età Innocenza Pulitzer The age of Innocence Edith Wharton

Nel 1920 usciva sulla rivista Pictorial Review, scandito in quattro appuntamenti, il dodicesimo romanzo della scrittrice Edith Wharton, The Age of Innocence (L’età dell’Innocenza), in seguito raccolto in un volume da D. Appleton and Company (casa editrice statunitense in attività dal 1831 al 1973). L’anno successivo, il libro valse alla Wharton il premio Pulitzer per il romanzo, sostituito nel 1948 dal premio di riconoscimento per la narrativa, che per la prima volta veniva assegnato a una donna.

età Innocenza Pulitzer The age of Innocence Edith Wharton

The Age of Innocence (1785) dipinto di Joshua Reynolds che inspirò alla Wharton il titolo del romanzo

L’autrice decise di incorniciare in un suggestivo romanzo sentimentale tutte le contrastanti incoerenze della Gilded Age che, per la storia degli Stati Uniti, corrisponde alla fine del XIX secolo quando si consumavano, auree, l’età vittoriana in Gran Bretagna e la Belle Époque in Francia. Il termine deriva dal romanzo The Gilded Age: un racconto di oggi (1873), opera dello scrittore Mark Twain, umorista irrefrenabile, che decise di smascherare con tono pungente e satirico tutti le menzogne di un momento storico che urlava allo sviluppo ma nascondeva povertà e disuguaglianza.

L’età dell’Innocenza non è solo la storia di un amore contrastato e impossibile. È una denuncia alla società dell’apparenza, che indossa bei cappelli e tessuti pregiati nascondendo l’innaturale perbenismo di circostanza. È una critica a tutti quei dettami da bon ton che scandiscono la quotidianità di un uomo privandolo della spontaneità nei sentimenti, dell’umanità senza calcolo. La storia si avviluppa intorno alla figura di
Newland Archer, giovane e brillante avvocato erede di una delle più importanti famiglie della società altolocata di New York. Esempio vivente dell’ossequioso rispetto delle regole imposte dal buon nome, Newland accetta di sposare May Welland a seguito di un fidanzamento combinato, di certo vantaggioso e decoroso per le famiglie di entrambi. Ma, inaspettatamente, irrompe nella tranquilla routine dei giovani – e della famiglia Mingott – la cugina di May, Ellen Olenska, andata in sposa a un conte polacco violento e dissipatore, in fuga dall’Europa a New York per lasciare il marito. L’arrivo di una donna emancipata, con ben chiara l’idea di amore e di rispetto, convinta non solo di non condividere più il tetto con il proprio coniuge ma addirittura di volere il divorzio, è burrasca in tempi di mare piatto.

«Il matrimonio è un tedioso dovere, fintanto che mantiene la dignità di un dovere; mancando questo, diviene un mero conflitto di meschini appetiti».

Su Ellen gravano il giudizio di una società che non ne comprende l’atto d’audacia, il biasimo della stessa famiglia che teme ripercussioni sulla propria reputazione e la crescente ammirazione del giovane Newland che oscilla, affannosamente, tra il senso del dovere di una vita già preconfezionata e l’ossessione per una donna che ha saputo lottare per la propria ragion d’essere. Lei rappresenta tutto ciò che manderebbe in fumo il nome della sua casata, la sua reputazione e condizione sociale ma, al tempo stesso, è l’unica che ha saputo mettere in risalto l’ipocrisia dei sorrisi dispensati nei salotti, la falsità e il calcolo dietro il falso vincolo del matrimonio, la tristezza di atteggiamenti e di obblighi imposti.

«Lei ha aperto anche i miei occhi; è un inganno dire che lei acciechi le persone. Quello che lei fa è esattamente il contrario: lei si assicura che le loro palpebre si spalanchino, cosicché mai più vaghino nella beata oscurità».

Ellen Olenska interpretata da Michelle Pfeiffer in
The Age Of Innocence (1993)

Ma sarà proprio grazie a Ellen, demonizzata e allontanata da tutti, che il matrimonio tra il suo amato Newland e May si salverà, negandosi l’amore prima e come amante poi. L’ultimo atto del generoso sacrificio si consumerà davanti alla gravidanza della cugina, che appositamente le aveva confidato di essere in dolce attesa, motivo per cui Ellen comunicherà a tutta la famiglia la sua scelta irrevocabile di partire per Parigi.
Di fatto, calcolatrice si rivela esserlo May, da sempre esemplificazione dell’Innocenza, apparentemente candida e ingenua; mentre Ellen, rappresentazione della maturità e della sessualità adulta, è legata a valori positivi quali la libertà, l’onestà e l’arte.

Questa la sottile morale lanciata dalla Wharton: non tutto l’oro che luccica è vera fortuna.

Ventisei anni dopo, volendo regalare al padre un’ultima possibilità di essere felice, il figlio di May e Archer, ormai vedovo, chiede di essere ricevuto dalla fatale dame. Newland accetterà di accompagnarlo e, nonostante la trepidante emozione al solo pensiero di rivederla, deciderà di non entrare in casa, combattuto e anestetizzato da un’intera vita di rinunce.
Immobile, davanti alla finestra dietro la quale, immagina, i sospiri dell’unico suo grande amore, intatti nella memoria, fermi ai tempi dei giovani ricordi, all’età dell’Innocenza.

«Erano lì, vicini, assieme e al sicuro del chiuso di una stanza; tuttavia, così incatenati ai loro distinti destini che tra loro avrebbe potuto esserci una distanza pari alla metà del mondo».

È del 1993 l’omonima versione cinematografica, The Age Of Innocence, firmata da Martin Scorsese e premiatata, nel 1994, con l’Oscar per i migliori costumi. I tre protagonisti vantano l’interpretazione di Daniel Day-Lewis come Newland Archer, Michelle Pfeiffer come Ellen Olenska e,
nei panni di May Welland, Winona Ryder (che ottenne il Golden Globe per miglior attrice non protagonista nel 1994).

Un cast d’eccezione (con cameo del regista nelle vesti di fotografo) per una pellicola rimasta nella storia del cinema: Scorsese lo definì, dei suoi film,
«il più violento». Di una violenza sottile, dosata magistralmente nei 136 minuti di durata del film. Una fatica non per gli occhi ma psicologica, una sofferenza empatica: nessun gangster, niente sangue ma cattiveria con cappelli a cilindro e guanti di seta.

Tre i colori che serpeggiano nel corso della completa proiezione: il giallo, simbolo della felicità che Ellen suscita in Newland e delle rose che il giovane regala all’amata, inquadrate nuovamente nella scena della cena d’addio; il rosso della passione che infuoca il protagonista, alla quale non ha mai potuto cedere, tramutandola nel tempo in dolore interiore e sofferenza; il bianco, il non-colore scevro da connotati, distintivo della società newyorchese dell’epoca, luminosamente falsa e vuota.

Una rievocazione su grande schermo, onestamente fedele all’indottrinamento psicologico costruito dalla Wharton, che consacra alla storia uno dei veri classici duri a morire.

Pamela Valerio

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Laureata in Filologia Classica a Bologna e sostenitrice dell'arte sotto ogni sua forma. Amo la scrittura, la musica, le mostre, il teatro e mi piacerebbe condividere questo patrimonio con qualche nota fuori dal coro: sulla scia del rispettoso ossequio per l'antico, mi avvalgo di una curiosa simpatia per il moderno.

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