Toronto

Questo può essere l’anno dei Toronto Raptors” è una frase che abbiamo sentito dire così spesso negli ultimi anni da essere diventata un mantra. E, puntualmente, questa previsione è stata disattesa anno dopo anno, stagione dopo stagione, playoff dopo playoff. Il motivo per cui nelle tre stagioni precedenti non sono riusciti ad andare oltre una certa asticella ha un nome e un cognome: LeBron James. E non è capitato solo a loro, perché James nell’arco delle otto Finals consecutive raggiunte ha spezzato il sogno di molteplici squadre, che hanno visto davanti a sé una montagna troppo difficile da scalare. Una montagna che lo scorso anno, prima di incrociare per la terza volta consecutiva James, Kyle Lowry aveva paragonato ai ‘Bad Boys’ di Isiah Thomas, non tanto per qualità del roster quanto come muro contro cui andare a sbattere. Il riferimento è ai Chicago Bulls di Michael Jordan che, dopo essere stati eliminati per tre anni consecutivi, finalmente nel 1991 riuscirono ad imporsi contro i Detroit Pistons e avanzare alle Finals per la prima volta. Lowry aveva cinque anni allora e assieme a suo fratello assistette in televisione all’inizio della dinastia Bulls e della leggenda di MJ. 

E lo scorso anno vi erano tutti i presupposti perché fosse la volta buona. I Cavs avevano perso una delle pedine principali del proprio scacchiere, Kyrie Irving, e Toronto aveva lavorato molto bene nel corso della stagione regolare, trovando anche una certa alchimia di gioco e qualità nella manovra offensiva che potesse rendere la vita più dura alle difese avversarie. Infatti terminò in prima posizione in regular season (59-23) con un discreto vantaggio sulle concorrenti dell’est (Boston era la più vicina a 4 vittorie di distanza). Presupposti che naufragarono già dopo le prime due gare, giocate a Toronto e perse entrambe. Il buzzer beater di James in gara-3 chiuse virtualmente la serie, che terminò con un altro sweep.

Quando le cose vanno male in NBA hai due possibilità:

  1. Buttare giù tutto e ricominciare da zero, sperando che la draft lottery ti assegni poi una scelta alta per andare a pescare un potenziale fenomeno;
  2. Rischiare e fare all-in.

Il general manager Masai Ujiri ha deciso di optare per la seconda. E così ha esonerato coach Dwane Casey, nonostante fosse stato eletto come miglior allenatore della stagione 2018-19, assumendo al suo posto il suo assistente Nick Nurse, all’esordio assoluto da head coach nella NBA. La mossa successiva è stata la più dolorosa, perché ha riguardato DeMar DeRozan, uno dei simboli di Toronto, uno dei giocatori più rappresentativi dell’ultima decade, nonché uomo-franchigia. Out of nowhere, il sempre bene informato Adrian Wojnarowski annuncia una trade clamorosa: DeMar DeRozan, Jacok Poeltl a una scelta protetta al primo giro del draft 2019 in cambio di Kawhi Leonard e Danny Green. La terza mossa, altrettanto fondamentale, arriva nel corso di questa stagione: via Jonas Valanciunas, dentro Marc Gasol. Con sole tre mosse, Toronto si sbarazza di tre degli uomini che l’hanno portata stabilmente nelle posizioni di testa della Eastern Conference. Mosse brutali, ma necessarie per cercare di gettare il cuore oltre l’ostacolo, ora che l’est è anche James-free.

Al primo impatto la stagione regolare è stata dello stesso livello dello scorso anno, chiusa con una vittoria in meno (58-24), in realtà questo risultato andrebbe commisurato ad una conference il cui il livello si è alzato notevolmente in questa stagione. Per la prima volta da anni, vi erano almeno quattro squadre che potessero competere per arrivare fino in fondo. Cinque, se gli Indiana Pacers non avessero dovuto fare a meno di Victor Oladipo. E alla fine sono i tuoi avversari a misurare il livello del tuo gioco, del tuo lavoro. Ma, come sempre accade nella NBA, il tuo vero valore si dimostra ai playoff, quando tutti alzano l’asticella e dove abbiamo detto che Toronto ha sempre avuto problemi: e finalmente ce l’hanno fatta!

Nella notte tra domani e dopo domani per la prima volta nella storia della lega, la palla a due si alzerà al di fuori degli Stati Uniti, in Canada. E questo è grazie ad una postseason giocata in maniera meravigliosa dai Raptors, capaci di sconfiggere i fantasmi del passato, di reagire alle difficoltà. Insomma, di essere quello che noi ci aspettavamo che fossero da anni. E naturalmente l’uomo copertina è Kawhi Leonard, uno dei migliori giocatori al mondo, probabilmente il miglior giocatore sui due lati del campo, che in questi playoff ha giocato ad un livello straordinario: 31.2 punti, 8.8 rimbalzi e 62.3 %TS. Una cavalcata impressionante che resterà nella storia, al di là di come finirà la serie contro Golden State; il tiro allo scadere contro Philaldelphia in gara-7 – mai accaduto prima in NBA – con il pallone che tocca quattro volte il ferro prima di entrare e lui che si accovaccia cercando quasi di spingerlo dentro con lo sguardo, è già iconico e sa quasi di sceneggiatura cinematografica.

Kawhi Leonard in pochi mesi è riuscito a far dimenticare anni e anni di cocenti sconfitte, è riuscito a conquistare non una sola città ma un paese intero. E mentre tutti ci domandiamo se sia abbastanza per lui per convincerlo a restare in Canada e non andare a Los Angeles, quello che interessa ai tifosi dei Raptors sarà la prima serie di Finals nella storia della franchigia. 

Prima abbiamo citato una sceneggiatura cinematografica, perché davvero la storia di Toronto, qualora riuscisse nell’impresa, sarebbe incredibile. Battere la squadra imbattibile e farlo con giocatori esperti ma che mai nella NBA sono riusciti a trovare il proprio spazio e hanno avuto la giusta ricompensa per il proprio lavoro. Pensiamo a giocatori come agli spagnoli Ibaka e Gasol; all’itinerante Jeremy Lin, che tutti si ricordano per quelle due settimane folli a New York ma che negli ultimi sette anni ha cambiato casacca sei volte; a Danny Green, pescato alla 49esima scelta assoluta nel 2009 e che a San Antonio è riuscito a giocare addirittura due Finals da attore non protagonista. Soprattutto, pensiamo a Kyle Lowry, marchiato a fuoco dalle sconfitte dei suoir Raptors per essere troppo inconsistente offensivamente, definito non all’altezza per essere il secondo violino di una squadra che vuole vincere e che ha giocato i migliori playoff della sua carriera.

La serie contro Milwaukee sembrava essere la solita, vecchia storia per Toronto: quando arriva al sodo, si scioglie come neve al sole. E invece ha rimontato lo 0-2 iniziale e ha dimostrato di essere finalmente cresciuta e maturata. Guidata sì da un Leonardo straordinario, ma anche da un supporting cast che ha fatto il proprio. Lowry rappresenta al meglio i Raptors, perché non è un supereroe come le altre stelle della Lega, non è il giocatore più affascinante, né probabilmente lo scegliereste tra i migliori venti giocatori, ma è un lavoratore, uno che non molla mai. E finalmente insieme alla sua Toronto potrà giocare le sue prime NBA Finals. 

Immagine in evidenza: thestar.com

Michele Di Mauro

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