Thunder

Se non fossimo sicuri che quel ch’è accaduto al Moda Center di Portland sia realtà, potremmo davvero pensare di essere spettatori di una pellicola thriller. Adrenalina, colpi di scena, lotta, finale surreale: le componenti per crederlo ci sono tutte. Ma non è stato così, quella di una settimana fa non è stata una sceneggiatura hollywoodiana, è stata, però, una partita che noi tutti ricorderemo per molto tempo, forse per il resto delle nostre vite. La dagger di Damian Lillard è diventata un’instant classic, qualcosa di talmente incredibile che lo racconteremo ai posteri, qualcosa riguardo cui, un giorno, potremo dire: “Io c’ero, io l’ho vissuta”. Insomma, one of those nights. E se da una parte abbiamo assistito alla straordinaria prestazione di un singolo e di un collettivo, che grazie ad un sistema offensivo e difensivo ben delineato – nel bene e nel male – riescono a sopperire anche ad assenze pesanti, dall’altra parte l’esatto opposto, la rappresentazione più eclatante di qualcosa che non funziona, e chissà se funzionerà mai.

La stagione dei Thunder è stata molto simile a quella passata. Inutile spingersi oltre, perché era impossibile immaginare che da quella 2016-17 potesse uscire qualcosa di realmente positivo, dopo l’addio di Kevin Durant. Ma le ultime due appaiono decisamente speculari: grandi aspettative sfociate in un nulla di fatto. Le firme di Paul George Carmelo Anthony, tanto roboanti quanto inaspettate, avevano fatto serpeggiare l’idea che, forse, qualcosa di nuovo si potesse ricostruire a Oklahoma City. Come sono andate le cose lo sanno anche i sassi; di Melo non vi è più traccia nella Lega, per ora, dopo aver bruciato anche l’ultima chance concessagli da Houston, mentre George per quanto abbia dimostrato di essere un giocatore straordinario non è Kevin Durant. Ma questo non lo scopriamo certo oggi. E così dopo sole due stagioni, l’umore in casa OKC sembra essere tornato quello dell’estate 2016, orfani di un’identità e di prospettive future importanti.

Chi un’identità ben precisa ce l’ha, invece, è Russell Westbrook. Lo citiamo soltanto ora ma è chiaramente l’elefante nel corridoio. Lo è stato nei momenti di massimo splendore, lo è ancor di più nelle serate no, che ultimamente capitano sempre più di frequente. Ad un primo sguardo superficiale la carriera del n.0 senza il suo partner storico sembrerebbe comunque importante, almeno individualmente: un titolo di MVP, tre stagioni consecutive concluse con una tripla-doppia di media e l’aver guidato la classifica degli assist per ben due volte (2017-18, 2018-19). A questi, va sicuramente accompagnato il record probabilmente più anormale, la leggendaria prestazione da 20-20-20 (20 punti, 20 rimbalzi e 21 assist) che Westbrook ha messo a segno lo scorso 2 aprile e che ha dedicato al rapper Nipsey Hussle, suo amico rimasto ucciso poche ore prima in un parcheggio di Los Angeles. Numeri, traguardi e trofei che lo porteranno sicuramente all’interno della Hall of Fame, un giorno, ma che ci fanno chiedere, sempre di più, se sia tutto qua o se ci sia realmente altro.

I numeri vanno poi interpretati e le statistiche affondano di fronte a quelle tre uscite consecutive al primo turno. E se possiamo comprendere l’eliminazione contro Houston, quelle contro Utah e Portland sono incomprensibili, non tanto per il risultato finale (2-4, 1-4) quanto per la netta sensazione di inferiorità che Oklahoma ha palesato. Le cose sono cambiate attorno a Westbrook in questi anni e tutti sembrano avere una carriera migliore quando non sono in squadra assieme a lui, come se fosse una sorta di buco nero capace di inghiottire tutto. E se appare facile citare Durant e i suoi successi (prevedibili) a Oakland, a quanto pare nessuno della dirigenza dei Thunder si aspettava che Harden potesse essere un giocatore così superiore a questo punto della sua carriera, altrimenti non avrebbero mai scelto Westbrook nella situazione di aut aut nel 2012. Ma potremmo anche parlare di Victor Oladipo, quasi un fantasma nel corso delle sue 67 presenze in maglia OKC e adesso leader indiscusso di una franchigia, Indiana, che sta dimostrando un enorme potenziale. E, ancora, SabonisKanter, entrambi riscopertisi giocatori fondamentali all’interno dei rispettivi sistemi; il turco, addirittura, è stato uno dei fattori chiave nell’eliminazione dei Thunder.

Naturalmente potrebbe essere una coincidenza e anche nel caso non lo fosse non si può incolpare Russ di tutto, come se lui fosse Renzi e gli altri il centrosinistra. Una cosa, però, è certa: Oklahoma City ha un problema di sistema offensivo che non le permette di competere dove (e come) dovrebbe. E non è nuovo, è qualcosa che si trascina con sé da anni, anche quando c’era Durant e le Finals sembravano alla portata ogni stagione. Solo che adesso lo notiamo più facilmente perché l’assenza di uno straordinario realizzatore fuori dal comune rende più complicato uscire da determinate situazioni in cui è facile ritrovarsi durante una partita di playoff. L’assenza di un sistema e la difficoltà di Westbrook nell’accettare di dover cambiare il proprio modo di giocare sono le due sfide che i Thunder dovranno affrontare in questa off-season, perché sono i due cambiamenti principali che possono portare ad una svolta, e non al solito triste epilogo. L’MVP 2017 deve comprendere di non essere un grande tiratore – le percentuali al ribasso lo dimostrano – e di non poter prendersi il volume di tiri che prende adesso, per il bene proprio e della squadra. Nel corso di questa stagione, prima dell’infortunio dell’ex giocatore di Indiana, sembrava che finalmente coach Donovan avesse trovato la quadra del cerchio: George prima scelta offensiva e Westbrook a fare da facilitatore. Tra metà dicembre e fine febbraio, i Thunder hanno raccolto 21 vittorie e 9 sconfitte. Nel corso di queste trenta partite George ha avuto un %USG di 30.9 e ha segnato 32.8 punti di media (dietro al solo Harden), questo vuol dire una percentuale di possessi in cui lui è stato scelto come finalizzatore nettamente superiore a quella della passata stagione e in generale a questa: 29.5 di %USG in rs e 29.8 ai playoff. Un sistema che sembrava funzionare, stravolto (dopo il problema alle spalle di George) per tornare alle solite vecchie abitudini che si sono riscontrati in tutta la serie contro Portland e in particolare nei minuti finali di gara-5.

Nonostante tutto questo, i Thunder all’indomani dell’inizio della post-season sembravano essere favoriti sui Blazers, che avevano sweepato nel corso della stagione regolare e che si presentavano all’appuntamento senza uno degli uomini più importanti, Jusuf Nurkic, out per infortunio.

Abbiamo accennato alla regressione al tiro di Westbrook, che nel corso della serie ha tirato 19/63 da dietro l’arco (30.2%). A questo si lega uno dei problemi più importanti di Oklahoma: la mancanza di tiratori. In una NBA che sta diventando sempre di più una Lega per tiratori e dominata da tiratori, non averne è come sperare di vincere un Master 1000 senza saper battere. Con Russ fuori orbita, l’attacco è ruotato attorno ad un perno, Paul George; troppo incostanti Schröder, Grant e Ferguson per rappresentare un reale appiglio. Questo è il punto che racchiude la trilogia dei sintomi che dovranno essere curati nel corso dell’estate, se si vuol fare le cose sul serio. Una cosa non facile per una franchigia che spende già 147.6 milioni per il proprio roster e che, dunque, non ha molto spazio per attrarre giocatori importanti. Se non puoi firmare, devi essere in grado di scambiare; e OKC si ritrova un contratto da 25 milioni di Adams sul groppone, forse troppi per un giocatore di questo tipo. 

L’estate calda dei Thunder è già cominciata.


Michele Di Mauro

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