Curry

Quando a 2’16’’ allo scadere del terzo quarto di gara-5 tra Golden State e Houston Durant riceve palla da Curry in post alto e compie il solito, regale gesto di girarsi e tirare in jump, l’esito è quello a cui siamo stati abituati da undici anni: difensore battuto (in questo caso Shumpert) e retina che a stento si muove. L’insolito avviene dopo, quando girandosi per tornare verso la propria metà campo si tocca il polpaccio destro come se fosse avesse subito un contatto, come se qualcuno gli avesse pestato il piede, ma in realtà tutto accade in completa solitudine. Lascia così il terreno di gioco, lasciando i suoi compagni di squadra nella partita più importante dell’anno all’interno della serie più importante, forse, da quando è arrivato a ridosso del Golden Gate. 

In quel preciso momento tutti abbiamo pensato che l’inerzia della serie fosse cambiata e che i Rockets fossero diventati, quasi improvvisamente, i favoriti per passare il turno. Gli unici a non pensarlo sono stati i giocatori degli Warriors, che ci hanno ricordato, qualora che ce lo fossimo dimenticati, che Kevin Durant si è unito ad una squadra che aveva già vinto il titolo NBA, che aveva vinto 73 partite all’interno di una stagione regolare e che, soprattutto, aveva tra le sue fila l’unico MVP unanime della NBA e più grande tiratore della storia: Stephen Curry

Nel momento più complicato, i campioni hanno alzato il proprio livello di gioco, perché questo è ciò che sanno fare meglio ed è il motivo per cui sono la migliore squadra. Senza Durant, Golden State è tornata a giocare esattamente nel modo in cui era abituata prima, sfruttando gli spazi che si creano quando riesci a muovere la palla con velocità e in continuazione, il modo che rende due giocatori come Thompson e Curry sostanzialmente immarcabili. Il risultato è quello a cui abbiamo assistito: eliminati i Rockets e spazzati via i Trail Blazers, senza troppi complimenti.

Cinque partite e un quarto che attestano, ancora una volta, la netta superiorità dei Golden State Warriors, che fanno comprendere agli avversari che, se giocano in quel mondo, l’asticella da raggiungere è davvero posizionata in alto, molto più che con Durant. Siamo quasi al paradosso, ma è la realtà: KD ha reso imbattibile una squadra già straordinaria. Senza di lui, gli Splash Bros hanno già dimostrato di poter mettere a ferro e fuoco la lega, cosa che Durant stesso ha pagato sulla propria pelle nei playoff 2016. Se poi l’apporto difensivo di Iguodala sembra migliorare con il passare degli anni e Green è concentrato al massimo svestendo i panni del provocatore, allora non ce n’è per nessuno.

La differenza però è stata Curry. Questi sono stati i suoi numeri nelle cinque partite successive all’infortunio dell’ex giocatore di Oklahoma City:

  • 33 punti (45% dal campo), 5 rimbalzi e 4 assist in gara-6 vs Houston;
  • 36 punti (60% da tre), 6 rimbalzi e 7 assist in gara-1 vs Portland;
  • 37 punti (50% dal campo), 8 rimbalzi e 8 assist in gara-2 vs Portland;
  • 36 punti (42% dal campo), 6 rimbalzi e 3 assist in gara-3 vs Portland;
  • 37 punti (43% da tre), 13 rimbalzi e 11 assist in gara-4 vs Portland;


Una serie di prestazioni davvero straordinaria, che viene confermata anche dalle statistiche avanzate: 35.8 punti di media con 32.7 USG% e una reale percentuale al tiro del 66.3. 

All’interno di quel paradiso-cestistico di nome Golden State Warriors, il due volte MVP rappresenta l’archetipo della superstar perfetta: niente egoismi, nessuna intenzione di doversi prendere una scena (che meriterebbe) e nessun comportamento pubblico che possa urtare l’alchimia della squadra. Tutto viene fatto in funzione della vittoria. Anche l’idea di mettersi da parte nei possessi decisivi, perché adesso in squadra c’è uno dei più grandi scorer che si siano mai visti. A Curry non interessano i titoli di MVP delle Finals, non interessa essere la punta diamante (che comunque è) se serve per arrivare a vincere un o due anelli, che potrebbero diventare tre. Tutto questo ha reso più facile l’assorbimento di una superstar, che non può essere ridotto ad una mera addizione. Gli sport di squadra, ma ancora di più il basket, si basano su qualcosa che va al di là della somma dei singoli valori, che si misura nella coesione, nel sentirsi parte dello stesso progetto e accettare di dover condividere la gloria personale con altri grandi giocatori. La storia della NBA è piena di tentativi di “accozzaglie” – per usar un termine politico, visto il periodo – che non sono andati a buon fine, perché la realtà è sempre più complessa delle aspettative. 

Golden State è un esempio di come un gruppo di giocatori dovrebbe cooperare per raggiungere un traguardo comune; e tutto questo non sarebbe mai stato possibile se Curry non avesse accettato l’idea di condividere il trono con Durant. Lui sa di essere il sistema, che tutto quello che vediamo sul terreno di gioco accade perché c’è lui che ha rivoluzionato il modo di approcciare il basket. E gli basta, perché quando poi è chiamato ad essere decisivo, non si tira mai indietro. Chiedere a James Harden e Damian Lillard.

Fonte immagine in evidenza: washingtonpost.com

Michele Di Mauro

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