Femminile, Patriarcato
Carrie, interpretata da Chloe Moretz nel film Lo sguardo di Satana - Carrie (2013). Fonte: https://wall.alphacoders.com/big.php?i=564630

«La prima materia, prende per specchio il sesso femminile; sesso, dico, ritroso, fragile, inconstante, molle, pusillo, infame, ignobile, vile, abietto, negletto, indegno, reprobo, sinistro, vituperoso, frigido, deforme, vacuo, vano, indiscreto, insano, perfido, neghittoso, putido, sozzo, ingrato, trunco, mutilo, imperfetto, incoato, insufficiente, preciso, amputato, attenuato, rugine, eruca, zizania, peste, morbo, morte» (Giordano Bruno).

Ne Il dio sensibile. Saggio sul panteismo (Neri Pozza 2021), Emanuele Dattilo insegue il profilo dell’ontologia panteistica, passando attraverso le sue apparizioni nella storia del pensiero. Il panteismo è molto più vicino all’ateismo che a una dottrina su Dio, perché a Dio toglie la sua sovranità, frantumando tutti i dualismi a cui siamo stati abituati dalla griglia del pensiero, un pensiero che si individua e si esaurisce nelle nostre teste, e che dall’alto del suo dominio taglia, separa e crea. Dio e mondo, soggetto e oggetto, agente e azione, creatore e creato perdono distinzione, diventano prossimi l’uno all’altro e si confondono, in nome di un divino senza Dio e senza dominio, che si identifica con la materia. La materia del panteismo è pervasiva, non è semplicemente l’estensione dei corpi, né il sostrato della forma: David di Dinant la chiama “materia del pensiero”, o mente; è una mente non più individuata, che consiste nell’intelligibilità di tutte le cose, che scioglie i confini tra di esse, perché «nella mente […] il nostro intelletto non conosce più la materia – Dio – poiché è identico a essa»1. La materia, in altri termini, è una potenza sempre attuale, eternamente mossa del desiderio. Un desiderio che è il contrario della separazione tra oggetto e soggetto perché, trascinando quest’ultimo fuori di sé, ne sancisce l’impossibilità della scissione dal divino. E questa materia, tradizionalmente, è “femmina”: «il paragone tra la materia e il sesso femminile era un antico luogo comune della letteratura filosofica, che ha segnato tutto il nostro pensiero, i nostri modi di intendere la materia ma anche lo statuto della femminilità»2.

E se una congrega di mostri sovvertisse il patriarcato?
Fonte: https://www.framedmagazine.it/il-mostruoso-femminile-jude-ellison-sady-doyle-recensione/

Intorno a questa materia spaventosa e pervasiva, viscida e ripugnante, ruota la femminilità dipinta da Jude Ellison Sady Doyle (1982) ne Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne, edito da Edizioni Tlon nel marzo 2021, con la traduzione italiana di Laura Fantoni. Il saggio si muove agilmente attraverso una pletora di riferimenti a cinema, letteratura, casi di cronaca e cultura pop, lasciando emergere, poco a poco, il volto mostruoso delle figlie del patriarcato: donne talmente temute che, a forza di vivere ai margini, si sono trasformate in creature liminali, al confine tra il mondo dell’umano, o meglio, dell’uomo, e quello del non umano. Quando il desiderio, la sessualità e l’indipendenza femminili hanno rischiato di far tremare l’ordine costituito sono stati relegati a fenomeni di un altro mondo, meravigliose fatture da cui stare alla larga. Nella mitologia babilonese, la madre primordiale di tutto il cosmo era Tiāmat, un serpente marino nel cui nome, secondo alcune ipotesi, riecheggia la parola accadica tâmtu, “mare”. La dea deriverebbe, a sua volta, dal culto sumero di Nammu, il principio femminile della forza creativa dell’acqua. Secondo il mito, Tiāmat fu sventrata da un membro della sua progenie, Marduk, dio civilizzatore, protettore dell’universo e di Babilonia: dal cadavere del serpente, diviso a metà e cavalcato dal suo aguzzino, scaturirono il cielo e la Terra, il mondo ordinato e gerarchico, costruito al prezzo della divinità femminile caotica e primordiale.

L’immagine di un divino caos delle origini, antecedente a terra e cielo, indifferente a tutte le segmentazioni del nostro mondo e, in definitiva, ad esso stesso, è molto lontano dalla sensibilità di culture sviluppatesi sotto il segno del monoteismo. Il Dio dei monoteismi è innanzitutto creatore: come tale, domina quel che ha creato e ne è indipendente; è un Dio paterno, che fugge la contaminazione coi propri figli e trascende la promiscuità con la materia che tanto era cara alle “religioni primitive”, infantili, persino, ad occhi etnocentrici. Eppure, «quale tra queste due concezioni sia più infantile – se quella di un Dio materiale e impersonale, che coincide con tutto ciò che esiste, o quella di un dio Padre, che ci giudica e perdona –, non ha bisogno di essere detto»3. Come scrive Doyle, la sostituzione della parola “uomo” con “umanità” nelle moderne traduzioni della Bibbia non è bastata a scardinare l’immagine di dominio tutta al maschile, sancita dalla Genesi: «…facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra»4. Peccato che quest’ordine sia contingente e richieda un quotidiano esercizio di violenza per tenersi in piedi.

E se una congrega di mostri sovvertisse il patriarcato? 
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Jude Ellison Sady Doyle. Fonte: https://inthesetimes.com/author-redirect/159877/

Non è altro che un’illusione “agrilogistica”, come la definisce il filosofo Timothy Morton, quella del dominio sulla “Natura”. Una natura che, nel suo modello di ecologia, dovrebbe smettere di essere chiamata tale, perché, così chiamandola, ci appelliamo all’immagine romantica che la vorrebbe docile sfondo del nostro operato, dimenticando che è l’ambiente viscoso e pervasivo (oltre che dotato di agency) in cui siamo immersi. Tenuto conto che «Natura non può far cosa perfetta / Poi che natura femina vien detta»5, il patriarcato si sforza di esercitare un controllo ossessivo su qualsiasi cosa abbia il potere di sovvertirlo, specialmente su quel che del femminile è più corporeo e materiale, quindi potenzialmente rivoluzionario: il sesso, il desiderio, le mestruazioni, la maternità. Lungi da Doyle, autore queer e non-binary, fare del ciclo mestruale e della maternità tratti salienti della femminilità: questa identificazione è un’altra arma patriarcale, un altro confine annichilente. Non solo le donne, agli occhi di chi le domina, sono tutte etero e cis, ma non appena sembrano essere sessualmente indipendenti, o peggio, non conformi alla norma, diventano mostri, plasmati dalla paura misogina; una paura che può sfociare nel femminicidio o, talvolta, nello “stupro correttivo”, «il tentativo di ricondurle all’ovile eterosessuale con la forza»6.

Quando la sua sessualità è libera, la femme è fatale, perché il suo desiderio è intrinsecamente sovversivo, tanto da suonare come una minaccia alla sopravvivenza del maschio. È una sirena, incantatrice e poi assassina, o persino una fata, figura tanto presente nei paesi che condividono l’immaginario celtico. Proprio in quest’ultimo, come individuato da W. Y. Evans-Wentz, le fate erano eccellenti donne di casa, che inserivano una clausola nel contratto di matrimonio: il diritto di lasciare un marito violento. Quando cominciavano le percosse e la donna se ne liberava divincolandosi dall’unione matrimoniale, lasciava emergere la sua natura fatata, la sua determinazione mostruosa. E se invece in casa col marito decidevano di restarci, lottando sul campo, queste donne non erano che changeling: sinistre creature che della moglie in questione avevano solo le sembianze, ma celavano uno spirito di fata, dalla tempra troppo ribelle per essere umana. Morì così Bridget Cleary, un venerdì sera del marzo 1895 a Ballyvadlea, in Irlanda. Una donna assertiva ed economicamente indipendente, grazie al suo lavoro da modista e sarta e all’allevamento di polli: troppo “strana” per i giornali locali e per suo marito Michael, che dopo giorni di cruente torture la uccise in casa sua, davanti a tutti i suoi familiari. A processo per omicidio, Michael confessò che quella che aveva assassinato non era affatto sua moglie, ma una fata che l’aveva rapita e ne aveva assunto le fattezze: sarà che l’aveva “esasperato” al punto da bruciarla viva. Non possono mancare, all’appello di Doyle, le donne vampiro e quelle possedute. La Lucy di Bram Stoker è una donna che nel XIX secolo si intrattiene con tre uomini diversi anziché accudire bambini (quelli, in effetti, li caccia tutte le notti), e finisce ad essere riesumata per ricevere tre paletti aguzzi nel cuore. Regan ne L’esorcista (1973) non è altro che una preadolescente alle prese con la pubertà, il desiderio sessuale incipiente e i cambiamenti del suo corpo: per tenerla a bada, però, servono due preti che la rispediscano nell’infanzia.

E se una congrega di mostri sovvertisse il patriarcato?
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Emile Bayard, Mélusine in History of Magic, 1870. Fonte: loradaria.com.


Ancora adesso, «per ogni femme fatale immaginaria che usa la propria sessualità come un’arma per la distruzione dei maschi, c’è una donna reale che è stata stuprata […]; per ogni ninfa crudele che affoga il proprio amante o sirena ammaliatrice […], c’è una donna la cui esistenza è stata bloccata, limitata o conclusa da un uomo. È facile pensare di essere la sirena, identificarsi con la sposa fatata che può proibire agli uomini di toccarla o guardarla […] Ma è più probabile essere la regola che l’eccezione, essere le troie ammazzate piuttosto che le final girl»7. Sotto le vesti costipanti di figlie, mogli e madri c’è un oceano ribollente di desiderio, in cui l’attrazione, il genere, e il sesso sono slegati e liberamente in espansione. Nel terzo episodio della serie fantasy Carnival Row (2019), il tenente Winshaw ammonisce Rycroft Philostrate (Orlando Bloom) sul conto dei “fatati”, un popolo devoto a «idolatry, intemperance, fornication. Their ways have built the very empire that now crumbles around us. And we must be careful not to be seduced». Eppure, attraversare il mondo stregonesco in cui sono state confinate, non può essere, per le donne, che un riconoscimento di potere. Forse sarebbe bene essere sedotti da questo impero che “ci sta crollando addosso”.

Siria Moschella


1 Emanuele Dattilo, Il dio sensibile. Saggio sul panteismo, Neri Pozza 2021, p. 80.
2 Ivi, p. 285.
3 Ivi, p. 31.
4 Gn, 1, 26.
5 Ariosto, Orlando Furioso, XXVII, 120.
6 Jude Ellen Sady Doyle, Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne, Edizioni Tlon 2021, formato kindle, pos. 1206.
7 Ivi, pos. 1216.

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