Difendere l’umanità non è un reato: Eddi va assolta subito
Fonte: Il Fatto Quotidiano

Maria Edgarda Marcucci viene chiamata Eddi anche da chi non la conosce di persona. Di origini romane, tra il 2017 e il 2018 è andata nel Rojava a combattere al fianco dei curdi, contro l’ISIS. Il Rojava è “l’insieme delle tre province a prevalenza curda nel nord della Siria“. Nella lingua locale, il Kurmanji, Rojava significa Kurdistan Occidentale. Nel suo libro Hevalen Davide Grasso dice che il Kurdistan è “una nazione condannata a essere fantasma“: è la regione smembrata dai confini tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Non è mai divenuta uno Stato, anche perché l’Europa si rifiutò di concederle l’indipendenza a seguito del crollo dell’Impero Ottomano. Distribuita tra quei quattro Paesi, la minoranza etnica curda subisce da allora le angherie e gli abusi dei potenti che li circondano, ma è importante dire che con il tempo tra curdi turchi, siriani, iracheni e iraniani si sono venute a creare delle consistenti differenze politiche.

Eddi, una storia militante

Il nome di Maria Edgarda Marcucci, Eddi, nel nostro Paese evoca la storia della lotta all’ISIS nella Siria del Nord. Una storia presente nella memoria perché lei, dopo essere tornata dal fronte di uno dei più complessi e violenti conflitti della nostra epoca, ha deciso di portare in giro per il nostro Paese la sua esperienza, di raccontare le motivazioni di quel viaggio intrapreso in nome della rivoluzione confederale e della lotta al fondamentalismo islamico corrotto e appoggiato dalla potenza turca. Eddi dice che quel viaggio fino al Kurdistan è partito dalla Val di Susa, dalla lotta dei No Tav.
La storia militante di Maria Edgarda Marcucci – il cui nome di battaglia assegnatole nel Rojava è Silan Tolhildan, Rosa canina – è infatti strettamente legata al movimento in lotta contro l’alta velocità Torino-Lione, e proprio la partecipazione a quella realtà, insieme alla scelta di partire per andare a combattere tra le fila delle YPJ – nel Rojava, le Unità di protezione delle donne – hanno spinto le autorità giudiziarie italiane a metterla sotto processo insieme ad altri quattro compagni internazionalisti arruolatisi come lei contro l’ISIS. Il 17 marzo scorso è stata condannata a due anni di sorveglianza speciale, che prevede il sequestro del passaporto, vieta la partecipazione a riunioni pubbliche e la frequentazione di locali pubblici dopo le 18, la obbliga a stare in casa dalle 21 alle 7 e a tenere sempre a disposizione la Carta precettiva, un quadernetto sul quale la polizia annota gli spostamenti di chi è sottoposto alla misura.

Maria Edgarda Marcucci è stata l’unica dei cinque combattenti internazionalisti processati a essere condannata. Per il Tribunale di Torino è “socialmente pericolosa”, più degli altri. Tra le motivazioni della condanna vi è quella di condurre “un percorso di vita costantemente (…) incline a violare senza remore i precetti dell’Autorità”. Ha deciso di agire contro le ingiustizie – in Italia o nella Siria del Nord – e ora deve pagare le conseguenze della sua scelta; ma si tratta di una colpa che non si esaurisce nelle gesta, c’è qualcosa di più. Eddi è una donna che lotta. Una donna come Nicoletta Dosio, attivista No Tav uscita pochi giorni fa dal carcere nel quale era stata condotta il dicembre scorso, all’età di 74 anni, per aver partecipato a un presidio in un casello stradale della Val di Susa. Un’azione pacifica e dimostrativa, alla quale aveva partecipato anche Dana Lauriola, che oggi sconta due anni di carcere dopo che qualunque pena alternativa le è stata rifiutata a causa della sua scelta di non abbandonare mai la lotta contro il Tav né di aver mai lasciato la Val di Susa, dove risiede. Motivazioni che rivelano l’intento di colpire le idee politiche delle persone che lottano e, più nello specifico, delle donne che lottano.

Il 12 novembre scorso si è tenuta presso il Tribunale di Torino l’udienza d’appello contro la sorveglianza speciale per Maria Edgarda Marcucci. Qualche ora dopo, i profili social di Eddi venivano oscurati “per accertamenti”.
Il tribunale si è preso qualche giorno per decidere ma, qualunque sia la nuova sentenza, la giustizia italiana già una volta ha palesato la volontà di condannarla in quanto donna, attivista, combattente internazionalista, tracciando in qualche modo la linea che divide la nostra società, e la nostra idea di giustizia, da quella per la quale lei e chi ha fatto le sue stesse scelte combatte al fianco dei curdi siriani.

L’esperimento del Confederalismo democratico…

La rivoluzione confederale del Rojava nasce in un contesto molto intricato: i curdi hanno combattuto (e combattono) contemporaneamente contro l’ISIS, la Turchia (secondo esercito della NATO), la repressione del presidente siriano Bashar Al-Assad e le divisioni politiche esistenti all’interno della sua stessa società. A rendere la situazione estremamente pericolosa per il progetto confederale, infine, è stato l’abbandono del campo di battaglia da parte delle forze statunitensi, inizialmente a protezione della minoranza etnica di origini mesopotamiche. Continuare sulla strada della rivoluzione rappresenta un’impresa eroica che però bisogna stare molto attenti ad analizzare con facili entusiasmi. Il fumettista Zerocalcare, anche lui andato nel Rojava, sebbene non a combattere, ha detto che per ora il Confederalismo democratico è tutt’altro che il paradiso in terra, ma ciò significa anche che quell’esperimento politico in divenire è disposto a misurarsi ogni giorno con le sue contraddizioni interne, cercando di superarle. Ed è dall’autocritica che si prende la strada per un mondo diverso, che nel caso del progetto politico del Rojava prevede parità di genere, democrazia diretta, ecologia sociale. Tra le tante, inoltre, la differenza tra noi e la lotta del Rojava è che il Confederalismo democratico punta alla realizzazione di un sistema giudiziario che non si fonda sulla punizione, bensì sulla “correzione, educazione e riabilitazione sociale dei prigionieri“, come recita l’articolo 25 del Contratto sociale dei curdi siriani. “In sostanza, è una società che vorrebbe vedere tutte le prigioni trasformarsi in centri di aiuto e riabilitazione”, afferma Janet Biehl nel suo saggio contenuto in Rojava, Una democrazia senza Stato.

…e la democrazia occidentale

È vero: Maria Edgarda Marcucci, Eddi, non è in carcere, ma la sorveglianza speciale ha un obiettivo sottile e preciso che si vorrebbe realizzare nel lungo periodo. Secondo la militante romana questa misura avrebbe come fine l’introiezione dei comportamenti considerati accettabili dall’autorità, assolutamente necessaria per disciplinare una donna ritenuta socialmente pericolosa a causa delle sue motivazioni politiche. Michel Foucault in Sorvegliare e punire dice che l’attività di sorveglianza non deve per forza essere svolta da qualcuno, perché basta avere il dubbio di essere controllati per assumere automaticamente le regole del sistema di controllo e gli atteggiamenti a esso graditi. Forse è questo il senso profondo della misura restrittiva che ha colpito sin qui Maria Edgarda Marcucci, combattente delle YPJ: la speranza che in futuro chiuda automaticamente gli occhi davanti alle ingiustizie, che si lasci andare all’annichilimento dello spirito e alla normalizzazione, intesa come una sottomissione totale all’autorità, mai contaminata dal dubbio. Insomma, la morte della democrazia.

Giovanni Esperti

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