La rapida ascesa di Tones and I: da busker a indie role model

Il calzante ritornello che recitaMove for me, move for me, move for me, yeah” è ormai entrato nella testa di gran parte degli ascoltatori della radio del Belpaese. “Dance Monkey” di Tones and I è il brano che da qualche settimana a questa parte risulta, a detta di EarOne, il più trasmesso dalle emittenti nostrane e che al contempo ha raggiunto il vertice della classifica ufficiale di vendita FIMI/GfK.

La simpatia e l’energia della giovanissima Toni Watson – questo il nome all’anagrafe dell’interprete Tones and I – hanno conquistato nel giro di poco tempo milioni di amanti della musica. La diciannovenne originaria della penisola di Mornington, che fino a due anni fa viveva unicamente di busking, è riuscita a centrare l’ambizioso traguardo di raggiungere in primis il primato in Australia (suo paese d’origine) e successivamente anche nel resto del globo, scalando la vetta in ben venti nazioni grazie al suo fortunoso singolo.

Molti si chiederanno come sia possibile che un’ex busker abituata ad esibirsi ai bordi di un marciapiede sia riuscita ad imporsi tra veri e propri giganti della musica internazionale e a far innamorare una così ampia fetta di pubblico in pochi mesi. La risposta è semplice: Tones and I è rimasta fedele a se stessa in una società come la nostra basata sull’esaltazione di modelli standardizzati ed omologanti frutto della logica consumistico-edonistica del nostro tempo.

Tones and I piace perchè è autentica e spontanea: si presenta sul palco vestita con tute dai colori sgargianti e i suoi inconfondibili cappellini extralarge in totale contrapposizione con il look lezioso di qualche sua collega popstar. Toni disdegna l‘omologarsi ai canoni estetici dominanti, portando avanti la sua idea di femminilità non stereotipata e non si vergogna di mostrarsi per come realmente è, nei suoi pregi ed anche nei suoi difetti.

Anche se ad un primo ascolto sembrerebbe un brano creato ad hoc per far ballare gli ascoltatori, “Dance Monkey”  è un racconto autobiografico attraverso il quale l’artista parla di se stessa e del suo percorso di vita. La dance monkey è proprio lei: la giovanissima Toni è consapevole della sua condizione di fronte alle richieste di un pubblico sempre più esigente che la considera un animale ammaestrato (Just like a monkey, I’ve been dancin’ my whole life/ But you just beg to see me dance just one more time).

Dagli elementi sopra descritti non si può di certo negare che la stella nascente della musica internazionale si concentri totalmente sulla sua espressione artistica e mantenga un atteggiamento di produzione del tutto personale: è grazie a queste sue caratteristiche che possiamo etichettarla come artista indie a tutti gli effetti. Il suo successo non deriva dalla rete o da apparizioni in noti talent show televisivi, come oggigiorno accade per molti suoi colleghi, ma è frutto di un duro lavoro fatto di tanti sacrifici e piccoli concerti.

A guidare Toni non è la brama di successo: la sua grande passione per la musica e per il contatto con altre persone sono il motore di tutto. Ai giorni nostri sono molteplici i casi di cantautori, cantautrici e band che vengono definiti indie in quanto scoperti da etichette indipendenti e che, una volta raggiunta l’ascesa, si legano a major che li diffondono verso un pubblico sempre più vasto. Tones and I è sotto contratto con la Bad Batch Records ma, a differenza degli altri, è rimasta la ragazza semplice di due anni fa: nonostante sia diventata famosissima in tutto il mondo non si è montata la testa e spesso e volentieri ritorna sui suoi passi esibendosi per gli amici di Byron Bay, luogo in cui si era trasferita per vivere unicamente della sua musica.

Toni Watson può considerarsi in questo senso un modello da seguire in un’epoca in cui la concezione di musica indipendente è totalmente cambiata rispetto agli albori. Se l’indie un tempo poteva essere considerata la corrente filosofica di chi predilige una produzione fai da te e va contro le logiche del mercato, ora viene considerato un genere a tutti gli effetti con caratteristiche specifiche alle quali bisogna conformarsi per farne parte.

Si può dire quindi che l’indie tanto indie più non è vista la mutazione subita nel corso del tempo. Il fenomeno sopra descritto è ben evidente anche in Italia. Se pensiamo che poco prima degli anni zero i campi di battaglia degli artisti indipendenti erano la strada (come nel caso di Tones and I) o sudici pub con tavoli impolverati e puzza di fumo fa strano pensare che poco più di vent’anni dopo Internet giochi un ruolo fondamentale nello scenario indipendente italiano.

È proprio grazie alla rete che l’indie si sta diffondendo a macchia d’olio in Italia: le più diffuse piattaforme musicali impazzano di contenuti condivisi da cantanti e band della scena indie e sui social sono nate vere e community e forum sulla musica indipendente italiana con milioni di seguaci. Insomma l’indie in Italia sta prendendo una piega sempre più pop: essere indie è cool, tant’è i ragazzi de Lo Stato Sociale hanno celebrato la loro “essenza indipendente” nel loro brano “Sono così indie”, diventato un mantra per molti giovani che si riconoscono in questo genere.

Essere indie non vuol dire più produrre musica libera da ogni vincolo imposto dalla grandi case discografiche, ma adottare un certo tipo di stile nell’abbigliamento – occhiali da nerd, vestiti retrò e accessori vintage sono ben visti nell’ambiente – e un atteggiamento colto. Gli esponenti italiani del genere cantano in lingua madre, celebrano la vita di provincia anziché la metropoli e si dimostrano sensibili ai problemi sociali promuovendo un intellettualismo fine a se stesso.

Gli italian indie boys vogliono apparire sempre e comunque controcorrente non rendendosi però conto che essere anticonformisti a tutti i costi è soltanto un altro modo per essere conformisti. Essere alternativi non significa essere forzatamente diversi: l‘anticonformismo sano appartiene a coloro che sanno definire sensorialmente la propria personalità e hanno un grande spirito critico. E per questo motivo Tones and I ha dato agli esponenti della musica indipendente italiana una grande lezione: essere indie significa prima di tutto credere in se stessi e mettere in risalto la propria unicità.

Vincenzo Nicoletti

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