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Disney+, quel mondo che cresce e diventa un po’ meno fatato

Disney + fonte: disney.it

Dal 24 marzo in Italia è possibile accedere ad una nuova piattaforma online che ha infiammato la concorrenza nella distribuzione in streaming: Disney+. Gli abbonati avranno a disposizione un vasto catalogo di oltre 500 film ed oltre 350 serie tv. Oltre ai grandi classici che hanno attraversato epoche storiche fino a giungere alla nostra, la compagnia di Topolino ha sviluppato il proprio corredo genetico estendendo i propri confini: Pixar, Marvel, Star Wars, National Geographic e Fox fanno ormai parte della “Walt Disney Company“, e con esse anche alcune delle loro produzioni. Un tentativo da parte dell’azienda di arrivare ai più maturi, cercando di emanciparsi dall’etichetta del parco giochi infantile ed onirico che ha costruito attorno a sé da un secolo. Disney + è riuscito ad andare oltre il solito family-friendly?

La Disneyficazione

“Disneyfication of an hero” di Patrick McGrath Muiz (2010).
fonte: saatchiart.com

La risposta è, ovviamente, no. Dal 1923 la Disney ha creato un universo incantato autopoetico che si riproduce in schemi fissi, mirando all’espressione di una morale comune che non mette mai in dubbio se stessa: lo stereotipo borghese del successo, del lieto fine, della vittoria indiscutibile del Bene sul Male come modello di business vincente, con tanta pervasività da far nascere un termine apposito, la “disneyficazione”.

Alcuni sociologi utilizzano il termine “Disneyfication” per intendere la trasformazione commerciale che una società mette in atto per assomigliare ai parchi e resort Walt Disney, che è espressione della globalizzazione occidentale e dello stile di vita consumistico. Andre Kehoe, in “Christian Contradictions and the World Revolution” (1991) parlava dell’operato Disney come fattore di “omogeneizzazione sociale e culturale”, per cui luoghi e piazze vengono disneyficate, cioè spogliate del proprio carattere originale e vestite di un tessuto pubblicitario “igienizzato” e più piacevole:

«[…] Ciò significa sostituire il reale con un’impiallacciatura idealizzata e adatta ai turisti».

Insomma, luoghi sicuri, quindi ipercontrollati, dove le famigliole della media e alta società possano portare i pargoli. In questo scontro inquietante tra ideale e reale il filosofo francese Jean Baudrillard ha definito Disneyland il luogo più reale degli Stati Uniti, perché non pretende di essere qualcosa di più di quanto non sia in realtà, un parco a tema. Nel suo saggio “Simulazioni e simulazione” (1981), scrive: «Disneyland è presentato come immaginario per farci credere che il resto sia reale, quando in realtà tutta Los Angeles e l’America che lo circonda non sono più reali, ma dell’ordine dell’iperrealtà e della simulazione».

Disney+ e “vissero felici e contenti”

Anche le produzioni “immigrate” in Disney+ sono in gran parte espressioni di una morale comune lontana da qualsiasi astrazione più pericolosa. Basti pensare ai film targati Marvel, opere di grande perizia tecnica che attirano milioni di consumatori, ma sostanzialmente banali e ripetitivi nelle tematiche: supereroi buoni che vincono contro supereroi cattivi.

Inoltre vi è una rincorsa da parte della piattaforma stessa per il politicamente corretto spesso con accorgimenti eccessivi segnalati prima della visione di una pellicola o di una serie, spesso inerenti a critiche volte alla compagnia in passato, soprattutto riguardo tematiche come il razzismo. Ad esempio in “Le avventure di Peter Pan”, vi è segnalato: «Questo programma si presenta così come era stato creato in origine. Potrebbe contenere raffigurazioni culturali datate» riferendosi alle scene con gli indiani dell’Isola che non C’è. Occhio alla censura, della quale molti si lamentano: molte scene del programma forse più maturo all’interno di Disney+, I Simpson, sono state tagliate poiché giudicate scomode.

Il mondo Disney, e conseguentemente anche Disney+, è quindi un collodiano paese dei balocchi: un mondo fatato, rassicurante, nelle cui radici si nasconde una realtà speculativa ben diversa dalle apparenze che elude la realtà anche più felice delle cose. Poiché spesso la realtà è più trascendente della fantasia bigotta.

Luca Longo

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