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Pazienti psichiatrici lasciati soli ai tempi dell’emergenza Covid-19

Fonte: Cuneodice.it

Molti, troppi i pazienti psichiatrici lasciati soli durante questa emergenza causata dal Covid-19; sia i pazienti che le corrispettive famiglie si trovano ad affrontare questi giorni senza alcun supporto assistenziale.

C’è bisogno di un intervento repentino che possa evitare danni irreversibili: l’emergenza causata dal coronavirus, che ha colpito ormai l’intero Paese, mette a rischio non solo l’economia ma l’intero sistema sociale ed assistenziale. Un urlo silenzioso giunge dalle famiglie dei pazienti psichiatrici e dai responsabili dei servizi di salute mentale: i centri diurni hanno chiuso e a seguire le stesse attività di riabilitazione e di cura, tutti servizi posti in essere alle famiglie e agli stessi pazienti psichiatrici. Mentre i servizi sanitari deputati alla prevenzione e alla cura dei disturbi mentali si trovano a fronteggiare anche l’assenza di strumenti di tutela  individuale che mette a rischio la salute del personale, considerando l’emergenza.

La mancata assistenza ai pazienti psichiatrici in questo periodo di emergenza risulta così palesarsi lungo tutto il territorio italiano. La chiusura di strutture diurne o riabilitative poste al servizio dei familiari e dei pazienti pone in seria difficoltà le famiglie, arrecando allo stesso tempo peggioramenti in alcuni soggetti che sono in cura. Ci sono casi di pazienti psichiatrici in cui nemmeno la terapia farmacologica è riuscita ad arginare le difficoltà e i disagi che ci si trova a vivere. Inoltre, alcune famiglie possono e hanno i mezzi per fronteggiare alcune tipologie di disturbi psichici, ricorrendo a forme di terapia alternative, ma ci sono malattie psichiche che pongono le basi per interventi sì individualizzati, ma non gestibili e affrontabili dalla sola famiglia, per cui tutta la responsabilità e la gestione di malattie psichiche molto gravi ricadono su di essa.

In Italia c’è una legge straordinaria, la 180 del 13 maggio del 1978, la cosiddetta “legge Basaglia” che prende nome dal promotore della riforma, nonché psichiatra, Franco Basaglia. Chi ha lottato con Basaglia per avere la legge 180 del ’78 ha avuto il coraggio di affermare che “la libertà è terapeutica”. Per cui, nonostante il metodo Basaglia non sia mai stato completamente applicato, privare i pazienti psichiatrici della loro libertà potrebbe risultare controproducente e minare il percorso terapeutico svolto prima che si arrivasse a una tale emergenza. Come alternativa ai trattamenti diretti, oggi i servizi di psichiatria utilizzano Skype, FaceTime, strumenti che possono risultare utili per alcuni disturbi psichici, mentre in altri casi è indispensabile il rapporto medico – paziente.

Privare, dunque, l’intera categoria di persone affette da disturbi psichici, o peggio da malattie psichiche, della libertà di deambulazione, di stimoli, di ascolto, senza garantire loro quell’assistenza professionale a cui erano abituati, che possa metterli nelle condizioni di gestire eventuali impulsi di vita e di morte (riprendendo Freud), significa abbandonarli, significa privarli di una speranza, di una possibilità, ma anche di un diritto dovuto che tutto il mondo ci invidia: la legge Basaglia.

Bruna Di Dio

Intraprendente, ostinata, curiosa professionale e fin troppo sensibile e attenta ad ogni particolare, motivo per cui cade spesso in paranoia. Raramente il suo terzo occhio commette errori. In continua crescita e trasformazione attraverso gli altri, ma con pochi ed essenziali punti fermi.

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