Juventus
TURIN, ITALY - DECEMBER 21: Juventus coach Massimiliano Allegri during a press conference at JTC on December 21, 2018 in Turin, Italy. (Photo by Daniele Badolato - Juventus FC/Juventus FC via Getty Images)

Vincere per continuare a crescere, cambiare per continuare a vincere. La dirigenza di una grande società si valuta nel coraggio che ha nel fare determinate scelte in determinati momenti. Quando le cose vanno male è più facile che si decida di invertire la rotta per cercare una strategia migliore; invece, quando le cose vanno non solo bene ma straordinariamente – soprattutto se rapportate alle situazioni in cui versano i diretti concorrenti – è più complicato decidere di cambiare, la paura di rompere un giocattolo che funziona è forte. In questi anni la Juventus è riuscita a cambiare pelle continuamente con una sola idea in mente: cercare sempre di migliorare. E per farlo ha preso scelte difficili, alcune necessarie, come l’addio di Conte, arrivato dopo settimane in cui la rottura tra dirigenza e allenatore era nell’aria; altre impopolari, come l’addio di Alessandro Del Piero, che ancora oggi la tifoseria fa fatica a digerire. In questa categoria rientra anche la scelta di Massimiliano Allegri, che ieri si è seduto per l’ultima volta sulla panchina bianconera.

Quello che l’allenatore livornese ha raggiunto nell’arco dei suoi cinque anni da allenatore della Juventus lo sanno anche i sassi, ma per dovere di cronaca e per rispetto ad un percorso che volge al termine è sempre giusto ricapitolare:

  • 5 scudetti vinti (2014-15, 2015-16, 2016-17, 2017-18, 2018-19). Nessun allenatore nella storia del calcio italiano ha vinto un numero tale di campionati consecutivi;
  • 4 coppe italia consecutive (2014-15, 2015-16, 2016-17, 2017-18) e altro record stabilito, sia a livello personale che a livello di club;
  • 2 supercoppe italiane;
  • 2 Finali di Champions League raggiunte;
  • 70,7% di vittorie in tutte le competizioni, che lo pone al primo posto nella storia della Juventus in questa speciale classifica;
  • Con 11 trofei vinti è il terzo allenatore più vincente della società, dietro solo a Giovanni Trapattoni (14) e Marcello Lippi (13).

Col senno di poi conosciamo la forza della Juventus e la distanza tra essa e tutte le altre pretendenti nazionali, dunque si potrebbe fare l’errore di sminuire il valore di queste vittorie, ecco perché non dovremmo dimenticare com’è cominciata la storia tra Allegri e il club bianconero. Arrivato nel momento più caotico della gestione Andrea Agnelli, appena ventiquattro ore dopo l’addio di Conte e accolto in malo modo dalla frangia più estremista, alcuni addirittura sputarono sull’auto in cui sedevano lui e il presidente. Una squadra che veniva vista dall’esterno come contecentrica, in cui l’allenatore era al contempo uomo-guida e capitano, un forte legame che ha fatto porre molteplici dubbi sulla possibilità di Allegri di riuscire a colmare il vuoto, lui che era anche reduce dall’esonero dal Milan. Lo scetticismo era palpabile e se oggi a malapena lo ricordiamo è perché il lavoro più importante che ha svolto è legato strettamente alla sua personalità: portare la calma. In punta di piedi ha prima proseguito il lavoro del suo predecessore e poi, passo dopo passo, un po’ alla volta, ha plasmato la squadra secondo i suoi principi.

Il primo è stato quello di mettere i giocatori al primo posto, relegandosi ad un ruolo di pubblica marginalità; il secondo è stato il graduale passaggio da una difesa a tre ad una a quattro per guadagnare un uomo offensivo, a cui si lega il terzo concetto, quello che è alla base dell’idea allegriana della Juventus: concetti tattici e ‘filosofici’ che mettono la qualità tecnica al primo posto, sbrigliando la squadra dai dogmi del 3-5-2 e lanciando il rombo di centrocampo a trazione offensiva con Pirlo, Vidal, Pogba e Marchisio in campo assieme. Sono stati tre cambiamenti, graduali, che hanno caratterizzato il suo ingresso, nella stagione che poi culminò con la cavalcata verso Berlino e la sconfitta in finale contro il Barcellona, e che sono diventati i capisaldi dell’intero quinquennio.

Al netto delle critiche continuamente ricevute, Allegri ha rappresentato l’allenatore ideale per la Juventus, per l’idea che Andrea Agnelli ha di società: un manager che non solo guidi la squadra ma che sia in grado di comprendere il momento di un’azienda. Quello che non era avvenuto con Conte, che nel corso della sua ultima stagione aveva rilasciato diverse dichiarazioni – tra cui quella famosa del ristorante – che non sono state gradite alla società. Allegri, da questo punto di vista, non ha mai anteposto problemi extracalcistici alle difficoltà europee bianconero, anzi ciò che ha più caratterizzato le sue interviste post-partita è stato prendersi le responsabilità delle sconfitte e minimizzare i suoi meriti nelle vittorie. E poi c’è tutto il resto, quello che Agnelli ha svelato nella conferenza stampa d’addio: l’amicizia, la visione comune delle cose, i confronti costanti su tutte le scelte societarie.

Ma, come detto, le grandi società si valutano in base alle decisioni che prendono, talvolta anche rischiose. E la Juventus in questi anni ha sempre preso decisioni del genere, dall’idea di rivoluzionare il logo e la maglia fino all’investimento esoso per Cristiano Ronaldo, passando per l’addio di Giuseppe Marotta. Questa è un’altra scelta difficile per continuare a dominare in Italia e arrivare ad essere in pianta stabile una realtà del livello di Real Madrid, Barcellona, Manchester United e Bayern Monaco, l’obiettivo che Agnelli si è preposto per il 2024.

E in questo nuovo corso della Juventus vi è bisogno di una novità, l’ennesima. I nomi che sono stati riportati in pubblico sono i più disparati. Qualcuno, come l’AGI, ha già dato come certezza la firma di Guardiola, notizia prontamente smentita dalla dirigenza del City (dichiarazioni di facciata?). Per ora, i nomi più caldi sono quelli di Maurizio Sarri e Simone Inzaghi, due personalità differenti con una caratteristica comune: entrambe si pongono come punto di rottura rispetto al passato. Allo stesso tempo, però, prescindendo dalla figura che siederà sulla panchina bianconera, il successore di Allegri dovrà essere in grado di gestire nel migliore dei modi la pressione derivante dalla necessità di superare, o quantomeno eguagliare, la serie di successi raccolti negli ultimi anni.

Siamo alle porte di un’estate che si preannuncia lunghissima, per la Juventus ma non solo. Tutte le squadre di vertice di Serie A, tranne il Napoli, cambieranno allenatore. L’Inter accoglierà proprio Antonio Conte, dopo aver già dato il benvenuto a Marotta. E tutti, naturalmente, avranno in mente un solo obiettivo: battere la Juve. Come da otto anni a questa parte.

Fonte immagine in evidenza: Juventus.com

Michele Di Mauro