Home Attualità Il 1° maggio degli insegnanti non è una festa, ma un motivo...

Il 1° maggio degli insegnanti non è una festa, ma un motivo di riflessione

321
1° Maggio - Insegnanti
Fonte immagine: oxfordschool.com

Settantaquattro sono stati i giorni di scuola che, in media, sono andati persi a causa dell’emergenza sanitaria provocata dalla covid-19. Più di un terzo dell’anno scolastico medio, dunque, che a livello mondiale conta 190 giorni. Questi sono i dati che in estrema sintesi ci vengono restituiti dal rapporto di Save the Children, diffuso nel marzo 2021 a un anno esatto dallo scoppio della pandemia. Le scuole di tutto il mondo dunque sono state costrette alla chiusura, ma la didattica per fortuna non si è mai fermata. Con tutti i suoi limiti e le sue carenze, infatti, la DAD è venuta in soccorso all’istruzione. Ma fin da subito, tuttavia, è stato evidente che essa avrebbe costituito una sfida molto più complessa di quella che avremmo potuto anche solo immaginare. Non tanto perché, nemmeno negli scenari più apocalittici, avremmo potuto ipotizzare che nel 2020 un virus ci avrebbe costretti in casa per mesi interi, ma soprattutto perché non eravamo preparati a questo nuovo modo di “fare scuola”. Il 1° maggio degli insegnanti offre lo spunto per riconoscere lo sforzo profuso durante questi mesi.

È stato proprio in questo frangente così delicato che i docenti si sono fatti carico del più difficile dei ruoli: ripensare il concetto di insegnamento che, se è rimasto uguale nel suo significato, ha dovuto adattarsi – e pure velocemente – a nuove modalità di divulgazione. Fermo restando che nessuna tecnologia sviluppata potrà mai sostituirsi alle relazioni umane in presenza, gli insegnanti hanno accettato la sfida della DAD per non lasciare soli gli studenti e a pochi giorni dal 1° maggio l’occasione è propizia per interrogarsi su cosa questa sfida ha realmente significato per loro.

Uno spaccato interessante su quelle che sono state le difficoltà che hanno dovuto affrontare gli insegnanti in questa situazione emergenziale affiora nell’ambito di “La scuola «restata a casa». Organizzazione, didattica e lavoro durante il lockdown per la pandemia di Covid-19”, indagine promossa e realizzata dalla FLC CGIL, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe Di Vittorio, con l’Università La Sapienza di Roma e l’Università degli studi di Teramo. Gli insegnanti raggiunti dal sondaggio sono per circa 4/5 donne, una proporzione che rispecchia quindi quella dell’universo scolastico italiano. Sempre in proporzione, le donne intervistate insegnano prevalentemente nei primi gradi di istruzione, mentre gli uomini prestano servizio soprattutto nella scuola secondaria di primo e secondo grado.

Come si legge nel paper, l’adozione di pratiche di didattica diverse da quelle tradizionali in presenza ha comportato almeno tre ordini di questioni: una di ordine organizzativo, una di ordine didattico e una di ordine lavorativo. Della prima sono stati presi in considerazione i modi e i contenuti dei processi decisionali sviluppati per gestire l’emergenza; della seconda le modalità didattiche adottate nel nuovo contesto tecnologico; e della terza i carichi lavorativi derivanti dalle prime due. Proprio su quest’ultimo aspetto si intende, in occasione dell’approssimarsi del 1° maggio, concentrare l’attenzione. Ad essere emerso immediatamente è stato il fatto che la DAD ha avuto un impatto negativo sul carico di lavoro per la maggior parte degli insegnanti. Il 64,7% dei docenti che hanno risposto al sondaggio ha infatti dichiarato che il lavoro svolto è aumentato in modo rilevante in seguito al passaggio alla didattica a distanza. Si tratta di un incremento avvertito con maggiore intensità tra i docenti della scuola primaria ma che, in generale, ha coinvolto chi ha riscontrato maggiori difficoltà di coordinamento con dirigenti e colleghi rispetto a chi invece ha avuto modo di costruire relazioni più cooperative per fronteggiare l’emergenza.

L’aumento del carico di lavoro si è tradotto anche in una maggiore difficoltà di gestione del tempo, com’è dimostrato dal fatto che sono stati ben 463 i docenti intervistati (sui 1190 che hanno fornito una risposta ritenuta valida) ad aver sostenuto di riscontrare molte difficoltà nel tenere separato il tempo dedicato al lavoro da quello dedicato ad altre attività. Con riferimento a quest’ultimo aspetto, è poi emerso che la questione presenta una prevedibile quanto marcata connotazione di genere: come quasi sempre accade, infatti, sono principalmente le donne a occuparsi dei lavori domestici e a dedicare più tempo alla cura dei figli, un impegno che, restando in casa per l’intera giornata, è divenuto progressivamente più gravoso e ha finito col complicare ulteriormente la gestione del tempo delle insegnanti.

I dati e i numeri dell’indagine condotta (che se volete consultare in modo più accurato sono disponibili qui) sono importanti per una comprensione più completa di quello che è stato il lavoro svolto dagli insegnanti in questi mesi di pandemia. Eppure non restituiscono a pieno le difficoltà dei docenti alle prese con piattaforme digitali con cui avevano scarsa o nessuna dimestichezza. Né il senso di smarrimento provato a causa di una situazione di incertezza, fatta di continue chiusure e riaperture. E neppure l’impegno profuso nel cercare di rendere attrattive lezioni in cui le interazioni, per forza di cose, vengono fortemente penalizzate. Il 1° maggio degli insegnanti si trasforma allora in un’occasione di riflessione, perché se è vero che non tutti sono riusciti a rispondere all’emergenza con la stessa tempra, è altrettanto vero che non si può non riconoscere loro il merito di aver compiuto un enorme sforzo nel tentativo di garantire continuità al percorso scolastico degli studenti di ogni ordine e grado.

D’altro canto, quella degli insegnanti è stata solo una delle tante categorie messe alla prova dalla covid-19. E quale occasione migliore, se non quella del 1° maggio, per ricordare che saranno solidarietà e collaborazione, e non polemiche sterili e divisorie, a condurci fuori dalla crisi. Delle seconde può occuparsi forse chi gioca a far politica, ma i lavoratori, quelli veri, hanno ben altro a cui pensare, hanno un Paese da risollevare.

Virgilia De Cicco

Greenpeace

Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui