Grillo strappa, ma il M5S non può fare a meno di Conte
Fonte immagine Open.online

Dalla Sala del Tempio di Adriano, in piazza di Pietra a Roma, Giuseppe Conte, ex Presidente del Consiglio e leader in pectore del M5S, ha lanciato un ultimatum al fondatore del partito, nonché suo garante, Beppe Grillo. Parole dure, pronunciate in modo morbido e distinto, ma che in realtà pesano come macigni, soprattutto se in mezzo c’è il destino di un partito che ufficialmente vaga alla ricerca di una guida da ben 4 mesi ma che in realtà, dal passo indietro di Di Maio, non ha avuto nessuno in grado di dettare una linea politica coerente e credibile.

Dalla fine del suo secondo esecutivo, Giuseppe Conte è stato più volte accostato alla guida del Movimento che l’aveva lanciato ai vertici dell’amministrazione italiana, tanto che di recente aveva accettato di occuparsi della “ristrutturazione” del partito attraverso la redazione di un progetto politico. Quest’ultimo avrebbe dovuto concretizzarsi con la redazione e l’approvazione del nuovo statuto e infine con l’elezione di un nuovo leader in grado di guidare il M5S nella sua nuova fase. Ovviamente, l’unico individuo in grado di assolvere il gravoso compito di risollevare le sorti dei grillini è l’ex Presidente, il quale gode del capitale politico necessario per guadagnarsi la fiducia della base e degli eletti.

Il comico genovese, nonché co-fondatore del M5S è intervenuto per bloccare i sogni di gloria di Giuseppe Conte, bocciando il nuovo statuto e rivendicando più spazio di quanto l’avvocato degli italiani ne sia disposto a lasciargli. Nonostante alcuni ritengano che le incomprensioni tra i due siano meno serie del previsto, per giorni si è parlato di un clima incandescente e di pochi punti di incontro tra i due. La conferenza di questa sera, che alcuni quotidiani credevano fosse d’addio, ha confermato le ipotesi dei giorni scorsi: tra Beppe Grillo e Conte la distanza è siderale.

L’ultimatum lanciato dalle parole di Conte pesa come un macigno per diversi motivi. L’operazione mediatica compiuta con la conferenza stampa serviva a declinare ogni responsabilità dell’avvocato in caso di fallimento delle trattative, e a giudicare dalle prime reazioni dopo le sue parole, tale operazione sembrerebbe riuscita. Inoltre, avendo legato il destino della ricostruzione a quello dell’ex Presidente del Consiglio, la trattativa assume il valore del profetico “ultimo treno” per un partito che è un lontano parente di quello capace di raccogliere quasi dieci milioni di voti nel 2018.

Cosa è andato storto tra Conte e Grillo

Alle elezioni del 2018, nella lista dei ministri del M5S figurava un certo “Giuseppe Conte” collocato al dicastero della Pubblica Amministrazione. Il 21 maggio 2018, dopo un lungo confronto con la Lega, l’avvocato pugliese, ancora sconosciuto, viene proposto a Sergio Mattarella come Presidente del Consiglio da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Dopo soli due giorni, il professore di diritto sale al Quirinale per ricevere l’incarico di formare il celeberrimo “governo del cambiamento“.

La popolarità di Conte raggiunge il suo apice in due momenti. Il primo è ovviamente quello del discorso al Senato contro Matteo Salvini, il quale preannuncia il declino del consenso dell’ex Ministro dell’Interno. In quanto nome prescelto e lanciato da Luigi Di Maio durante le trattative per il successivo governo giallo-rosso, gli elettori del M5S cominciarono a considerare l’avvocato pugliese come uno di loro, nonostante qualche giorni prima della nascita dell’esecutivo con il Partito Democratico, Giuseppe Conte avesse definito «inappropriato» un suo accostamento ai grillini. Il secondo momento di massima popolarità viene raggiunto durante la pandemia, con una gestione difficile ma efficace (almeno nella prima ondata) e culminata con il successo europeo nella trattativa per l’ottenimento dei 200 miliardi del progetto NextGenEu.

A pochi giorni dalla fine del suo mandato da Capo del Governo, Giuseppe Conte decise di entrare a far parte del Movimento Cinque Stelle, diventandone il leader in pectore e soprattutto (su spinta dello stesso Grillo) il responsabile per la rifondazione e ricostruzione del partito. Dopo l’entusiasmo iniziale, l’avvocato si cimentò nella redazione del nuovo statuto del “nuovo” M5S. Il suo contenuto causerà lo strappo con il garante.

Cosa divide Conte e Grillo? Secondo il garante sono almeno una trentina le osservazioni che possono essere fatte sullo statuto, il quale sarebbe totalmente diverso rispetto all’evoluzione da lui prospettata: «A Conte avevamo detto di prenderlo e di farlo evolvere, di partire dal nostro statuto, lui invece ha preso due avvocati e ha scritto un’altra cosa».

Al centro della contesa ci sono soprattutto i poteri del garante. Conte vorrebbe eliminare dallo statuto l’articolo sui poteri di questa figura, cioè di un classico “potere ombra” che incombe come una scure sulle spalle del segretario. Una diarchia che l’avvocato pugliese non può accettare. Attualmente a Grillo sono attribuiti una serie di facoltà che spaziano dall’autorevolezza all’imparzialità, passando per il potere di “interpretazione autentica”, non sindacabile delle norme dello statuto. Il nuovo statuto avrebbe ridimensionerebbe tale figura, trasformandola in una sorta di “presidente onorario”.

Altri punti di contrasto sarebbero sorti sulla comunicazione e le nomine dei vertici del partito politico. Nel primo caso, il nuovo statuto prevede che non sia più Grillo a occuparsi della comunicazione del M5S. Sulle nomine, invece, il maggior punto di tensione è stato raggiunto quando l’avvocato ha «concesso» a Beppe Grillo di poter nominare i vice del Movimento.

Conte, poi, vorrebbe modificare il vincolo dei due mandati. Grillo no. Con l’attuale regola, la maggior parte degli eletti non potrebbe ricandidarsi e ciò provocherebbe una voragine interna alla classe dirigente grillina, bisognosa di un’altra profonda operazione di selezione dei candidati. Infine, c’è il sostegno al governo Draghi. Uno dei maggiori errori strategici e di comunicazione dell’attuale garante è stato proprio l’ingresso scellerato e senza condizioni all’interno dell’attuale esecutivo. La trattativa, secondo alcuni, è stata uno dei punti più bassi del M5S, con i ministeri chiave finiti nelle mani di tecnici o di altri partiti e con il Movimento lontano dai centri nevralgici del potere governativo. Conte ha mostrato di voler appoggiare comunque Draghi, ma in caso di permanenza nel partito, è chiaro che gli elettori si aspettino dure prese di posizione su alcuni passi indietro compiuti da Draghi sulle politiche di stampo grillino – non ultimo il cashback.

Perché il M5S ha bisogno dell’ex Premier

Beppe Grillo ha di recente risposto alla presa di posizione di Giuseppe Conte con un duro attacco personale che ha sorpreso un po’ tutti. In un lungo articolo pubblicato sul suo blog, Grillo non ha parlato dell’ultimatum preferendo, invece, scagliarsi contro Conte. Si tratta del secondo attacco personale nel giro di pochi giorni, dopo quello avvenuto a Roma davanti a una platea di deputati grillini attonita.

Nonostante la durezza di certi attacchi, come «Conte? Non è la persona giusta. Non ha visione politica né esperienza né capacità manageriali» oppure «Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco», per ora l’ex Presidente del Consiglio ha saggiamente scelto di non prendere una posizione definitiva contro lo strappo del garante, nonostante gli ambienti a lui vicino parlino di un avvocato sconcertato e deluso.

Sembra evidente, comunque, che qualsiasi tentativo di mediazione, a meno di eventuali sorprese, sia destinato al fallimento. Beppe Grillo ha umiliato l’avvocato pugliese in ben due occasioni, suscitando l’ilarità degli avversari dei grillini che hanno colto la palla al balzo per sostenere le proprie posizioni o per giustificare le proprie scelte (come nel caso di Italia Viva). Un colpo a qualsiasi tentativo di portare avanti una conciliazione si scontra con il dileggio della sua figura, operato da un articolo anacronistico che sembra una difesa a spada tratta di un progetto naufragato almeno due anni fa – quello del M5S collegiale – e che ormai non può più funzionare per manifesta incapacità della classe dirigente grillina.

Ed è proprio qui il nodo della discussione. Senza Conte, il M5S è destinato a naufragare. Non esiste alcun progetto politico alternativo credibile oltre quello dell’ex Presidente. Non esiste altra personalità in grado di raccogliere un consenso così trasversale e soprattutto non esiste alcuna figura politica in grado di togliere così tanti consensi al Movimento. Una eventuale lista Conte varrebbe almeno il 15%, molti voti dei quali sottratti proprio ai grillini e al PD. Ma lo stesso problema si pone anche in altri modi. Molti senatori appoggiano il Conte come leader del M5S e non si sa se siano pronti a restare nel partito in caso di rottura violenta tra leader e “padrone”. Alcune indiscrezioni parlano di alcuni deputati sul piede di guerra e di un’ennesima scissione dietro l’angolo, che nel peggiore dei casi, si risolverebbe con un afflusso consistente verso destra e nel migliore verso il gruppo misto o il PD.

Infine bisogna considerare l’elevato indice di gradimento della figura di Giuseppe Conte tra gli elettori grillini (e non solo). Un consenso superiore a leader puri del M5S come Di Battista e Di Maio ma anche una precisa scelta della base del partito che non comprenderebbe la scelta di Beppe Grillo di mettere da parte l’avvocato. Sul lato politico, il partito ha la possibilità di sfruttare il gradimento personale per attirare nuove leve e soprattutto nuovi voti verso il partito. Tale vicissitudine ha però un grande rischio: se il consenso non viene capitalizzato in fretta, andrà quasi sicuramente perduto. É molto difficile conservare un cospicuo consenso restando fuori dai giochi per troppo tempo.

Per un Movimento in crisi da troppo tempo, pervaso da fratture interne e che sta perdendo la fiducia degli elettori, l’unico modo di sopravvivere, per il momento, è stringersi attorno a una figura popolare e autorevole provvista di un progetto politico. Pena il baratro. Inconsapevolmente, Beppe Grillo ha consegnato il destino della sua creatura proprio allo stesso Conte che ora vorrebbe allontanare. Arrivati a questo punto della contesa, quel profetico ultimo treno di cui si diceva all’inizio è già partito.

Donatello D’Andrea

Classe 1997, lucano doc (non di Lucca), ha conseguito la laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e frequenta la magistrale in Sistemi di Governo alla Sapienza di Roma. Appassionato di storia, politica e attualità, scrive articoli e cura rubriche per alcune testate italiane e internazionali.

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