Riforma
Fonte immagine: Iodonna.it

Il Governo Draghi, in carica dal 13 febbraio, si è posto obiettivi ambiziosi in termini di riforme. L’ultima in cantiere è stata discussa e licenziata l’8 luglio in Consiglio dei ministri: è la riforma della giustizia firmata dalla ministra Marta Cartabia, chiamata ironicamente la «Salvaladri» da Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano. Il giornale, rispetto ai colleghi di Repubblica, il Foglio e le testate “di destra”, ha mantenuto una linea diametralmente opposta alla riforma. Cerchiamo di capire perché.

Nelle ultime settimane si sono pronunciati emeriti giuristi, avvocati e pubblici ministeri, tutti ospitati dalle prime pagine dei giornali italiani. Prima di entrare nel merito: in cosa consiste, precisamente, la riforma? Il tarlo cruciale pare essere la prescrizione, essenziale per ridurre il carico giudiziario di un sistema giuridico – quello italiano – lento e farraginoso. Come nella riforma dell’ex ministro in quota M5S, Alfonso Bonafede, – entrata in vigore il 1° gennaio 2020 – il testo della ministra Cartabia prevede la prescrizione solo per la sentenza di primo grado; tuttavia, e su questo i grillini sono scettici, aggiunge l’improcedibilità dopo due anni, per i processi in Corte d’appello, un anno per quelli in Cassazione. L’improcedibilità, tecnicamente, determina l’impossibilità di prosecuzione del processo. La prescrizione invece fa sì che i reati si estinguano per decorso dei termini. La riforma Bonafede aveva previsto la sospensione dei termini prescrizionali a seguito della sentenza di primo grado, sia essa di condanna o di assoluzione; la nuova modifica consente di annullare questo effetto, perché scatterebbe l’improcedibilità.

L’11 luglio, Il Fatto Quotidiano ha intervistato il presidente della Corte d’Appello di Napoli, Giuseppe De Carolis, in risposta a un’affermazione della ministra Cartabia che si chiedeva per quali ragioni a Napoli non dovrebbero lavorare come a Palermo quanto a rapidità dei processi. «Serve una pianta organica di magistrati e dipendenti amministrativi adeguata al nostro carico di 57 mila processi pendenti», dice il presidente, lamentando la penuria di addetti ai lavori a sua disposizione, in contrasto con l’accelerazione dei tempi che vorrebbe dare la riforma Cartabia. Alla domanda del giornalista sul perché i processi a Napoli vengano smaltiti più lentamente, De Carolis risponde: «E’ una situazione paradossale: le Procure producono di più dei loro tribunali, i 7 tribunali del distretto di Napoli producono di più di quello che la mia Corte d’Appello riesce a smaltire». L’intervista prosegue, viene fatto notare che, città come Napoli ma come altre del Sud, mantengono delle specificità che ingolfano ancor di più i tribunali, «A Napoli siamo travolti dai maxi-processi di camorra», lamenta De Carolis, e per tale motivo gli altri processi che non riguardano la criminalità organizzata vengono rallentati, e gli imputati lasciati a piede libero per una questione di priorità e mancanza di organico, «altrimenti c’è il rischio che i boss vengano scarcerati per decorrenza dei termini», conclude il magistrato.

Ma ci sono anche voci a favore. Il Corriere della Sera ha intervistato Debora Serracchiani, dal 2019 vicepresidente del Pd. Dall’intervista trapela che, anche se pochi giorni fa la ministra M5S Dadone ha intimato la fuoriuscita dal governo del suo partito se non saranno apportate significative modifiche alla riforma – salvo poi moderare i termini su sollecito di Giuseppe Conte – in realtà l’8 luglio la riforma è stata licenziata all’unanimità, ministri pentastellati compresi. C’è però un particolare che viene omesso: l’armistizio tra Conte e Grillo arriva solo il 15 luglio; dunque i grillini, prima di quella data, seguivano i diktat di quest’ultimo, che a febbraio traghettò il Movimento all’interno del governo Draghi. Tornando nel merito, la Serracchiani mantiene una posizione favorevole ma aperta al dialogo: secondo lei il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, molto critico con questa riforma, non la boccia in toto, bensì nella parte dell’«improcedibilità dopo 2 anni per l’Appello e 1 per la Cassazione (…). È necessario allungare i tempi». Di quanto? «Un anno in più in Appello e altri sei mesi in Cassazione».

È la posizione di maggiore dissenso quella occupata da Gratteri, di frequente ospitato dal Fatto Quotidiano. Di recente il magistrato è stato ascoltato in videoconferenza in commissione Giustizia alla Camera, in cui ha avuto il modo di manifestare i suoi dubbi verso la riforma. 1) La “nuova prescrizione”, ovvero l’improcedibilità, porterà a delle conseguenze che, in termini concreti, saranno una sostanziale affrancamento del livello di sicurezza per la Nazione in quanto, secondo Gratteri, sarà più conveniente delinquere, perché «se prima qualcuno non presentava impugnazioni con questa riforma tutti, nessuno escluso, conviene presentare appello e poi ricorso in Cassazione». Questo modus operandi, va da sé, non farà altro che ingolfare ancor di più la macchina della giustizia e raggiungere l’improcedibilità sarà più facile, con buona pace delle vittime che vedranno i colpevoli restare impuniti. 2) Il 50% dei processi «finiranno sotto la scure dell’improcedibilità», afferma il procuratore di Catanzaro.

Tra questi anche i 7 maxi processi contro la ‘ndrangheta che si stanno svolgendo nel distretto di Catanzaro. 3) Inoltre, secondo Gratteri c’è in ballo la credibilità dello Stato, giacché non solo «non si celebreranno i processi contro la pubblica amministrazione, destinati ad andare in coda», ma anche quelli per reati “minori” come lo spaccio di droga. Ancora, per il magistrato la riforma parte da un presupposto errato: l’idea che il tempo eccessivo per i giudizi di appello sia correlato alla scarsa produttività dei magistrati che, invece, sono «i più produttivi in Europa». Gratteri, terminata la sua arringa, offre delle vie alternative: «Bisogna modificare il sistema delle impugnazioni, inserire la possibilità di celebrare anche i giudizi in appello davanti a un tribunale monocratico per reati di minore rilevanza». Poi conclude, «qualsiasi proposta per ridurre i tempi deve partire da modifiche a monte non a valle».

Insomma, la questione non si risolverà a breve. I punti di vista sono molteplici, sia a favore che contro, benché appaiano in leggera maggioranza gli scettici. Il 30 luglio la legge arriverà in aula alla Camera e, cinque giorni fa, sono stati depositati 1.631 emendamenti. 917 di questi appartengono al Movimento 5 Stelle, altri 403 vengono da «L’alternativa c’è» (movimento formato da ex-grillini), 120 da Forza Italia, 65 da Italia vita, 39 da Fratelli d’Italia, 21 dal Pd e solamente 12 dalla Lega. L’ultimatum di Conte è questo: se non verrà assicurato che tutti i reati di mafia – non soltanto l’omicidio, come pure ha dichiarato la ministra Cartabia – giungeranno alla fine del processo, in tal caso la fiducia sulla riforma potrebbe saltare. Si tratta proprio di modificare il comma 8 dell’articolo 14 contenuto nella riforma, il quale prevede che i reati d’ergastolo non passeranno sotto la tagliola dell’improcedibilità. Il Movimento 5 stelle avrebbe intenzione di estendere quel comma, aggiungendo i reati legati alla mafia e, in generale, alla criminalità organizzata.

Dopo otto ore di trattativa e il pressing di Conte l’accordo sulla riforma è stato raggiunto. Paragonando il testo licenziato il 9 luglio in Consiglio dei ministri con quello rinnovato si riscontrano delle differenze. Vengono estesi i tempi processuali per i reati di mafia, terrorismo, traffico di droga e violenza sessuale. «Non è la nostra ma abbiamo lavorato per migliorarla pensando alle vittime di mafia», dice Conte ai microfoni al termine della trattativa. Tuttavia, per il M5S è stato un compromesso al ribasso, accettato con l’intento di evitare qualunque tipo di crisi, che pure si sarebbe avvertita se l’accordo non avesse avuto luogo. Resta, cavillo che il Movimento avrebbe voluto cancellare, la possibilità che il Parlamento possa indicare alle Procure i reati prioritari, ovvero quelli che non dovranno finire sotto la scure dell’improcedibilità. Domenica pomeriggio, dopo che tutti gli emendamenti sono stati ritirati, la riforma approderà in aula affinché venga approvata prima della pausa estiva.

Antonio Figliolino

Antonio Figliolino, classe 2002, napoletano di nascita. Manifesta sin da piccolo una forte passione per la letteratura, nonché per gli studi umanistici. Inoltre, alla luce di un interesse radicato in famiglia, presenta un'attenzione particolare per i fatti politici. Divoratore di libri, i quali spaziano dalla letteratura sudamericana, italiana e portoghese.

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