risultati election day
Fonte: Milanopost

A sentirli parlare sembrano aver vinto tutti. Sin dai primi exit-poll sui risultati dell’Election Day, i leader delle maggiori forze politiche declamano le loro vittorie. Si è preferito guardare il bicchiere mezzo pieno, perché è sconveniente mostrarsi deboli ed accennare il minimo segnale di cedimento. Però, ad una più attenta analisi, pare ci sia stato un eccessivo entusiasmo per successi che nascondono una realtà diversa.

Resta tutto com’è, o quasi. Il parlamento italiano dalla prossima legislatura perde 345 rappresentanti e i risultati dell’Election Day non hanno avuto contraccolpi sulla maggioranza di governo, ma questo si sapeva. Anche se ci fosse stata una maggiore débâcle con la vittoria del alla riforma costituzionale, non sarebbe potuto cambiar nulla. Eppure quello che ci aspetta sarà un periodo cruciale sia per gli schieramenti politici che per il Paese.

Basta applicare un filtro e tutto sembra perfetto

I leader politici sono stati attenti a sottolineare gli aspetti positivi e, al di là delle apparenze, è innegabile che ce ne siano. Il Movimento 5 Stelle sventola il sorrisone di Luigi Di Maio, forte di aver portato a casa una delle battaglie-simbolo dei grillini. L’esito favorevole del referendum permette di far passare in secondo piano l’altra partita, quella delle elezioni regionali, e di essere fieri di aver raggiunto un risultato sul quale i governi Renzi e Berlusconi avevano fallito. Prima il Movimento è riuscito ad ottenere il benestare del parlamento, con una votazione quasi unanime a favore del taglio dei parlamentari. Ora, col voto referendario, può affermare di aver esaudito i desiderata degli italiani.

Il Partito Democratico, invece, da anni viene dipinto come in crisi e da rifondare. Nonostante questo, alle elezioni è riuscito a raccogliere il consenso di quell’elettorato di sinistra disilluso che fa squadra intorno al governatore “meno peggio” – perché di questo si tratta – pur di sventare l’insediamento di un’altra giunta di centro-destra. Il partito stravince in Campania con Vincenzo De Luca (69,48%) e resiste all’avanzata guidata da Salvini e Meloni con due successi tutt’altro che scontati, in Toscana con Giani (48,62%) e in Puglia con Emiliano (46,78%). Fallito il secondo tentativo di alleanza con i 5 Stelle in Liguria e sconfitto nelle Marche, una regione in crisi che cambia colore per provare a risorgere, il PD può comunque ritenersi soddisfatto, col segretario Zingaretti che resta al comando. Avanti così, per ora.

Il centrodestra vince dove doveva vincere e ottiene buoni risultati altrove. Conferma la sua solidità, estende la sua presenza sul territorio e aumenta la pressione sul potere centrale. Attualmente, in attesa di quello che succederà in Valle d’Aosta, governa più dei 2/3 delle regioni, con l’aggiunta delle Marche, dove l’ha spuntata il candidato Francesco Acquaroli (48,13%). Inoltre, ribadisce la netta superiorità al nord con le conferme di Toti in Liguria (56,13%) e Zaia nel Veneto (76,79%). Parlando dei singoli, Giorgia Meloni può sfregarsi le mani vedendo i suoi consensi lievitare silenziosamente. Il responso, invece, è che un centrodestra così, unito e compatto, è una fastidiosa spia d’allarme per i partiti di governo.

Ma se invece avessero perso tutti?

La realtà è che tutti questi piccoli successi non fanno altro che rimandare una resa dei conti che molti esponenti politici preferiscono evitare, almeno fino a quando il problema non sarà evidente. Il sentore, quindi, è che dietro tutti questi sorrisi, dietro i vari festeggiamenti, si celino magagne che via via si faranno sempre più grandi, fino al giorno in cui non sarà più possibile voltare la testa dall’altra parte.

A ben vedere, l’unico risultato soddisfacente del Partito Democratico è arrivato in Toscana. Soltanto in questa regione tradizionalmente “rossa” la lista dem ha ottenuto un consenso importante con il 34,71% dei voti, mentre in Campania e in Puglia si aggira intorno al 17%. Zingaretti non sembra essere in discussion, ma la sua leadership continua ad essere in bilico. La comunicazione del segretario pecca di efficacia, forse per mancanza di coraggio, per paura di non dire qualcosa di troppo o di rompere questo precario equilibrio. Dopo l’esito delle regionali il PD ha aumentato il suo potere contrattuale all’interno della maggioranza e può permettersi di indicare le prossime priorità. Il fatto è che l’attuale leader democratico non sembra esserne all’altezza e stenta ad impugnare quelle che dovrebbero essere le battaglie della sinistra che rappresenta. Il risultato è quello di aver perso un’altra occasione per una riorganizzazione.

Il Movimento 5 Stelle ha vinto poco o nulla. La partita delle regionali che ha preferito porre in secondo piano, è stata un’autentica disfatta. Lo ammette anche il “funambolo” Alessandro Di Battista, con quella lucidità e quella libertà che soltanto uno nella sua posizione può permettersi. Un’analisi puntuale che rispecchia fedelmente quello che dicono i numeri, e cioè che quel 10% raggiunto a malapena in quelle che dovrebbero essere regioni a tinta gialla (Puglia e Campania), è già di per sé un segnale non trascurabile. Va bene portare a casa le battaglie, ma se non si vuole finire nel dimenticatoio, vale la pena lottare, almeno per non sparire.

Nello schieramento di opposizione quella compattezza di cui parlavamo sembra sgretolarsi, o meglio, è in una delicata fase di trasformazione, che potrebbe comportare nuove gerarchie interne. Battere De Luca era una sfida complessa, ma in Toscana e Puglia lo scacco matto è fallito e gran parte delle colpe sono imputabili a Matteo Salvini. Proprio in questi giorni, infatti, è scoppiata la polemica tra il leader della Lega e Raffaele Fitto, il candidato del centro-destra in Puglia che, dopo le accuse ricevute dal primo, risponde con un duro post dalla sua pagina Facebook. Fitto sostiene di non essere stato supportato dal leader della Lega e affonda il colpo evidenziando la perdita di 16 punti percentuali nel territorio pugliese da parte del suo partito. Adesso Salvini, oltre a doversi confrontare con alcuni malumori interni, ha un altro problema chiamato Giorgia Meloni. Tutt’altro che un trionfo, insomma.

Post Facebook del candidato del centrodestra Raffaele Fitto sul risultato delle elezioni regionali in Puglia
Fonte: Profilo Facebook Raffaele Fitto

L’alleanza M5S-PD dopo i risultati dell’Election Day

Hanno perso equamente tutti e, quindi, nessuno ci ha rimesso nulla. Almeno per il momento. È innegabile, però, che i risultati dell’Election Day hanno sollevato qualche perplessità, specie per la maggioranza di governo. Il secondo tentativo di alleanza tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico a sostegno del candidato della Liguria, è un altro buco nell’acqua dopo quello dell’Umbria nel 2019. È appurato che unirsi con il solo scopo di battere la destra non può essere motivo sufficiente per governare.

Urge un dialogo tra dem e M5S, fin qui inesistente, che parta da punti condivisi e che giunga ad una sorta di orizzonte comune, quanto meno per competere con una destra che apparentemente ha le idee chiare. Se a livello nazionale con qualche difficoltà si sta costruendo un programma comune step-by-step, per poter amministrare una regione serve qualcosa di più. Le alleanze che sono state strette in Umbria e nelle Marche sono state dettate dalle circostanze e sembrano frutto di accordi dell’ultimo minuto.

L’obiettivo è arrivare pronti alle elezioni del 2021, nelle quali si voterà per le amministrazioni di Milano, Torino, Bologna, Roma e Napoli: perdere soltanto una delle città metropolitane non farebbe che aggravare la situazione. Nei prossimi mesi tra il Recovery Plan, la gestione dei contagi e la votazione per le nuove giunte comunali il governo si giocherà molto, forse tutto. Sarà importante togliere il filtro e ripartire dagli errori commessi. Per adesso, le forze politiche possono tirare un sospiro di sollievo e per farsi coraggio, ripetersi “fino a qui tutto bene“.

Matteo Mercuri

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