34Beat: «Appresa la vostra natura, non c'è gabbia che vi imprigioni»
Fonte: EmicEntertainment

Ogni opera, ogni suono e ogni parola arriva da un particolare percorso creativo: in uscita il 16 ottobre per la label bolognese Emic Entertainment, “Three For Beat ”, è il compimento di un viaggio nella black music che ha portato i 34Beat a palesare la propria inventiva musicale secondo un originale punto di vista.

Frutto della commistione delle variegate esperienze a livello artistico dei componenti, la tracklist dell’EP d’esordio del trio neo soul formato dal produttore e bassista Davide Luzi (in precedenza partecipe del progetto strumentale 001/20 Compilation), dal pianista e tastierista Antonio De Donno e dal batterista Giovanni Lo Verso si compone di sei semplici e virtuose tracce che incorporano elementi della tradizione in una dinamica ed un sound denso e moderno, raffinato e per nulla scontato.

Fra il folclore arcaico e santificato del soul e l’ormai radicata hip-hop culture che dagli anni Novanta a questa parte ha pervaso la comunità afro-americana e non, “Three For Beat ” è un afrodisiaco sonoro da centellinare lasciandosi veicolare dal groove. La commistione di armonie classiche e moderne e la trasognata fusione tra sintetizzatori e strumenti acustici sono il personale biglietto da visita di un collettivo la cui musica ti sazia e al contempo ti lascia famelico all’ascolto.

La copertina dell’EP ”Three For Beat” dei 34Beat

Novelli di debutto discografico, abbiamo realizzato un’intervista ai 34Beat:

Ciao ragazzi, iniziamo con una domanda basilare per presentarvi a chi ancora non ha ancora avuto modo di conoscervi. Come mai la scelta del nome 34Beat e come è nato il progetto?

«Ciao a tutti! Il nome della band nasce da un gioco di parole (three for beat). Come avrete probabilmente intuito, siamo un collettivo formato da tre musicisti uniti dalla passione per la composizione di beat. Il nostro approccio alla musica è principalmente strumentale: a seguito dello scioglimento del precedente gruppo, dopo una breve pausa abbiamo preso la decisione di resettarci e di tornare all’essenza della musica che più ci piace, ossia loop di groove e armonie. È nata così l’idea di creare un evento open mic (“Spit On It”) che ospitasse Masters of Ceremonies e cantanti a cui le nostre strumentali suonate live facessero da base; il disco è stata una conseguenza di tutto ciò.»

Nonostante siate freschi di formazione, il vostro collettivo vanta svariati live nei più disparati locali del vetusto e brioso capoluogo emiliano-romagnolo. Potreste renderci partecipi di qualche aneddoto a riguardo?

«Certamente, ne avremmo di storielle esilaranti da raccontare! Una sera eravamo a suonare al Granata; uno degli MC che assisteva spesso ai concerti dei 34Beat, facendo riferimento ad un locale in cui si esibiamo spesso e volentieri, gridò tra il riso e lo stupore di tutti: «Binario ci sei?». Che lo abbia fatto apposta o no, è entrato nella leggenda! Una volta al Labàs, un ragazzo ha iniziato a breakare sull’asfalto a secco tant’è che era preso da uno dei nostri groove. Speriamo vivamente che non gli sia successo nulla di grave! Infine ricordiamo con piacere l’irruzione sul palco di un armonicista jazz sulla cinquantina ad uno dei nostri open mic. Era pienamente convinto di assistere ad una jam jazz; invece ha trovato noi e gli MC che rappavano sulle nostre basi. Ha voluto comunque salire sul palcoscenico: è stato un qualcosa di incredibile suonare con lui! Come se non bastasse, ci riempì di complimenti; pareva avesse scoperto un nuovo ed ignoto mondo. Siamo stati molto lieti che la nostra musica avesse fatto breccia nel cuore di chi non era abituato ad un simile sound.»

Arriviamo al vostro EP di debutto Three For Beat, disco che presenta una varietà di soluzioni sonore non indifferente: a combinazioni ritmiche spumeggianti contrappone atmosfere distese ed ipnotiche. Ad un primo e non attento ascolto sembrerebbe non esserci alcun filo conduttore tra un pezzo e l’altro; in realtà, nonostante le differenze stilistiche in essi contenute, sono parte integrante di un unico viaggio sonoro. Ci raccontate in breve, brano per brano, la vostra prima fatica discografica?

«“Three For Beat” vuole essere una sintesi dell’esperienza di “Spit On It”: abbiamo deciso di mettere insieme i beat più significativi dei 34Beat e farne un disco. Venendo ai brani, l’EP si apre con “Intro”, un’improvvisazione libera composta con accordi aperti ed interventi di batteria e basso. Il secondo pezzo “Theory of Everythings”, che vede la collaborazione di Lydia Lyon, è il manifesto del nostro primo lavoro in studio: armonie amplificate con groove di batteria dal gusto hip hop. A seguire c’è “Donuts”, che come avranno sicuramente capito gli appassionati del genere, è un omaggio a J Dilla, punto di riferimento per produttori e musicisti hip hop e neo soul. Il quarto brano si chiama “Hara”, è il primo beat a cui abbiamo lavorato all’inizio di questa bellissima avventura. Tutti gli MC e cantanti che ci hanno accompagnato dalle prime prove in sala fino a tutti gli appuntamenti “Spit On It” hanno improvvisato su di esso. Grazie alla parte vocale di Lydia, quello che consideriamo il nostro cavallo di battaglia è diventato proprio come potete ascoltarlo ora. In “1201 Space” si viaggia su atmosfere cosmiche ampiamente dilatate che si appoggiano su bassline e batteria donando al brano una notevole impronta ritmica tipica del nostro genere di riferimento. Il disco si chiude infine con una melodia più veloce dal sapore ragtime funk basata sull’improvvisazione iniziale del pianista e nella parte conclusiva di tutto il trio, ossia “Join The Party”.»

Fin dagli albori con il termine schiavitù si è indicata la privazione del libero arbitrio e di ogni più elementare facoltà di scelta libera. Attraverso la redenzione (concetto da voi affrontato nel brano fulcro dell’intero lavoro discografico “Theory Of Everything” che vede la partecipazione di Lydia Lyon) è possibile disciogliersi dalle catene che ci tengono prigionieri. Se questo tipo di oppressione può apparire inumana, ne esiste una ancora più subdola, non sottoposta al volere altrui ma esclusivamente al nostro personale: la prigionia mentale. A vostro parere, a chi o cosa è subordinato l’uomo moderno? Ci si può liberare una volta per tutte da questa indicibile condizione?

«È indubbia l’esistenza, nella società odierna, di una sorta di tirannia del mercato che domina ormai ogni settore della vita sociale, politica e culturale della civiltà moderna. Di questo si potrebbe parlare davvero tanto, ma noi 34Beat non riteniamo sia il caso. Piuttosto bisognerebbe approfondire, a nostro modesto parere, quale sia la reale gabbia in cui l’uomo – di ogni estrazione sociale, diversa provenienza geografica, differenti epoche – si trova a dover essere prigioniero. Assieme ai condizionamenti instillati dentro ciascuno di noi sin dalla nascita, l’ego vincola gran parte dell’esistenza di un individuo. Essendo una necessità primordiale dell’essere umano dal valore inestimabile, la musica ci riporta a dimensioni più alte, più profonde: attraverso di essa tutti gli attaccamenti, le credenze e convinzioni, l’inseguimento sfrenato dei desideri è come se svanissero facendo emergere la vera essenza dell’uomo. Insomma, un brano può realmente aiutarvi a conoscere la vostra natura intrinseca. Una volta avvenuto ciò, non esiste alcuna gabbia che possa intrappolarvi.»

Sebbene il vostro genere di riferimento altrove sia stato già sdoganato, in Italia – specialmente nelle sue accezioni più raffinate – viene percepito come un’innovazione in quanto non propriamente tipico della nostra cultura. Alla luce di questo, secondo la vostra opinione, come vedete voi 34Beat la scena neo soul italiana, specie per quanto riguarda il panorama underground?

«Chi in Italia si approccia a questo genere, non può non guardare agli Stati Uniti. È da lì che arrivano un certo tipo di sonorità ed è proprio lì che è nato come una delle espressioni della cultura afro-americana. Nonostante il neo soul non provenga dal nostro paese, notiamo con piacere che anche in Italia si sta sviluppando un suono interessante e personale: Davide Shorty con i Funk Shui Project, Ainé, Serena Brancale e LNDFK sono solo alcuni tra i più in vista del panorama nostrano. Spostandoci a Bologna apprezziamo moltissimo artisti artisti emergenti come Qael, Subconscio, Beatrice Dellacasa, tanto per citarne alcuni. Il nostro augurio è che presto il movimento dilaghi all’interno dei confini nazionali.»

Vincenzo Nicoletti

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