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Fonte: MeteoWeb

L’orologio della torre civica di Amatrice segna ancora le 3:36. Sono passati cinque anni dal terribile terremoto che ha colpito il Centro Italia il 24 agosto 2016, e l’unico edificio rimasto in piedi in mezzo a tanta devastazione è tuttora il simbolo di una ferita mai rimarginata, a causa della lenta ricostruzione. Quella notte una scossa di magnitudo 6.0 con epicentro situato fra il comune reatino di Accumoli e quello ascolano di Arquata del Tronto ha causato la morte di 299 persone, costituendo il primo evento sismico di una sequenza proseguita fino al 18 gennaio 2017. Una serie di terremoti rilevanti ha difatti sconvolto le regioni di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria nel cuore dell’Appennino Centrale: il 26 ottobre 2016 due repliche di 5.4 e 5.9 hanno colpito Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera al confine umbro-marchigiano, mentre la scossa più intensa è avvenuta quattro giorni dopo fra Norcia e Preci con una magnitudo di 6.5. Altre quattro forti scosse sono state avvertite nel mese di gennaio dell’anno seguente nella zona dell’aquilano, già sconvolta dai fatti del 2009. In totale gli sfollati furono 41 mila su 600 mila persone, e 140 i comuni coinvolti.

Dopo questi cinque anni le zone del Centro Italia sono ancora lasciate all’incuria e la ricostruzione procede molto lentamente, come già avvenuto in passato con il terremoto del 1997 e il tragico sisma dell’Irpinia. Ormai abituati all’assenza delle istituzioni durante le tragedie di carattere nazionale, ci si rassegna all’idea che questa sia la normalità in un paese fragile come l’Italia.

La lenta ricostruzione dopo il terremoto e le battaglie degli abitanti del Centro Italia

Solo a fine agosto di quest’anno è apparso il primo cantiere privato nella zona rossa di Amatrice, dove un tempo sorgeva il centro storico. Apparentemente la ricostruzione si è velocizzata nell’ultimo anno con 200 nuovi cantieri e il raddoppio rispetto ai quattro anni precedenti delle domande approvate per ricevere il contributo necessario a rimettere in piedi gli edifici privati. Purtroppo l’edilizia pubblica dovrà attendere dopo anni di stallo. Ricostruire edifici sicuri significa ripristinare il tessuto cittadino di questi paesi, ridare un futuro e una speranza agli abitanti che in questi anni hanno visto i loro territori svuotarsi fra macerie, attività economiche in estrema difficoltà e abbandono da parte delle istituzioni. Nuove procedure e semplificazioni normative sono arrivate soltanto dopo anni, che sono sembrati un’eternità a chi ha perso i propri familiari, amici, la propria casa, il proprio paese sotto le macerie. 

Fra la fine del 2020 e la fine di giugno del 2021 sono cresciute le erogazioni del quarto Commissario Straordinario in ordine di tempo, Giovanni Legnini, passando da 266,5 a 410 milioni di euro per la ricostruzione, come segnalava l’ANSA pochi giorni fa. In particolare, sono aumentati i pagamenti per quelle opere pubbliche che servono a contrastare i dissesti e a smaltire l’enorme quantità di macerie. La strada verso un ritorno alla normalità è ancora molto lunga, se si pensa a tutte le opere che dovranno essere ricostruite: scuole, ospedali, strutture sanitarie, sedi municipali, strutture sociali, teatri, musei, luoghi di culto e palazzi storici.

Un’accelerazione nella ricostruzione post-terremoto arrivata troppo tardi. Più di 35 mila persone vivono ancora nelle SAE, Soluzioni Abitative in Emergenza, o con un assegno mensile che consente di pagare l’affitto, chiamato Cas (Contributo di autonoma sistemazione). Guardando alla situazione delle Marche, ci si rende conto dell’abbandono a cui sono state lasciate queste zone: più di 16 mila persone ricevono il Cas, quasi 4 mila vivono ancora nei prefabbricati e 186 nei container, inclusi gli studenti dell’Università di Camerino, colpiti anche loro dalle scosse avvenute nell’ottobre del 2016. 

Nonostante il poco spazio mediatico destinato agli abitanti del Centro Italia, la loro voce non si è mai spenta completamente, come dimostrano i lenzuoli ancora appesi a manifestare lo scontento e le proteste dei comitati in rappresentanza degli abitanti colpiti dal sisma. La normalità fra i paesini e le frazioni appenniniche non è mai tornata. Nelle SAE i cittadini hanno vissuto anche il periodo della quarantena e dell’emergenza sanitaria, quasi a voler mettere nuovamente alla prova la pazienza di chi si è stufato di essere chiamato “terremotato”. Arrabbiate e rassegnate sono gli aggettivi più usati per descrivere queste popolazioni: gli abitanti di Tolentino, chiusi nei container, e quelli di paesi completamente rasi al suolo – come Arquata del Tronto e Pescara del Tronto – che sognano di poter un giorno arredare la propria casa. 

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Fonte: Il Fatto Quotidiano// Pescara del Tronto (AP) 4 anni dopo il terremoto

Tradizione anti-sismica e mancanza di prevenzione

Nel nostro Paese sono state create le prime carte che indicavano la geografia e la frequenza dei terremoti più devastanti: la prima è stata disegnata da Giuseppe Mercalli nel 1883 e quella istituzionale dal geologo Torquato Taramelli nel 1888. Entrambi gli studiosi fecero un abbozzo di una scala sismica composta da 10 gradi a seguito del terremoto del 1887 che colpì la Liguria Occidentale. Ancor più interessante, la prima casa anti-sismica fu progettata nel lontano 1570 da un italiano, Pirro Ligorio, architetto chiamato alla corte di Ferrara dopo un terremoto avvenuto qualche mese prima. La storia italiana è purtroppo costellata di eventi sismici devastanti e di esempi di ricostruzione.

Dal punto di vista della tecnologia, oggi non mancano le soluzioni per prevenire gli effetti distruttivi dei terremoti e costruire edifici in piena sicurezza. Probabilmente ciò che manca è la cultura della prevenzione, in un territorio che ha sempre fatto i conti con eventi sismici di varia portata. Purtroppo da fatti abbastanza recenti come quello dell’Irpinia l’Italia non ha tratto insegnamento. Si ricordano invece le risate dei due imprenditori che nella notte del terremoto dell’Aquila si sfregavano le mani pensando agli appalti che avrebbero ottenuto per la ricostruzione. Nel frattempo i corpi erano ancora caldi sotto le macerie.

Rebecca Graziosi

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