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O si fanno i Coronabond o non ha più senso parlare di Europa

Fonte: agenpress.it

A fronte di un’emergenza straordinaria come quella dettata dalla pandemia di Coronavirus, che ha messo in ginocchio i sistemi sanitari e l’economia di molti Paesi membri, la Commissione Europea ha preso la decisione storica di sospendere il Patto di Stabilità, mentre la BCE ha lanciato un piano di quantitative easing con l’acquisto di titoli pari a 750 miliardi di euro. Tuttavia, gli Stati Europei faticano a trovare quel senso di solidarietà necessario a predisporre l’emissione di titoli di debito comune, i cosiddetti Coronabond. Se non si dovesse trovare un’intesa in risposta a questi eventi eccezionali dagli effetti particolarmente veementi sull’Italia e sulla Spagna, allora quest’Europa non avrebbe più senso d’esistere e andrebbe smantellata al più presto. 

Scontro sui Coronabond fra Roma e Bruxelles

Durissime le parole del premier Conte a tre giorni dal Consiglio europeo, conclusosi con il rifiuto da parte dell’Italia e della Spagna della bozza d’intesa, dove non figurava alcun riferimento ai Coronabond e al Meccanismo europeo di stabilità (MES – Fondo Salva Stati) che potrebbe permettere di finanziare questi titoli. Di fatti, durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi in cui sono state presentate le misure del nuovo DPCM che destina 4,3 miliardi al fondo di solidarietà dei Comuni, arriva la notizia delle parole della presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen che definisce i Coronabond “uno slogan”, per poi aggiustare il tiro in serata affermando di “non escludere alcuna opzione nei limiti del trattato”. Il governo italiano ha prontamente risposto alla gelata proveniente da Bruxelles con Conte che tuona: «L’Europa deve dimostrare se è all’altezza di questa chiamata della storia».

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Dal canto suo, il ministro Gualtieri definisce “sbagliate” le parole di Von Der Leyen e twitta in risposta al chiarimento arrivato poche ore dopo: «Prendiamo atto del chiarimento fornito dalla Presidente della Commissione europea Von Der Leyen rispetto alle parole sbagliate sui Coronabond. Ora la Commissione lavori davvero a tutte le opzioni possibili, nessuna esclusa. Non c’è tempo da perdere». Quello proposto a gran voce dal Ministro dell’Economia e delle Finanze italiano è un grande Piano Marshall per la ripresa dell’Europa, un enorme sforzo economico da parte dell’Unione.

Tornando al vertice dell’Eurogruppo, la rottura di Giuseppe Conte e del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, motivata dall’assenza del MES privo di condizioni, è stata seguita da un’intesa finale che prevede due settimane di tempo per coordinare un’azione di bilancio volta a fronteggiare gli effetti del Covid-19 sulle economie della Zona Euro, recependo le proposte dei ministri delle Finanze. Nel frattempo i cittadini, i lavoratori e le imprese in quarantena attendono azioni immediate che tardano ad arrivare.

L’Europa del post-pandemia

Nonostante la sospensione del Patto di Stabilità e l’invito della Commissione a “spendere tutto quello che sarà necessario”, i Paesi dell’Europa dovranno necessariamente indebitarsi per evitare che la pandemia continui a mietere vittime e sostenere i sistemi sanitari al tracollo. Questa prospettiva apre importanti interrogativi circa il futuro di molte nazioni europee che si troveranno a sostenere drammatici sforzi per condurre i cittadini e le imprese verso la ripresa economica, ma anche schiacciati da un debito insostenibile. 

Anche in caso di estremo bisogno, ci si chiede se la risposta dell’Europa a una crisi sanitaria ed economica senza precedenti in tempi recenti possa essere contrastata con i soliti mezzi e i soliti tagli “lacrime e sangue” seguiti da privatizzazioni massicce e liberalizzazioni. La mancanza di lungimiranza e la reiterata reticenza dell’Europa ad adottare politiche e strumenti nuovi di debito comune si accompagnano all’assenza di solidarietà e di una visione sul futuro dell’Unione.

Nei fatti, proprio sulla questione del finanziamento del debito pubblico si sono formati due fronti. Da una parte, Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Lussemburgo, Slovenia, Irlanda e Grecia che chiedono l’emissione dei famosi Eurobond, soprannominati Coronabond, dall’altra i “falchi” tedeschi e olandesi in prima linea insieme agli austriaci e ai finlandesi, non disposti a condividere risorse e debiti con gli “inadempienti” Paesi del Sud Europa. In particolare, il primo ministro olandese Mark Rutte ha invitato i singoli Stati membri a prendere le decisioni a livello nazionale, mentre un attacco congiunto del Cancelliere austriaco Kurtz e del ministro delle Finanze tedesco Scholz ha preso di mira la possibilità di utilizzare i Coronabond. In pratica, un terzo della popolazione europea detta legge sui restanti due terzi.

Torna dunque il dibattito sugli Eurobond che aveva animato l’Europa negli anni della crisi del 2011 e 2012, con l’opposizione netta della Germania e dei suoi alleati. Oggi sono stati soprannominati Coronabond, ma la domanda sorge spontanea: cos’è un Eurobond? Si tratta di uno strumento finanziario finora mai utilizzato ed emesso non dal singolo Stato, ma dal complesso dei Paesi dell’Eurozona. Ciò che spaventa i cosiddetti “falchi” europei è la creazione e la condivisione di nuovo debito con i paesi meridionali dell’Europa, sebbene il nostro Governo reclami solamente una condivisione dei rischi. 

Inoltre, la BCE ha annunciato un programma di quantitative easing (PEPP– Pandemic Emergency Purchase Programme) da 750 miliardi, acquistando titoli del settore pubblico e privato nel mercato secondario. La buona notizia sembrerebbe mitigata dal mantenimento del criterio della “capital key”, che prevede l’acquisto di titoli da parte della Banca Centrale Europea in base alla quota di capitale della BCE sottoscritta da ciascuna banca centrale nazionale (ponderata in base al PIL del Paese e il peso percentuale di quello Stato sulla popolazione totale). Tuttavia questa norma verrà applicata in maniera flessibile, consentendo, per esempio, di contenere lo spread dei BTP italiani oppure dei titoli francesi. 

I rapporti di forza dietro all’Unione Europea

A proposito dei Coronabond non soltanto si è palesato il grande deficit di solidarietà interno all’Europa, ma sono venuti a galla anche i rapporti di forza esistenti fra un Nord ritenuto ligio al dovere e un Sud che non rispetta le regole. Eppure, considerando gli indicatori della Macroeconomic Imbalance Procedure, il meccanismo di sorveglianza dei rischi e degli squilibri macroeconomici, la Germania e i Paesi Bassi sforano ripetutamente sull’avanzo commerciale eccessivo oltre la soglia del 6% del PIL stabilita dall’Europa (secondo i dati Eurostat nel 2018 la Germania ha toccato l’8% e i Paesi Bassi il 9,9%). Inoltre, il Paese teutonico ha più volte superato il livello raccomandato di debito pubblico, ben oltre la soglia del 60% dal 2010 al 2018. Sicuramente, il debito pubblico italiano è pari a più del doppio di quello tedesco, ma nel 2019 l’Italia ha chiuso con 1,6 di rapporto deficit/PIL anziché il 2,2 preventivato. Troppo spesso si dimentica il denominatore di questo rapporto, quello rappresentato dalla crescita del PIL, che langue da troppo tempo anche per le mancate politiche fiscali e monetarie necessarie a sostenerla. Senza contare che nel nostro Paese i famigerati “conti in ordine” hanno un elevato costo sociale, dovuto all’austerità e ai tagli indiscriminati, di cui in tempo di Covid-19 viviamo i peggiori esiti.

In una certa misura, i dati possono dunque fare chiarezza nella nube ideologica che oscura i rapporti di forza presenti fra i Paesi europei, celando inoltre le mancanze e gli egoismi degli Stati considerati più virtuosi che bacchettano i “furbi inadempienti”. Per esempio l’Olanda, che può essere considerata un paradiso fiscale, attraverso pratiche di dumping fiscale penalizza e danneggia la nostra economia. Non meno rilevante risulta la crisi dell’industria nazionale tedesca e la brusca frenata del PIL nel 2019, per molti versi taciuta.

Oggi più che mai l’Europa appare ancorata ai vecchi meccanismi e incapace di pensare al futuro, di rispondere adeguatamente ad uno dei momenti più bui della sua storia. Se non riuscirà a trovare la giusta dose di solidarietà, di visione comune e di politica, l’Europa non avrà più senso di esistere.

Rebecca Graziosi

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