Marijuana proibizionismo narcotraffico

In principio c’era la droga. Le droghe hanno accompagnato sin dall’alba dei tempi l’evoluzione dell’umanità. Tra le tante droghe naturali, la marijuana rappresenta l’unica pianta al mondo che può essere utilizzata come droga o come fibra. È una pianta che non necessita di additivi, poiché già contiene in sé più di 400 sostanze chimiche naturali.
Originaria dell’Asia Centrale, la marijuana è stata utilizzata per scopi medici, spirituali, religiosi o ricreativi (tramite inalazione o vaporizzazione) da almeno 5.000 anni. In Cina veniva consumata già nel 4000 a. C. Veniva utilizzata soprattutto durante rituali induisti e buddhisti. Successivamente è stata esportata in Egitto e in Assiria, sino ad arrivare a Roma. Per fumarla si sminuzzavano foglie e fiori che poi affrontavano un processo d’essiccazione. Gli egiziani producevano l’hascisc, cioè la resina della marijuana. Nel VII secolo a. C., i celti commercializzavano la canapa diffondendola nel Mediterraneo tra i greci e i romani, che la adoperavano nella produzione di dolci. La marijuana veniva coltivata in Asia, Medio Oriente e in molte aree del Mediterraneo sia per la adattabilità e la resilienza della fibra, con cui venivano fabbricate corde, abiti e vele navali, sia per i suoi effetti psicoattivi.

Plinio, M. Polo e A. M. Muwaffaq in alcuni scritti menzionavano le pratiche rituali svolte durante il consumo di marijuana. Nei secoli successivi in Europa e in Africa l’utilizzo della marijuana è stato massiccio. Nonostante le svariate condanne della Chiesa, la marijuana a scopo ricreativo divenne una moda tra gli intellettuali, tanto che nell’800 a Parigi nacque il Club des Hashischins  frequentato da Hugo, Dumas, Baudelaire e  Balzac. Poi gli inglesi esportarono i semi in Giamaica, gli spagnoli in Messico e attraverso il contrabbando giunse negli attuali USA. Infatti G. Washington e T. Jefferson erano grandi coltivatori e consumatori di marijuana. Infatti la Dichiarazione d’Indipendenza degli USA è stata stesa su carta di canapa.

La marijuana serve all’industria tessile e cartacea per via della sua resistenza; dai suoi semi si ricava olio commestibile, creme, pomate e saponi; ha molteplici proprietà curative. Ma, durante il XX secolo, si è diffusa una ferrea demonizzazione a causa della presenza in essa di tetraidrocannabinolo (THC).

Questo principio attivo ha fatto sì che la cannabis venisse, dopo millenni di libero utilizzo, annoverata tra le «droghe proibite». 

Inizia l’era del proibizionismo.
Sin dall’inizio del XX secolo negli USA s’è instaurata un’impostazione legislativa fondata sul binomio razzismo-proibizionismo. Negli anni ’20 con la Convenzione Internazionale di Ginevra ha inizio la criminalizzazione delle sostanze stupefacenti e dei rispettivi produttori e consumatori.

In seguito, il Marijuana Tax Act del ‘37 ha inferto il colpo di grazia alla coltivazione della canapa, mettendola al bando negli USA. Di riflesso, la canapa è stata bandita in gran parte del resto del mondo. Nel ’71 Nixon ha dichiarato guerra alla droga, nell’86  Reagan ha continuato la guerra, sino ad arrivare a Trump. Gli USA si sono erti a poliziotto mondiale nella lotta alla droga. Tali decisioni sono il frutto di una pericolosa idea in base alla quale il divieto di fabbricazione ed esportazione di droga ne avrebbe estirpato il consumo. In realtà la domanda, soprattutto negli USA, s’è incrementata notevolmente. Però ciò ha permesso una più invischiante egemonia statunitense economica e militare in America Latina, in Medio Oriente e in Africa. Dunque, le fallimentari politiche proibizioniste degli USA nascono da una visione colonialista, conservatrice e segregazionista. Nonostante ciò il 5% della popolazione mondiale consuma marijuana almeno una volta all’anno, mentre all’incirca 35 milioni di persone la consumano quotidianamente. Decenni di bigotta disinformazione propagandistica non hanno scalfito la diffusione di marijuana.

A livello mondiale il traffico di droga rappresenta lo 0,9% del PIL.

Infatti il commercio illegale di droga è altamente remunerativo; i profitti del narcotraffico provengono per la maggior parte dai Paesi ricchi: il 44% dagli USA e il 33% dall’Europa. Ovviamente il proibizionismo è un fattore determinante nella fissazione iniqua tra il prezzo iniziale e il prezzo finale della droga. Più alto è il rischio, maggiore è il guadagno. Il narcotraffico genera un profitto annuale pari a 350 miliardi di dollari. Approssimativamente il 41% della marijuana Sudamericana giunge illegalmente in Europa. Mentre gli USA consumano il 60% delle droghe prodotte nel mondo e il numero dei consumatori si aggira intorno ai 25 milioni, cioè il 9% della popolazione. In Africa il commercio illegale di marijuana serve a finanziare i conflitti armati in Senegal, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Liberia, Sierra Leone e Congo.

Proibizionismo e corruzione

Insomma, le politiche antidroga globali applicate negli ultimi decenni hanno acuito le problematicità: in primis, hanno alimentato la corruzione della classe dirigente e il mercato illegale della droga a vantaggio delle criminalità organizzate, di conseguenza s’è generato un «narcocapitalismo»; in secundis, mossi da una morbosa morale puritana si è ulteriormente accresciuto il consumo e la produzione di droga e s’è acuito il fenomeno socio-politico di stigmatizzazione e repressione del tossicodipendente. Inoltre v’è stata un’assurda equiparazione giuridica tra droghe leggere e droghe pesanti; in seguito, contraddittoriamente e con teorie pseudoscientifiche, ma per ovvi interessi economici, è stata attuata un’arbitraria legalizzazione dell’alcol e del tabacco. Le aziende produttrici di bevande alcoliche e di tabacco hanno profitti elevatissimi, derivanti da un’immane tragedia sociale.

Secondo l’OMS, il consumo d’alcol ogni anno causa la morte di 3 milioni e 300mila persone e genera più di 200 malattie o disturbi; mentre il consumo di tabacco genera ogni anno 6 milioni di morti. Nella storia dell’umanità non è stato registrato alcun decesso a causa della marijuana. Inoltre, la canapa intaccherebbe i profitti delle aziende petrolifere, a causa della sua fibra resistente, duttile e biodegradabile. Potrebbe sostituire i materiali sintetici petrolchimici, inquinare meno e diminuire le pratiche di deforestazione, ma l’ecologismo non è proficuo per le lobby petrolifere.

Proibizionismo o legalizzazione?

Il proibizionismo ha fallito, la droga continuerà a esistere nel mondo. Bisogna regolamentare e tassare la produzione e la vendita; urge prevenire i rischi del consumo di droga come una questione di salute pubblica e non criminale, si devono finanziare le campagne d’informazione, emanare norme più umane fondate su prove scientifiche e nel rispetto dei diritti umani, e continuare la lotta alla corruzione politica e al mercato illegale.

Perciò legalizzazione e depenalizzazione possono essere valide alternative. Paradossalmente negli USA, Colorado e Washington sono stati i primi Stati ad autorizzare la vendita di marijuana anche a scopi ricreativi con notevoli risultati sociali ed economici.

La giornalista messicana Cecilia González nel suo libro: «Storia Segreta dei Narcos», cita il caso dell’Uruguay, che nel 2013 è stato il primo Paese al mondo a legalizzare la produzione, la vendita e il consumo di marijuana, risolvendo il problema del traffico illegale.

Scrive Cecilia: «Il presidente dell’Uruguay J. Mujica, ha promosso la legalizzazione della marijuana con argomentazioni pragmatiche e critiche fondate sulla guerra fallimentare contro la droga. Mujica ha detto: «La marijuana è una piaga alla stregua del tabacco. Nessuna dipendenza, al di fuori di quella dell’amore, è raccomandabile, ma n’esistono altre, perciò vanno affrontate. L’importante è sottrarre l’attività al narcotraffico. Sono fermamente convinto che la persecuzione della tossicodipendenza non è la soluzione. Bisogna avere coraggio e audacia, cercare nuove vie». L’obiettivo è combattere il narcotraffico e non promuovere il consumo. Lui ce l’ha fatta! È solo nel riconoscimento delle vittime che si cela la chiave per la progettazione di nuove strategie in un panorama che oggi appare nero, ma che speriamo assuma colori diversi».

Gianmario Sabini 

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