Home Esteri Tensioni sull’Himalaya: cosa sta succedendo tra India e Cina

Tensioni sull’Himalaya: cosa sta succedendo tra India e Cina

Fonte: scmo.com / Agence France-Presse

Nelle ultime settimane ha suscitato scalpore lo scontro lungo il confine della regione del Ladakh, tra le catene del Karakorum e dell’Himalaya, che ha visto contrapposti i due colossi asiatici, India e Cina. I due Paesi non sono nuovi a questo tipo di incidenti, dato che dalla disastrosa guerra del 1962 le rivendicazioni frontaliere sono all’ordine del giorno. Questa volta, però, è stato diverso. I cinesi hanno ucciso venti soldati indiani a mani nude. Episodi del genere non accadevano dal 1975. Inoltre, l’invio di esperti di arti marziali da parte di Pechino rende difficoltosa una soluzione pacifica in tempi brevi.

La frontiera tra India e Cina non è un confine netto. Lungo gli oltre tremila chilometri in comune sono molte le zone contese e quelle teatro di scontri sporadici in cui i soldati si trovano faccia a faccia. La divisione, tracciata dagli inglesi nel 1947, non è mai stata accettata da entrambi. Infatti, dopo l’indipendenza, gli indiani cominciarono a rivendicare dei territori cinesi che non avevano ancora abbandonato, tra cui la valle di Galwan, alle pendici dell’Himalaya. Nel 1962 fu stabilita una linea divisoria e i due Paesi cominciarono a incontrarsi, senza mai raggiungere un accordo definitivo. Nel corso degli anni, però, i due colossi hanno costruito in prossimità del confine infrastrutture, strade, aeroporti e ferrovie che potrebbero facilitare l’afflusso di rinforzi in caso di conflitto.

Sicuramente le rivendicazioni territoriali non riguardano soltanto la legittimità di un confine, bensì l’importanza strategica di quelle zone. La Cina ha grandi progetti per l’Himalaya; l’India, invece, non vuole vedere arrestata sul nascere la sua crescente influenza nella regione. Non bisogna sottovalutare le ingerenze straniere e il quadro geopolitico più ampio in un conflitto che, in un modo o nell’altro, produrrà sicuramente delle conseguenze rilevanti sul destino della regione.

La geopolitica alle pendici dell’Himalaya

Paese dalla storia post-coloniale segnata dai conflitti etnico-sociali, l’India basa la sua strategia geopolitica sulla teoria dei cerchi concentrici. Il primo è costituito dai confinanti Pakistan, Bangladesh, Myanmar, Cina, Bhutan, Nepal, Sri Lanka e Maldive. Malgrado la presenza ingombrante del colosso cinese, il Paese degli Idoli ha sempre cercato di imporsi come una potenza regionale. Grazie alla presenza della catena montuosa dell’Himalaya, l’India gode di una trincea naturale che impedisce un’invasione di massa da parte del dragone rosso e permette alla stessa di proiettare la sua influenza sui Paesi del primo cerchio concentrico, con l’eccezione del Pakistan, considerato un rivale storico a causa di conflitti, mai sopiti, suscitati dalla partizione britannica.

La rivalità con il Pakistan ha generato ben quattro conflitti che fanno capo a motivazioni territoriali. Nello specifico ci sono stati due scontri per la regione del Kashmir, uno per l’indipendenza del Bangladesh, prima “Pakistan dell’Est“, e un altro sull’altopiano del Kargil, conflitti sanguinosi che hanno logorato i rapporti fino a un punto di non ritorno. Il volontario coinvolgimento del Pakistan nei progetti cinesi ha ulteriormente acuito gli attriti. Il corridoio sino-pakistano è un caposaldo geopolitico cinese, inserito nel ben più ampio progetto della Nuova Via della Seta. L’opera dovrebbe, nelle intenzioni dei pakistani, servire a modernizzare completamente il sistema delle infrastrutture di trasporto del Paese, tramite la costruzione di ferrovie e autostrade.

Materialmente, il corridoio dovrebbe collegare l’hub energetico cinese, lo Xinjiang, con il porto pakistano di Gwadar. Quest’ultimo verrà interamente trasformato in uno scalo all’avanguardia attraverso la costruzione di una piattaforma per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto che dovrebbe connettersi con il gasdotto Iran-Pakistan.

Fonte: internazionale.it

Appare evidente che un simile progetto metterebbe in grave crisi il controllo dei flussi energetici da parte degli Stati Uniti, concretizzando, al contrario, le mire cinesi sulla regione, e bypassando lo Stretto di Hormuz, collo di bottiglia dell’Estremo Oriente attraverso cui passa quasi l’80% del fabbisogno petrolifero asiatico. In questo contesto si inserisce la volontà dell’India di revocare lo status di autonomia delle regioni dello Jammu e del Kashmir, proprio a ridosso dell’Himalaya, contese con Pakistan e Cina, attraverso cui dovrebbe passare il corridoio geostrategico. Non sono idilliaci nemmeno i rapporti con gli altri vicini. Con il Bangladesh, ad esempio, esiste una disputa relativa all’immigrazione, tanto da portare gli stessi indiani a costruire un muro di filo spinato lungo quattromila chilometri. L’obiettivo è contrastare l’immigrazione musulmana, il contrabbando e l’infiltrazione terroristica. Si tratta di un barriera artificiale che racchiude infinita sofferenza. Tutti ricordano sicuramente la storia di Felani Khatun, bambina uccisa da una guardia indiana mentre stava cercando di scavalcare la barriera e lasciata appesa a un filo spinato per tre giorni.

Il vastissimo Oceano Indiano rappresenta il secondo cerchio della strategia indiana. Nuova Delhi vuole contrastare le ambizioni cinesi e governare liberamente il suo mare. Tuttavia, Pechino ha disseminato le proprie basi strategiche lungo tutto il Rimland asiatico. Questo “tentativo di accerchiamento“, viene contrastato dagli indiani attraverso un ampio progetto di ampliamento della flotta per un efficientamento del controllo militare nella regione. Nel frattempo, ha dovuto intensificare i rapporti con gli Stati Uniti: gli indiani guardano con favore all’approccio statunitense nella regione, il quale ha trovato la sua realizzazione concreta in un “quadrilatero economico-militare” a cui partecipano anche Australia e Giappone.

L’ultimo cerchio è, ovviamente, il mondo. L’India è un colosso territoriale e demografico che non può per forza di cose essere escluso dai grandi tavoli internazionali. Infatti, è influente membro di ONU, G-20, BRICS, SCO e altre istituzioni internazionali, e partecipa a numerose operazioni di peace-keeping. Da decenni l’India chiede di diventare membro permanente del Consiglio di Sicurezza, così da avere lo stesso peso della Cina nell’organismo. Promuove un approccio multilaterale nelle relazioni internazionali, che riesce a coinvolgere Europa, Medio Oriente, Sud America e Africa.

India e Cina, tra rivalità e cooperazione

Per l’India il più grande rivale geopolitico è senza dubbio la Cina. Le rivendicazioni territoriali e strategiche dei cinesi disturbano, e non poco, le mire strategiche indiane sulla regione. La volontà di potenza del Paese alle pendici dell’Himalaya passa anche e soprattutto dalla possibilità di porsi come alternativa al colosso cinese. Tuttavia i due Paesi sono contraddittoriamente complementari, in diversi ambiti.

La Cina è il primo partner commerciale dell’India e questo non aiuta dal punto di vista geopolitico. La bilancia diplomatica tra i due colossi oscilla tra rivalità e cooperazione e questo, negli anni, ha portato gli indiani ad avvicinarsi agli USA senza mai abbracciarli completamente. Le contraddizioni, però, sono anche interne. Il Paese dispone di un quantitativo enorme di risorse umane, culturali ed economiche ma fatica a decollare come vorrebbe a causa della presenza di flagelli interni come povertà estrema diffusa tra ampie fasce della popolazione, disuguaglianze economiche e sociali evidenti, conflitti etnici, religiosi e perduranti divisioni in caste.

Per questo motivo Narendra Modi, il presidente indiano, conscio dei limiti della propria nazione, ha cercato di legare il destino dell’India a quello degli Stati Uniti. L’India ha dunque scelto, infine, da che parte stare, anche a causa delle pressioni del suo partito, Bharatiya Janata Part, che chiede interventi più incisivi contro la Cina. Nessuno ha intenzione di intraprendere una guerra militare, tanto meno sulle pendici dell’Himalaya, anche perché il confronto tra i due Paesi appare impietoso. L’India investe solo il 2% del PIL nella spesa militare, la Cina circa il 6%, e parte da grandezze economiche diverse. Ecco perché Modi ha deciso di puntare tutto su una guerra commerciale, che sta mostrando le prime avvisaglie.

Fonte: babilonmagazine.it

Il dragone ha investito molto al di là dell’Himalaya, soprattutto nel settore tecnologico e nelle start-up. Il 29 giugno scorso gli indiani hanno bandito 59 app per smartphone cinesi, tra cui la popolarissima Tik Tok, mentre qualche giorno fa il ministro indiano Nitin Gadkari ha annunciato che alle aziende cinesi non sarà permesso partecipare alle gare d’appalto per la costruzione delle strade in India.

Interventi del genere rischiano di avere forti ripercussioni nei confronti delle aziende indiane. L’interscambio tra India e Cina ha raggiunto 82 miliardi di dollari, di cui però 65 sono solo di import indiano. Se questa sorta di guerra commerciale dovesse prolungarsi, le società cinesi potrebbero decidere di porre fine alla propria attività in India. A dirlo è stato anche il ministro degli Esteri cinese, il quale predica “calma e cooperazione” per non «danneggiare gli interessi dell’India». Se la Cina appare molto più preparata allo scontro rispetto all’India, sull’Himalaya si muovono anche altri attori che potrebbero creare qualche grattacapo a Pechino. Infatti, Giappone, USA e Regno Unito hanno sostenuto diplomaticamente le azioni indiane.

Sicuramente il dissidio sino-indiano va ad inserirsi nella ben più ampia guerra fredda tra gli Stati Uniti e il dragone. La tensione continua e qualsiasi mossa per avvicinare le parti sarà bloccata, e l’India e la Cina continueranno a essere rivali dal punto di vista economico e politico. E il resto dell’Himalaya starà a guardare.

Donatello D’Andrea

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