Project Zero ambiente moda

Non è più un segreto il fatto che la Terra sia in emergenza climatica, ormai satura del nostro inquinante modus vivendi, danneggiata dalle emissioni di CO2, dagli scarichi industriali e da tutto il materiale non riciclabile che è in circolo nei fiumi, nei mari, negli oceani e in tutto l’ecosistema. Finalmente allarmata dagli scienziati, l’Unione Europea promette, entro l’anno 2030, una riduzione del 40% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990, mossa però non sufficiente per contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C dall’era preindustriale. Visti i cambiamenti repentini che segnano tragici punti di non ritorno nel nostro ambiente (il rilascio di metano e carbonio dal permafrost in fusione, l’accelerazione dello scioglimento dei ghiacciai antartici, la moria di massa dei coralli e la perdita delle foreste pluviali e boreali) gli attivisti cercano di trovare soluzioni alternative. Tra le varie proposte da fonti e organizzazioni differenti, Project Zero è una campagna che punta a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione degli oceani e di tutto il nostro ambiente, lanciata da personaggi che appartengono al mondo della moda e dello spettacolo.

Si tratta, nello specifico, di un’iniziativa globale supportata da scienziati, imprenditori e attivisti, che mira a sensibilizzare e galvanizzare il sostegno al mantenimento dell’equilibrio ecologico. Project Zero è mosso dal mondo della moda di Hollywood, vedendo quindi come protagonisti personaggi noti al grande pubblico che si sono esposti in prima linea per puntare i riflettori sull’inquinamento delle nostre risorse idriche. «Proteggiamoli!» è uno degli slogan della campagna, insieme a «Invertiamo la tendenza sull’emergenza clima».

Tra i nomi di spicco di Project Zero Kate Moss e Cara Delavingne, due stelle di un’importante costellazione che comprende Rita Ora, Pixie Geldof, Will Poulter e Poppy Delevingne. Mettendosi a nudo ed esponendosi direttamente, tramite un video hanno invitato gli spettatori a «invertire la tendenza alla crisi climatica, poiché metà delle barriere coralline del mondo sono già morte e il 60% della pesca è crollato. Di fronte a questi dati non c’è da meravigliarsi: solo il 2% di essa è protetta».  
Con Project Zero si punta, quindi, a colpire empaticamente un pubblico di fruitori particolarmente ampio grazie al raggio d’azione su cui possono puntare figure impegnate nel mondo della moda, del calibro di Kate Moss o di Cara Delavingne. Come dei megafoni ripetono e amplificano le preoccupazioni e i per niente rincuoranti risultati degli scienziati. Oltre a incoraggiare le persone ad astenersi dall’utilizzare bottiglie e sacchetti di plastica, Project Zero ha creato un’installazione interamente realizzata con materiali riciclabili e riutilizzabili a Carnaby Street, a Londra, che mira ad aumentare la consapevolezza della difficile condizione del nostro ambiente. I visitatori possono “toccare per donare” £ 3 per Project Zero in varie località di Carnaby, tra cui JinJuu, Head Pub di Shakespeare, White Horse Tavern e il Dipartimento del caffè e degli affari sociali.

Tuttavia, mentre il messaggio veicolato da Project Zero è, nella sua natura, nobilissimo, risultano ambigue (seppur utili) le figure che lo muovono. A parlare di ambiente sono infatti le icone della moda, quando la moda stessa, dagli anni ’90, promuove la produzione di abbigliamento economico in modo così veloce da essere sempre in linea con le più recenti tendenze, la fast mood. Nel 2014 il cittadino medio possedeva il 60% in più dei capi di abbigliamento rispetto a quelli posseduti nel 2000, pur utilizzandoli per la metà del tempo. Sempre nel 2014 gli statunitensi hanno acquistato cinque volte più vestiti di quelli che solevano acquistare nel 1980. I risultati di tale consumismo sono rifiuti, inquinamento dell’ambiente e sfruttamento. Pur di ridurre i costi al minimo, le aziende hanno esteso la propria manodopera in Paesi economicamente meno sviluppati, dove le leggi a protezione dei lavoratori sono molto meno rigide. Questo tipo di organizzazione non comporta solo, per l’assenza quasi totale di misure di sicurezza di base e di salari troppo bassi, problemi di tipo socio-economico, ma anche l’aumento degli scarichi industriali e una conseguente sovrapproduzione di materiali che saranno trattati come usa-e-getta. Il continuo cambiare la moda in modo così rapido e l’offerta prontissima in tempi record a ogni domanda danneggia la qualità del prodotto per puntare alla velocità e alla quantità. Nel 2014 ben 10.46 milioni di tonnellate di vestiti sono finiti nelle discariche statunitensi. Negli USA, a causa della fin troppo elevata quantità di indumenti donati ai negozi dell’usato, solo il 20% di essi finisce effettivamente sugli scaffali.

Non sono sottili quindi le ripercussioni che il comparto della moda porta sull’ambiente: è necessario quindi che attività come Project Zero non si limitino a sensibilizzare il pubblico, ma sappiano modificare le dinamiche e i meccanismi produttivi di quegli stessi settori che se ne fanno promotori.

Alessia Sicuro

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Laureata in lettere moderne e laureanda alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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