No al regionalismo differenziato

Per l’unità d’Italia, contro il regionalismo differenziato

L’autonomia differenziata è il tentativo di spaccare l’Italia: con tale concetto di regionalismo si vuole confermare la diseguaglianza che già divide il Paese fra Nord e Sud e fra ricchi e poveri. Oggi, infatti, l’1% degli italiani dispone delle stesse risorse con cui vive un altro 30% di cittadini. Ora Emilia, Lombardia e Veneto chiedono l’autonomia differenziata. Se la richiesta dovesse essere accolta, queste Regioni decideranno le finalità, le modalità di funzionamento e le assunzioni per scuola, sanità ed altri servizi. E per finanziarseli tratterranno in Regione le tasse che ora versano allo Stato. In questo modo avremo un’Italia in cui sarà ancora più accentuata la differenza da Regione a Regione nella qualità dei servizi. E vuole dividere l’Italia anche chi sostiene che l’autonomia può essere concessa dopo che si sono stabiliti i livelli minimi essenziali dei servizi da garantire a tutti: resterebbe comunque che le Regioni ricche si finanzierebbero al meglio scuola, università, sanità ed altre attività, sottraendo al resto d’Italia le risorse per gli stessi servizi che, di conseguenza, funzioneranno “al minimo”. Un Paese spaccato, più diseguale, più ingiusto, più dei ricchi.

Contro la secessione dei ricchi

Per fedeltà fiscale, lavoro e ambiente l’autonomia differenziata, lasciando le ricchezze nei territori dove si formano:
– Indebolisce la possibilità di investire nelle aree del Paese dove serve;
– Legittima “l’egoismo fiscale” che fa già tanti danni con l’evasione;
– Contraddice la norma costituzionale: chi più ha più dà, con le tasse, alla collettività;
– Priva il Paese di una politica nazionale su scuola, università e ricerca, e sui servizi al cittadino, come sanità e ambiente, che passerebbero tutti alle scelte di quelle regioni;
– Non riorganizza il sistema di comuni, province e regioni.

Per questi motivi, venerdì 28 giugno, dalle 17:30 alle 19 circa, in piazza del Plebiscito a Napoli, all’angolo tra piazza Trieste e Trento e via S. Carlo, i circoli di ArticoloUNO, insieme con cittadini e volontari non aderenti a nessuna forza politica o associazione, organizzano un flashmob con volantinaggio per protestare contro il progetto di regionalismo differenziato e la secessione dei ricchi.

In queste ultime settimane (a partire dalla intensa giornata di lavoro alla Federico II, dal convegno della IRES-CGIL, dalle più recenti iniziative di Alberto Lucarelli all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e di Sandro Staiano, ancora alla Federico II) si sono affrontati e discussi con accademici, costituzionalisti, economisti, i pericoli e le richieste eversive del regionalismo differenziato e della secessione dei ricchi. In particolare, il prof. Alberto Lucarelli (e noi con lui) ritiene indispensabile passare ora ad una fase 2: trovare un punto di caduta “politico”, prendersi la responsabilità di una azione politica incisiva e di qualità. Venerdì 28, dal basso, cominciamo a provarci.

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Giuliano Laccetti

1 commento

  1. Salve.
    Sì, sono qui per dar fastidio. E rispondo alle baggianate da voi asserite. Non prendetela sul personale. Capita di sbagliare. Anche se scrivere un intero articolo sbagliato…
    Quindi mi si perdonerà se il commento sarà sarcastico. Di solito cerco di tenere un tono serio. Ma temo sarebbe inadeguato al tono dell’articolo…

    In ogni caso, in ordine:

    1) No, non si cerca di dividere l’Italia tra ricchi e poveri, smettiamola con queste scuse. Quell’1 per cento da voi citato indica certo i “grandi ricchi”, che però non risiedono tutti in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. Senza contare che quel 30 per cento di “poveri” non vive interamente all’infuori di queste Regioni. I poveri esistono pure nel “ricco nord” se non fosse chiaro;

    2) Sì, se le Regioni dovessero acquisire tali competenze, tratterranno le risorse necessarie a gestirle (altrimenti, stranamente, non potrebbero garantire i servizi correlati).
    Il tutto ex articolo 119 della Costituzione, non della carta da formaggio che si trova allo spaccio alimentare;

    3) No, le Regioni non “tratteranno le tasse”, bensì una ‘percentuale’ del gettito tributario riferibile al territorio regionale (comprendo che la questione sia dura da comprendere) corrispondente all’ammontare di risorse necessario per gestire le competenze trasferite dallo Stato (che essendo quindi trasferite – attenzione alla magia! – non saranno più a carico del bilancio statale, ma di quello regionale). In parole molto povere, tutto in ipotesi, fingiamo che:
    – L’insieme dei tributi (non ‘tasse’, la tassa si paga solo sui servizi pubblici) di una Regione X sia 1000;
    – Lo Stato gestisca – al posto della Regione – 30 competenze dal costo totale sempre
    di 900 (inviando i 100 alle altre Regioni per ‘solidarietà’);
    – La Regione chieda il trasferimento di 20 competenze dal costo di 500 (secondo la “spesa storica” cioè quanto lo Stato spendeva in quella Regione per i servizi legati a quelle competenze);
    – Lo Stato riconosca alla Regione il trasferimento delle 20 materie e delle risorse necessarie (i 500 di prima).
    Ci siamo? Bene. Adesso attenzione al passaggio più magico di tutti!
    Allora, dato questo per ipotesi ci sono due possibilità:
    – Lo Stato trasferisce le competenze ma mantiene il controllo sulle risorse, continuando a trasferirle alle Regioni, le quali si troverebbero a gestire servizi ma senza soldi. Si può fare? Sì. Ha senso? No. È anche solo lontanamente costituzionale? NO (articolo 119 c.3 Cost.); oppure
    – Lo Stato trasferisce alle Regioni le competenze e (sorpresa) riconosce loro una PERCENTUALE del gettito tributario necessaria a garantire la copertura delle materie trasferite (nella nostra ipotesi 500 su 1000 fa il 50 per cento del gettito totale della Regione X; e non “tutte le tasse”; se la matematica non è un’opinione);

    Ovvio poi che se la Regione X è ricca ed ha un gettito totale di 1000, per gestire le 20 materie dal costo di 500, le basterà trattenere il 50% dei tributi versati sul suo territorio.
    Se invece avessimo una Regione Y più povera, con un gettito tributario di 600, allora per finanziare le ipotetiche 20 competenze non le basterà il 50% dei tributi ma le occorrerà circa l’80%. E tanto le sarà attribuito.
    Il famigerato fondo di perequazione di cui tanto si parla talora, entrerebbe [dovrebbe entrare] in gioco solo se il gettito regionale non fosse sufficiente a garantire i servizi gestiti dalla Regione stessa (con un gettito di 400, la Regione dovrebbe trattenere integralmente i tributi erogati, mentre lo Stato dovrebbe fornire le risorse mancanti; ma solo quelle! Salvo eventuali ulteriori fondi di coesione, perfettamente legittimi, ovviamente).
    Per i servizi garantiti dallo Stato, come la difesa o la giustizia, non servirebbero fondi di perequazione, dato che i fondi sarebbero amministrati dallo Stato.
    Questi “fondi” servono per garantire un sacrosanto diritto delle COMUNITÀ regionali all’Autonomia. Non degli enti burocratici “Regioni”, ma alle Comunità di Cittadini che vi risiedono. E non si scordi che l’autonomia è posta tra i principi fondamentali della Costituzione (articolo 5 Cost.), ove si riconosce che la Repubblica è “una e indivisibile” ma che “riconosce e promuove le autonomie locali”, come mezzo di coesione e di pluralità nell’unità.
    Sarebbe ora di finirla di leggere l’articolo 5 della Costituzione fermandosi alle prime cinque parole.

    Quindi l’idea per cui con tale sistema, presente in Costituzione dal 2001 e MAI ATTUATO, “il Paese diverrebbe sempre più dei ricchi”, “si romperebbe l’unità d’Italia”, “si creerebbero cittadini di serie A e B”, “arriverebbe l’invasione delle cavallette, il Tevere si tingerebbe di rosso sangue, i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse scenderebbero in Terra”, non si porrebbe.
    Lo si voglia capire o meno.
    Fine della storia, Pace, Amen.

    Siete arrivati a leggere fin qui? Bravi! Non me l’aspettavo! Allora, vi va di proseguire?

    Spero di sì.

    Dunque:

    NO. NO. E NO!
    Su che presupposti assiomatici (scusate la parola difficile; vuol dire “verità assolute ed innegabili poiché evidenti” in parole spicce) si basa l’idea per cui “neanche garantendo i livelli essenziali delle prestazioni” – nonché ovviamente pari risorse per tutti – le Regioni più ricche avrebbero “di più”?

    Perché??! Avete la più pallida idea di cosa siano costi e fabbisogni standard? Sapete almeno a linee generali cosa siano i LEP?
    Non serve essere costituzionalisti o economisti per comprenderlo:
    Sono rispettivamente degli “ideali” costi -pari per tutti (standard)- per fornire ‘efficientemente’ un servizio. I secondi sono invece dei livelli minimi da garantire a tutti i cittadini in quanto a qualità dei servizi (all’incirca come un ‘salario minimo’, per intendersi).
    Questa è la definizione generale, se volete quella tecnica rivolgetevi ad esperti e tecnici.

    Pare che l’idea vostra sia la seguente, per dirla ‘in soldoni’:
    C’è chi potrebbe avere solo dei servizi ‘minimi’, mentre ci sarebbe chi a parità di risorse (i costi standard varrebbero infatti per tutti, non solo per i “ricchi” o solo per i “poveri”; quindi degli ipotetici 100 euro a persona per la sanità, sarebbero attribuiti, conferendo alle Regioni delle percentuali del gettito, sia alla Regione X che alla Regione Y; solo che, magari, la Regione X tratterrebbe il 20% del gettito per coprire quei 100 euro a persona, mentre la Regione Y il 40%, tutto in ipotesi ovvio), dicevo, mentre ci sarebbe chi pur a parità di risorse riuscirebbe a gestirle meglio e ad avere migliori servizi.
    Quindi per uguaglianza, lasciamo a tutti servizi minimi, così non creeremo discriminazioni.

    In altre parole,
    Non alziamo il salario minimo, ma abbassiamolo a chi supera quella soglia.
    Il tutto condito di – presunto – ‘egualitarismo’ (confondendo però l’uguaglianza formale con quella sostanziale).

    Cos’è, si vuole combattere la “ingiusta ripartizione della ricchezza” con una “equa distribuzione della miseria”?

    Ah, e sia ben chiaro, un sistema federale non impedisce alla Germania di doppiare questo povero Paese in quanto a diritti civili e sociali. Idem dicasi per Svizzera o Belgio. Od Austria. O Canada. Proseguo?
    Quindi si commenta da sola la patetica affermazione del presunto “egoismo fiscale”, della fine delle “politiche nazionali uniche in tema di istruzione, sanità…”.
    Scrivereste anche una lettera alla Germania e agli altri Paesi sopra elencati, dicendo loro di cambiare ordinamento statale, dato che esso è egoista, nonché deleterio per la (“sacra”?) Unità nazionale? Già che ci siete…

    E voi sareste quelli per la “libertà”?
    E poi voi sareste quelli contro i fascismi? Questo, altro da un ‘fascismo di Stato’ non saprei come definirlo…

    In ogni caso, diverbi a parte, l’educazione è d’uopo, pertanto
    Buona serata.
    E non offendetevi troppo.

    P. S. : ah, dubito che qualcuno sia capace di giungere fino a questo punto (ovviamente perché il commento è lungo e serve molta pazienza, non per altro, ci mancherebbe) ma prima che vi salti il ticchio di pensarlo:
    Io NON sono un ‘leghista’ (grazie, so che l’avrete pensato, ma non vi darò tale soddisfazione);
    NON sono ‘fascista’ o cazzate simili, anche perché il fascismo è morto settant’anni fa appeso in una piazza (e anche perché, attenti al trucco!, essendo autonomista, non potrei essere a favore di un movimento nazionalista);
    NON sono grillino, piddino, berluschino, fratellino, stronzista o roba simile.
    Ah, certo, non sono nemmeno comunista – anche perché, come il suo degno compare di cui sopra, pure il comunismo è morto -.

    Sono solo un cittadino.
    Democratico, federalista-autonomista ed europeista.
    Inquadratemi dove volete. Ma non datemi dell’egoista, perché, questo ve lo concedo, sono alquanto permaloso. E mi incazzo a sentire ‘stronzate mega-galattiche’ come quelle elencate, non esposte, ma elencate, nell’articolo.
    Ripeto comunque,
    Buona serata.

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