il 30% e il collasso delle colture. Uno scenario talmente fosco – in tutti i sensi – per il clima del pianeta da mettere a repentaglio la sopravvivenza della specie umana, o almeno di quel che ne rimarrebbe dopo un simile evento.

È quello che gli scienziati definiscono convenzionalmente “inverno nucleare”, ovvero l’insieme di effetti alteranti sul clima di molteplici detonazioni atomiche, come quelle che nel 1945 rasero al suolo le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Fin dagli anni ’80, tempi di Guerra Fredda col rischio del conflitto sempre dietro l’angolo, diversi studi hanno provato a tracciare e descrivere cosa accadrebbe al pianeta in seguito a una nuova, ipotetica guerra nucleare. L’assunto di base è fornito dal moto convettivo dell’esplosione atomica, dalla caratteristica forma “a fungo”, che trasporta verso gli strati più alti dell’atmosfera polveri e ceneri che vengono poi disperse per effetto dei venti fino a formare una densa coltre scura nei cieli. La luce solare, intrappolata dalla nube e impossibilitata a raggiungere la superficie, convoglierebbe la sua energia negli strati più alti della troposfera, modificando profondamente il clima e lasciando il suolo privo delle risorse essenziali alla prosecuzione della vita.

Un’eventualità per nulla desiderabile, e al giorno d’oggi per fortuna remota. Tuttavia, nuovi e più recenti studi evidenziano come sarebbe sufficiente una guerra nucleare di dimensioni molto più ridotte, come ad esempio quello che potrebbe scoppiare fra India e Pakistan per via della regione contesa del Kashmir, per innescare conseguenze letali. A rilanciare l’ipotesi è la rivista Nature, basandosi sulle simulazioni più aggiornate attualmente disponibili. Le due potenze dell’Asia centrale dispongono di un arsenale che, pur non essendo paragonabile a quello delle superpotenze mondiali, supera con certezza le 100 testate: abbastanza per causare danni irreversibili agli ecosistemi. Un conflitto di tal guisa potrebbe causare la dispersione da 16 a 36 megatonnellate di cenere, con una riduzione del flusso solare dal 20 al 35%, un raffreddamento della temperatura in superficie da 2 a 5°C e drastiche riduzioni di pioggie, raccolti e biodiversità. Uno scenario forse non così drastico da causare l’estinzione della razza umana, ma abbastanza da andarci vicino.

La riduzione di aerosol atmosferico e flusso solare che seguirebbe un conflitto nucleare di varia entità
[fonte: sciencemag.org]
I cambiamenti di precipitazioni e temperature nei medesimi scenari di cui sopra
[fonte: sciencemag.org]

I modelli utilizzati, è bene specificarlo, si basano per le proiezioni sul clima su dati statistici imparziali o presunti, come quelli raccolti dopo il disastro alla centrale di Chernobyl o quelli forniti dalle eruzioni vulcaniche e dagli incendi boschivi che disperdono una gran quantità di cenere e fumo. Devono inoltre tener conto di numerose variabili, come la zona colpita dalle ipotetiche ostilità, la densità urbana, la presenza di mari e la ventilazione. Parafrasando il commento di Alan Robock, climatologo della Rutgers University, per quanto possa apparire lugubre, lo scoppio di una bomba atomica nell’area suburbana di Atlanta sarebbe ben diverso dall’esplosione in una delle popolose città dell’India o del Pakistan. Sono fattori da tenere in conto, assieme al contesto geopolitico e ai fronti più “caldi” della diplomazia mondiale come quelli in Corea del Nord e in Iran.

Il dato certo, tuttavia, è che un qualsiasi conflitto nucleare, anche di proporzioni ridotte, sarebbe in grado di scatenare conseguenze sul clima drammatiche e incontrollabili, perfino più di quelle causate dal riscaldamento globale. Tralasciando il costo in vite umane, l’avvelenamento da radiazioni e la distruzione, una delle peggiori sarebbe senz’altro la carestia: a un calo di temperature e precipitazioni per periodi di tempo prolungati farebbe infatti da contraltare una resa minore di terreni e raccolti. Verrebbe così a mancare una parte consistente (nell’ordine del 10-12%) di mais, grano, riso e soia indispensabili per l’apporto calorico quotidiano. Le riserve alimentari potrebbero far fronte per appena un anno, dopodiché a pagarne le spese sarebbero i Paesi più poveri ed esposti alla siccità: a rischio si troverebbero centinaia di milioni di persone, se non miliardi. Similmente, gli oceani sperimenterebbero una ridotta capacità di assorbimento di carbonio e un aumento nei livelli di pH – il contrario di quanto sta avvenendo ora con l’innalzamento delle temperature – che a sua volta causerebbero una ridotta concentrazione di aragonite, minerale composto da carbonato di calcio che le forme di vita marine utilizzano per calcificare gusci ed esoscheletri. Come spiega Nicole Lovenduski, oceanografa della University of Colorado Boulder, questo significherebbe la perdita dei sistemi corallini del Pacifico, già stressati dall’acidificazione, e di numerose altre specie marine.

Per quanto possa apparire surreale, fantasioso o irrilevante al confronto con altre emergenze ben più attuali, la guerra nucleare è un’opzione sempre più verosimile man mano che il depauperamento delle risorse naturali e l’aggravarsi della crisi climatica pongono interi popoli e nazioni sotto il giogo della povertà. Con l’inasprirsi delle tensioni sociali le élite politiche ricorrono all’arricchimento nucleare come mezzo deterrente e di ricatto diplomatico. E anche se a nessuno conviene arrivare al punto di “premere il bottone”, bisogna esser consapevoli che negli ultimi decenni l’umanità, anziché perseguire un percorso di pacifica convivenza e cooperazione, si è innestata lungo un tortuoso sentiero di corsa agli armamenti che pendono come una spada di Damocle sul nostro destino presente e futuro.

Emanuele Tanzilli

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