La tarantella: il ballo simbolo del popolo partenopeo

Rumoroso, euforico, esplosivo: il popolo partenopeo è da sempre l’emblema dell’allegria e della chiassosità. Le voci e i canti si impongono contribuendo a definirne l’anima. Perché l’essenza di Napoli è definita anche attraverso le sue molteplici e variegate espressioni artistiche: un esempio è la Tarantella.

La Tarantella rappresenta la trasfusione nel ballo della natura stessa del popolo napoletano. Con il suo ritmo sfrenato definisce in un certo senso i tratti della cultura e le tradizioni della città. E così i passi di questa danza sono in grado di scandire il tempo e forse il suo trascinante trasporto delinea un mondo altro, un mondo ludico e diverso dove tutto è musica.

La Tarantella è la danza dei vicoli, quella ballata con nacchere e tamburi, quella dal ritmo travolgente che scatena grosse risate: non sorprende, quindi, che sia il ballo prediletto delle feste patronali o di eventi come matrimoni. Senza dimenticare le occasioni in cui addirittura era d’obbligo, ad esempio le Feste della Madonna di Piedigrotta o della Madonna dell’Arco.

Emerge il valore storico e simbolico che la tarantella riveste per i partenopei, ma più in generale per il sud Italia, ossia quello di rappresentare in un certo qual modo la “sintesi” di tutte le danze del meridione.

Origini della tarantella

Sulle origini del nome “tarantella” ci sono più teorie: diversi, infatti, sono i lemmi con la stessa radice da cui il termine potrebbe derivare. In realtà le teorie più accreditate sono due che svelano anche un po’ la natura di questa danza.

Secondo una fetta di studiosi il termine deriverebbe da “Taras”, l’antica Taranto. Le origini sarebbero, quindi, legate all’influenza greca che in età arcaica interessò il Sud Italia, portando ad un periodo di grande splendore.

La città di Taranto fu, infatti, uno dei centri in cui si diffusero maggiormente i culti orgiastici dionisiaci. Secondo questa accezione la tarantella nacque dall’esigenza di “appagare” delle inesprimibili pulsioni carnali. Caratterizzata da una travolgente carica erotica e ritmica, è una danza che, per sua natura, risulta principalmente legata alla divinità Dioniso. Le protagoniste della “tarantella” erano le baccanti, donne che in stato di esaltazione, ballavano, celebrando la vita con esuberanti passi e frenetici canti.

Fu proprio per questo motivo che la storia della tarantella si legò e si intrecciò ad un percorso di intolleranza e di repressione. La chiesa, almeno inizialmente, non vide di buon occhio questo ballo, che oltre alla forte componente amorosa, era anche legato alla superstizione popolare.

Il cristianesimo, infatti, portò ad una crisi degli elementi rituali del mondo antico e parallelamente alla sua diffusione iniziarono anche le persecuzioni verso che si rifaceva a tali cerimonie.

Secondo altri studiosi, invece, “tarantella” deriverebbe da “taranta“, termine dialettale che nelle regioni meridionali designa la tarantola, un ragno velenoso molto diffuso nel luogo. Il veleno di questo animale, secondo la tradizione, poteva portare ad effetti molto dannosi per la salute, da uno stato depressivo fino a convulsioni. Si trattava di una particolare patologia isterica, che poteva essere “combattuta” attraverso la musica: si narra, infatti, che il ballo avesse un forte potere terapeutico. Il tarantismo era una sorta di “esorcismo” musicale dell’eros represso.

La persona “morsa” dalla taranta veniva portata in uno stato di trance e sottoposta a frenetiche sessioni di danza che permettevano la “liberazione”. Il ballo sfrenato e ritmato permetteva l’espulsione, attraverso il sudore, del veleno dal corpo. La danza si trasformava in una vera e propria cerimonia pagana di cura, quasi un rituale magico.

È ben noto che fin dall’antichità la musica e la danza hanno rappresentato forme particolari di catarsi, utili per la “purificazioni” dai mali e dalle pulsioni negative che intaccano l’animo.

La Tarantella, il ballo dell’amore

C’era un tempo in cui l’amore si esprimeva solo tramite sguardi e sorrisi. A quei tempi, i matrimoni erano combinati e i giovani si conoscevano grazie all’intercessione delle famiglie. L’amore era platonico e quando i genitori si accorgevano delle nascenti simpatie tra i figli si organizzavano delle feste per poter sancire la futura unione. Alla fine delle feste c’era sempre la tarantella; il ballo era il momento giusto per guardarsi negli occhi e sentire i primi contatti fisici: serviva in un certo qual modo a sancire l’intensità dell’amore.

Ben presto la tarantella acquistò una precisa autonomia: era la danza dei vicoli, delle feste e delle occasioni speciali.

Aldilà di tutti i racconti esoterici, la Tarantella è soprattutto danza e musica di costume ed è sopravvissuta forte nella nostra cultura. Espressione tipicamente urbana, pian piano la tarantella a Napoli si formalizza in maniera sempre più “raffinata”, trasformandosi in uno spettacolo da poter esportare in tutto il mondo. Con i suoi movimenti precisi e ritualizzati e la forte componente erotica, continua ad essere uno dei balli più popolari di sempre.

Vanessa Vaia

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Vanessa Vaia nasce a Santa Maria Capua Vetere il 20/07/93. Dopo aver conseguito il diploma al Liceo Classico, si iscrive a "Scienze e Tecnologie della comunicazione" all'università la Sapienza di Roma. Si laurea con una tesi sulle nuove pratiche di narrazione e fruizione delle serie televisive "Game of Series".

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